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Il “pacco” franco-tedesco e la soluzione finale al caso Italia: è emergenza democratica, non voltiamoci dall’altra parte

Federico Punzi di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del

Martedì l’Eurogruppo definirà molto probabilmente il pacchetto, o meglio “pacco”, di strumenti europei (Mes, Bei, Sure) per affrontare la crisi economica dovuta alla pandemia di coronavirus da portare all’attenzione del Consiglio dei capi di stato e di governo dell’Ue. E il nostro Parlamento non ha ancora avuto una sola occasione per discuterne. Questa settimana la Camera dei Deputati si riunirà solo per il question time (mercoledì) e per le interpellanze urgenti (giovedì), l’aula del Senato solo mercoledì per il decreto “Cura Italia”. Quando si riunirà il Consiglio dei leader Ue per approvare il pacchetto di proposte dell’Eurogruppo, gli accordi saranno già sostanzialmente presi e la risoluzione di maggioranza non sarà “di indirizzo”, ma si limiterà a ricalcare – con tutti gli equilibrismi verbali necessari – ciò che il nostro governo avrà negoziato senza alcun mandato parlamentare.

Certo, la risoluzione di maggioranza può in linea teorica smentire l’operato del governo, o venire bocciata da una o da entrambe le Camere, ma bisogna ricordare che la normativa sulla nostra partecipazione all’Unione europea (legge 234/2012) prevede procedure di consultazione e informazione del Parlamento che si concludano con un voto di indirizzo. Normativa che viene sostanzialmente aggirata non da oggi, ma più che mai oggi che le Camere si riuniscono a singhiozzo. La settimana scorsa, Claudio Borghi della Lega ha inviato una lettera al presidente della Camera Roberto Fico per sollecitarlo a tutelare il ruolo del Parlamento, senza però ricevere risposte.

Secondo le indiscrezioni dell’agenzia di stampa tedesca Dpa, il presidente francese Macron e la cancelliera tedesca Merkel avrebbero raggiunto un accordo sul pacchetto di strumenti da portare all’Eurogruppo del 7 aprile. La proposta franco-tedesca si reggerebbe su tre pilastri: una linea di credito del Mes fino al 2 per cento del Pil del Paese richiedente; un intervento della Bei per garantire fino all’80 per cento dei prestiti delle banche alle imprese; il ricorso al bilancio europeo per un sostegno ai disoccupati (il cosiddetto Sure). Queste ultime due misure poco più che simboliche… Non possiamo far finta di non accorgerci, dalle stesse cronache di questi giorni, che il nostro governo sembra aver già dato, o stia per dare in queste ore, il suo assenso a questo pacchetto di proposte. In ogni caso, è in atto in sede europea una interlocuzione fondamentale sul coordinamento delle politiche di bilancio ed eventuali strumenti di stabilizzazione finanziaria: ora, essendo improbabile che stia facendo tutto di testa propria un funzionario del Mef, è il governo che sta negoziando e assumendo impegni non solo senza alcun mandato ma nemmeno discussione parlamentare.

Nonostante, come spiega Musso nell’articolo di oggi, si tratti di una Caporetto (nein Mes senza condizionalità, nein coronabond), si dice: ma per accedere alla linea di credito del Mes ci sarà una condizionalità “light”, il solo impegno a destinare le risorse all’emergenza sanitaria ed economica e a rispettare il Patto di stabilità e crescita quando tornerà in vigore (ora è sospeso), quindi per il momento non ci sarebbero condizioni aggiuntive, né in termini di deficit e debito né di “riforme strutturali”. Sarebbe “light” anche il monitoraggio: non la temuta Troika ma solo la Commissione europea e il Mes, il creditore.

Il problema è che per quanto “snaturato” e “light”, si tratta pur sempre del Mes, che è regolato da trattati: un prestito innanzitutto molto limitato nella sua entità (il 2 per cento del Pil, per l’Italia, significa 35 miliardi) e soprattutto soggetto ad una “rigorosa condizionalità”, come recita il Trattato di Lisbona (TFUE) all’articolo 136 comma 3, prim’ancora che il trattato istitutivo del 2012. Basterà una deroga “sulla parola” oggi a garantirci rispetto ad un ritorno alla “lettera” dei trattati domani? Il memorandum per accedere al prestito è modificabile ex post, al mutare delle condizioni macroeconomiche, a maggioranza qualificata e in modo unilaterale dal Mes. Dunque, conclusa l’emergenza non si possono escludere il ritorno alle “rigorose condizionalità” e al monitoraggio della Troika, l’imposizione di un piano di rientro e di specifiche misure, con anche un rischio non trascurabile di ristrutturazione del debito, che sarebbe esiziale per le nostre banche.

Il fatto è che il Mes è stato concepito per situazioni obiettivamente molto diverse: oggi non siamo in presenza di un rischio default del nostro Paese a causa di una cattiva gestione del nostro debito, ma di un evento storico senza precedenti e del tutto inaspettato, una pandemia che minaccia le economie di tutti i Paesi dell’area euro e del mondo, quello che si chiama uno shock simmetrico. Perché dovremmo aderire ad una sorta di concordato fallimentare, quando in ogni parte del mondo si attivano le banche centrali? Per quanto “light”, si tratterebbe di tutta evidenza di condizioni molto più svantaggiose rispetto all’emissione di Btp che, se necessario, potrebbero essere acquistati e detenuti dalla Bce, se questa decidesse di esercitare pienamente le funzioni di una banca centrale.

Persino Guido Tabellini e Francesco Giavazzi, certo non due pericolosi sovranisti, hanno messo in guardia dalle inevitabili condizionalità ex post del Mes, proponendo invece l’emissione di titoli dell’Eurozona a lunghissima scadenza.

Primi in Occidente a subire l’onda d’urto del coronavirus, ultimi a mettere qualche euro in tasca a famiglie e imprese. Ad un mese dall’inizio del lockdown stiamo ancora aspettando il decreto per garantire liquidità alle imprese (dovrebbe arrivare in Cdm oggi), che negli Stati Uniti, in Francia e Germania è arrivata in un giorno.

“Facciamo da soli”, ha detto ieri Giulio Tremonti, “senza aspettare le decisioni della Commissione europea e dell’Eurogruppo”. Fare da soli significherebbe emettere subito nuovi Btp a “lunghissima scadenza”, dare “fiducia ai risparmiatori” (d’altra parte, in questo momento altri impieghi non se ne vedono), e nel caso andare a vedere le carte, forse il bluff, della Bce, consapevoli che il suo programma di acquisti può rivelarsi “un’ora d’aria”, come ha magistralmente spiegato Musso su Atlantico, cioè fino allo stop della Corte tedesca di Karlsruhe.

Né può sfuggire la dinamica negoziale di queste settimane in Europa, colta pienamente da Lorenzo Castellani su Twitter: “La Francia manda avanti le richieste mediterranee che si sanno già inaccettabili (bond comuni, Mes senza condizionalità…), facendoci credere di spalleggiarci. Poi, comprese meglio forze e debolezze sul tavolo, si accorda con la Germania”. Un copione a cui abbiamo già assistito in molte occasioni.

Ed è quanto è accaduto anche questa volta: se ci avete fatto caso, qualche giorno fa i giornali erano pieni di riferimenti a un supposto “asse Roma-Parigi” che lanciava addirittura ultimatum a Bruxelles, alla Commissione, a tedeschi e olandesi, mentre nell’arco di poche ore siamo arrivati all’accordo Parigi-Berlino, come sulla maggior parte delle questioni europee.

L’impressione è che prima della crisi del 2011, che ha determinato una perdita netta di status dell’Italia nelle dinamiche tra i grandi Paesi fondatori dell’Ue, il giochetto fosse quanto meno molto più difficile. Dopo, è divenuto la regola: Parigi si fa interprete delle richieste e capofila dei Paesi mediterranei ma, compresi i reali rapporti di forza, viene a patti con Berlino limitandosi a incassare quanto possibile a tutela dei suoi interessi.

Questo non significa che la posizione francese sia particolarmente forte. Anzi, tutt’altro. In modo sempre più evidente, in questo sbilenco asse franco-tedesco, Parigi funge da foglia di fico di un’Europa germanizzata (l’esito opposto a quello da molti auspicato di una Germania europea), di una realtà inconfessabile e innominabile: l’egemonia de facto sull’Europa da parte degli aggressori della Seconda Guerra Mondiale.

Perché, dunque, tutta questa voglia di Mes da parte di molti in Italia, se come abbiamo detto anche nella versione “light” i vincoli non mancano e potrebbero essere almeno tentate altre strade per finanziare la ripresa?

A nostro avviso perché da un lato, per francesi e tedeschi, questa crisi rappresenta un’occasione straordinaria per imporre la “soluzione finale” al caso Italia: il commissariamento, il controllo del nostro bilancio e delle nostre politiche economiche, prima che quegli indisciplinati degli italiani finiscano per fare casini irrimediabili, un default o, chissà, forse persino l’implosione dell’euro.

Dall’altro, per i numerosi referenti, politici e non, di Parigi e Berlino in Italia (il Pd e i suoi satelliti, i montiani, il nostro deep state), il Mes significherebbe il definitivo consolidamento del vincolo esterno, la gestione del potere senza reale accountability e imponendo i sacrifici alle constituencies avversarie, nonché una polizza di assicurazione nel caso in cui al governo arrivassero la Lega e i partiti di centrodestra, che si troverebbero ad avere le mani legate. Meglio la resa allo straniero, piuttosto che a guidare l’esercito sia un altro generale, magari con una diversa strategia.

Insomma, la ripetizione – sfruttando stavolta una drammatica emergenza sanitaria – della cinica manovra del 2011, quando pur di liberarsi di Berlusconi i suoi avversari giocarono di sponda con Francia e Germania, mettendo nel conto una crisi finanziaria ed economica da cui non siamo ancora usciti e un netto declassamento politico del nostro Paese in Europa.

Che si torni in questi giorni a parlare di patrimoniale (che proprio nel 2011 ci diede la mazzata) è un segnale. Il nostro risparmio privato è da sempre l’ossessione di Berlino: perché invece di chiedere prestiti, garantiti direttamente o indirettamente da noi, lo Stato italiano non attinge al risparmio del settore privato italiano? Sarebbe la prima richiesta della Troika.

Mentre tutto questo è in gioco, senza che il Parlamento possa discuterne, mentre le nostre libertà fondamentali di circolazione, riunione e impresa sono sospese extra ordinem, al di fuori, cioè, delle forme previste dalla Costituzione (le misure limitative delle nostre libertà personali, e ancor più la quarantena, che rappresenta una vera e propria forma di detenzione, vanno disciplinate per mezzo di atti aventi forza di legge, non di fonti secondarie, come ha spiegato Giuseppe Portonera su Atlantico e come scrive il professor Gian Luigi Gatta in questo corposo saggio), si aggiunge una implicita restrizione al diritto di critica e alla dialettica politica.

Le forze di opposizione sono chiamate a non polemizzare, ad essere “responsabili”, senza però che la collaborazione con il governo vada oltre le poche riunioni di facciata, una pantomima di unità nazionale.

Per la stampa e le tv mainstream il problema è “restare uniti”, “non è questo il momento di fare polemiche” (contro i governatori delle Regioni del nord, però sì, è sempre il momento), ma di colpevolizzare i “furbetti della passeggiata”, da cui dipenderebbe il successo o meno delle misure di contenimento. Fate caso a come aprivano sabato alcuni dei quotidiani più letti: “Troppi fuori casa, più controlli” (Corriere); “Già 15 mila multe ai furbetti delle passeggiate” (La Stampa); “Troppi in giro, divieti più lunghi” (Il Mattino); Troppi in giro, stretta a Pasqua” (Il Messaggero). Tutte aperture corredate da foto ingannevoli: strade o addirittura vicoli angusti in quartieri molto popolati ripresi dal basso, con zoom strettissimi, che come sa chiunque dotato di minime nozioni di fotografia schiacciano la prospettiva facendo apparire le persone ammassate.

E la task force per contrastare le fake news sul Covid-19 istituita a Palazzo Chigi (presso la presidenza del Consiglio!) dal sottosegretario con delega all’editoria Andrea Martella? Chiamati a farne parte, ovviamente, esperti tutti politicamente ben selezionati, debunker che sanno torturare i dati abbastanza a lungo da fargli confessare ciò che vogliono.

Del problema principale, cioè che l’unico piano che il governo Conte mostra di avere è quello di chiuderci in casa sperando che passi la nottata, mentre non ha un piano per riaprire in sicurezza, né un “whatever it takes” per sostenere e rilanciare l’economia, e ha fallito la trattativa a Bruxelles, non sembrano preoccuparsi in molti. Il governo è intoccabile, proprio mentre ogni giorno emergono le evidenze della fallimentare gestione della crisi. La politica è sospesa fino a nuovo ordine.

Se non è un’emergenza democratica questa…

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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