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Il femminismo radicale della Gruber fa parlare di sé, ma la battaglia per i diritti delle donne è un’altra cosa

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“Gli uomini devono essere rieducati”. È questo il messaggio lanciato dall’intervista di Lilli Gruber a IoDonna per presentare il suo nuovo libro “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone’’.

La celebre conduttrice televisiva, descritta come una giornalista “sempre equilibrata” (sic!), sostiene anche che i maschi siano descrivibili usando 3 “v”: volgarità, violenza e visibilità e che debbano imparare ad essere più femminili. Ma non finisce qui, perché la Gruber arriva anche ad affermare che “i maschi al potere stanno lasciando un mondo a pezzi: debito pubblico, tasse, disoccupazione, fuga dei talenti, mancanza di servizi, disuguaglianze, scuole e ponti che crollano, il territorio che si disgrega. La battaglia per il potere alle donne va di pari passo con la battaglia per la sopravvivenza del pianeta”. Affermazioni che le permettono di attaccare Trump e Salvini senza un vero e proprio ragionamento. A proposito di imparzialità e argomentazioni solide.

Ma torniamo al cuore dell’intervista. Il femminismo radicale espresso dalla Gruber, in realtà, non è nuovo. È un femminismo di cui abbiamo già parlato qui su Atlantico, commentando qualche mese fa un post di Michela Murgia. In questo caso è solo declinato in senso politico. La colpevolizzazione del maschio che propone la Gruber e la conseguente divisione artificiosa della società è la solita. Il maschio è colpevole in quanto maschio, perché tutti gli uomini, nessuno escluso, sono violenti e volgari. Nessuno se ne salva. Ne consegue un conflitto radicale: da una parte il bene, (le donne, meglio se progressiste); dall’altra il male assoluto, gli uomini. Con l’eccezione delle donne di destra, come la Meloni, per cui non viene applicato il femminismo. Non si spiega infatti la ragione per cui la Gruber non citi gli attacchi sessisti nei confronti della leader di Fratelli d’Italia, contenuti in un pezzo di Repubblica uscito pochi giorni prima.

Ancora una volta, dunque, il femminismo viene fatto coincidere con la guerra senza quartiere agli uomini, come si nota nell’introduzione all’intervista in cui viene detto che nel nuovo libro della famosa conduttrice “c’è la veemenza di Lilli che va alla guerra”. Il termine rieducare, del resto, chiarisce l’intento iper-bellicoso, per non dire totalitario, della conduttrice de LA7. Chi è intrinsecamente colpevole, poiché violento e volgare per natura, deve essere rieducato al ‘bene’, deve quindi essere privato della sua mascolinità necessariamente tossica. Una tale concezione del mondo e del femminismo, è bene ripeterlo, distoglie l’attenzione dalle sacrosante battaglie delle donne. Sia perché crea un conflitto permanente con gli uomini, colpevoli a prescindere. Sia perché ignora, o fa passare colpevolmente in secondo piano (come in questa intervista), tematiche cruciali come il gender pay gap e più in generale le discriminazioni sui luoghi di lavoro. Un femminismo estremista di questo genere, tuttavia, fa notizia. Aiuta a vendere copie, a rafforzare la notorietà della Gruber come opinion leader, e soprattutto la eleva a leader progressista e anti-sovranista, grazie alle sue prestazioni a Otto e mezzo. La battaglia per i diritti delle donne è però un’altra cosa. 

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Martino Loiacono


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