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Il messaggio liberalconservatore è ancora vincente, ora ai Popolari manca solo il tassello “devoluzionista”

di Marco Faraci, in Esteri, Quotidiano, del

Non c’è dubbio che la vittoria del Partido Popular (PP) nelle elezioni anticipate per il rinnovo dell’assemblea della regione di Madrid è stata netta sul piano dei numeri, anche al di là delle previsioni già favorevoli dei sondaggi. Le dimensioni del successo della presidente uscente Isabel Díaz Ayuso sono però ulteriormente amplificate dal significato ideologico della sfida madrilena che è andato ben oltre la pura dimensione dell’”amministrazione” locale.

Nei fatti la vittoria dei Popolari è maturata in un contesto che ha visto il ritorno chiaro della contrapposizione tradizionale tra destra e sinistra. La Ayuso ha presentato una proposta politica conservatrice orgogliosa e senza complessi, mentre la sinistra ha fatto quanto mai ricorso a tutto il suo armamentario ideologico più classico.

La leader popolare madrilena ha condotto, per molti versi, una campagna “thatcheriana”, con uno slogan quasi blasfemo nel periodo storico così culturalmente statalista che stiamo vivendo – una sola parola semplice, diretta: “Libertad”. Il riferimento alla “libertà” – fa piacere dirlo – non è stato solamente un espediente retorico, ma ha trovato una declinazione concreta nel governo espresso in questi ultimi anni dai Popolari a Madrid, che è stato improntato ad un sano buon senso liberale.

Al di là di politiche in generale “market-friendly”, sostenute da politici di cultura liberale come il consigliere alle finanze Javier Fernández-Lasquetty, è sul coronavirus che la Ayuso ha maggiormente marcato le propria differenza rispetto agli altri governi regionali e al governo nazionale di Pedro Sánchez. Il governo madrileno è stato tra i pochi in Europa a fare di tutto per evitare lockdown generalizzati, preferendo ad essi sistemi di regole che consentissero di rimanere il più possibile aperti, in modo da limitare gli impatti sulle attività economiche e sulle relazioni sociali. In linea di principio negozi, bar, ristoranti, musei e teatri sono restati in funzione e le chiusure, quando sono state giudicate inevitabili, sono state rese il più possibile  “chirurgiche” – quartiere per quartiere.

Malgrado da più parti verso la Ayuso si levassero accuse di irresponsabile “populismo di destra”, la scelta di un approccio pragmatico e non proibizionista alla gestione della pandemia è stata premiata dai fatti. I numeri dei contagi non sono stati peggiori che nelle altre regioni spagnole – spesso addirittura migliori. E l’economia ne esce in condizioni molto più vitali rispetto al resto del Paese. Soprattutto, però, i Popolari madrileni hanno compreso che nell’equazione complessiva dovesse rientrare anche un ragionevole rispetto della libertà personale e della dignità dei cittadini e che l’emergenza pandemia non potesse giustificare qualsiasi tipo di restrizione dei diritti individuali.

In termini più complessivi è innegabile che, sul piano economico e sociale, il Partido Popular di questi anni abbia una delle più serie agende politiche a livello europeo. Tra le grandi forze del centrodestra continentale è quella in cui maggiormente sembrano riecheggiare le idee e i princìpi della libertà individuale e del liberalismo economico, laddove in altri Paesi prevalgono o centrismi tecnocratici o sbrigative “vie di destra alla spesa pubblica”.

Particolarmente simbolico, da questo punto di vista, è lo spot “Piensa en ti” (“Pensa a te”) con cui il PP ha affrontato la campagna elettorale nazionale del 2019. In un periodo storico in cui tutti i partiti invitano a pensare “a quello che lo Stato può fare per te”, o a quello che “tu puoi fare la Società”, il  PP invitava a pensare “a trovare lavoro o un lavoro migliore”, “ad aprire un’attività”, “a fare figli” e “a educarli in libertà” e “a trasferirsi nella casa che si sogna da tempo” – con un ottimismo individualista che ricorda più il “Morning in America” di Ronald Reagan che lo spirito e gli stilemi della politica a cui siamo abituati.

Il risultato di Madrid è la riprova che il messaggio liberalconservatore, comunicato correttamente e declinato con coerenza, abbia un notevole potenziale di penetrazione. Di ciò dovremmo tornare ad essere consapevoli, anche qui da noi in Italia dove di un certo taglio culturale si sentirebbe quanto mai il bisogno.

Per quanto riguarda nello specifico i Popolari spagnoli, la questione, a questo punto, è quanto il successo di Madrid sia estrapolabile in chiave nazionale. Quello che è sicuro è che il risultato del PP rappresenta il ritorno ad una forza chiaramente maggioritaria nell’ambito del centrodestra spagnolo, dopo anni in cui la frammentazione del voto moderato e conservatore ha indebolito le prospettive di governo nazionale. Ciudadanos sembra ormai fuori dai giochi, mentre la scalata di Vox appare arrestabile. In questo contesto, le dinamiche di “voto utile” giocheranno, con tutta probabilità, a favore del consolidamento della posizione del Partido Popular.

Nei fatti la presenza, nel centrodestra, di un singolo partito “dominante” non è solo un fattore di forza dal punto di vista dell’immagine, ma garantisce anche maggiore efficienza nel conseguimento di seggi in virtù degli effetti moderatamente maggioritari del sistema elettorale.

Il vero problema dei Popolari oggi è che una proposta politica con il potenziale per governare la Spagna si riduce in una posizione strutturalmente minoritaria per la sua incomprensione della questione nazionale catalana e basca. In Catalogna e nei Paesi Baschi il PP non tocca palla, ma quello che è peggio è che, rispetto ad alcuni anni fa, ha perso qualsiasi capacità di allearsi con le emanazioni moderate e di centrodestra del nazionalismo locale. Nel 1996 José Maria Aznar arrivava alla Moncloa con i voti dei nazionalisti catalani e baschi; oggi questo non sarebbe possibile. Il PP parla solo alla Spagna “castigliana”, mentre il Partito Socialista essenzialmente governa la Spagna in quanto è l’unica forza politica in grado di comporre maggioranze “plurinazionali”.

Vincere senza le aree basche e catalane non solo appare complicato, ma sarebbe anche “sbagliato”, in quanto, contrariamente alla dinamica destra-sinistra, i conflitti di carattere nazionale non possono essere consegnati alla sola logica maggioritaria, ma devono essere composti attraverso relazioni di convivenza e meccanismi istituzionali più “orizzontali”.

Peraltro, l’esperimento politico madrileno rappresenta un successo dell’autonomia. Quanto Isabel Díaz Ayuso e il Partido Popular sono riusciti a mettere in pratica è stato reso possibile dall’attuale grado di “devolution” di cui dispone la regione madrilena ed ancora di più avrebbero potuto realizzare se le competenze attribuite a tale regione fossero state ancora maggiori.

Comprendere come la decentralizzazione e la devoluzione rappresentino soluzioni “win-win”, come ampliare gli spazi di autogoverno convenga a tutti, e non solo a catalani, baschi e galiziani, rappresenta oggi il tassello mancante ad un centrodestra per tanti altri versi maturo e culturalmente equipaggiato come quello spagnolo. La sensazione è che ci vorrà ancora del tempo perché tale tassello trovi il suo posto.

Marco Faraci


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