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Il duello MacKay-O’Toole: si decide il futuro dei Conservatori canadesi e il prossimo sfidante di Trudeau

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Si sono svolti giovedì e venerdì scorso i due dibattiti – quello in francese e quello in inglese – tra i candidati alla successione di Andrew Scheer alla guida del Partito Conservatore canadese.

I Tories hanno perso di misura le elezioni dello scorso ottobre, ottenendo la maggioranza relativa dei voti, ma arrivando dietro al Liberal Party del primo ministro Justin Trudeau in termini di seggi.

La sfida di quest’anno per la leadership conservatrice appare un po’ in tono minore rispetto a quella del 2017 che vide in campo 14 candidati, si articolò in una lunga serie di dibattiti e visse sul duello risolto solo al fotofinish tra Andrew Scheer e Maxime Bernier.

Della corsa del 2017 è rimasto ben poco, dopo che Scheer, il vincitore di tre anni fa, ha deluso molte aspettative non riuscendo a scalzare alle elezioni un Trudeau che pareva sufficientemente indebolito – mentre Maxime Bernier si è reso protagonista di un clamoroso suicidio politico lasciando il partito per fondare il piccolo e marginale Partito Popolare.

Dopo la “non vittoria” alle elezioni di ottobre, Scheer ha rassegnato le dimissioni, pur mantenendo ad interim la guida del partito in attesa della nomina del successore.

La favorita dei sondaggi è apparsa a lungo quella Rona Ambrose che aveva guidato ad interim il partito per due anni dopo l’abbandono di Stephen Harper. La popolare donna politica dell’Alberta ha, però, alla fine rinunciato a tornare nell’arena, aprendo così la strada alla discesa in campo dell’ex ministro degli esteri, della difesa e della giustizia Peter MacKay.

MacKay è facilmente succeduto alla Ambrose come predestinato alla vittoria e si aspettava di poter chiudere rapidamente la partita, quando l’emergenza coronavirus ha obbligato alla sospensione della campagna e al rinvio dell’elezione da aprile ad agosto. Questa situazione ha dato modo di far crescere la candidatura alternativa di Erin O’Toole che, secondo gli ultimi sondaggi, appare ora potenzialmente competitiva.

Ci sono pochi dubbi che MacKay rappresenti la candidatura più istituzionale e “vecchia scuola”. È un tory moderato “alla Mulroney”, con una lunga esperienza in ruoli di responsabilità sotto i governi di Stephen Harper. Si presenta come il candidato “autorevole” che può permettersi di guardare agli avversari con un minimo di snobismo. Il suo lungo percorso, tuttavia, potrebbe rivelarsi un boomerang, in una fase storica in cui in tutto l’Occidente diminuisce la fiducia nelle leadership tradizionali.

Di questo può approfittare Erin O’Toole che, certo, non può vantare lo stesso curriculum politico di MacKay, ma che nei dibattiti ha reso un punto di forza l’aver fatto anche altro, oltre alla politica, nel corso della sua vita e l’aver conseguito importanti esperienze nell’esercito e come uomo d’affari – pur non mancando, però, di ricordare di aver vinto tre volte un collegio “marginale” dell’area metropolitana di Toronto.

O’Toole non ha perso occasione di rivendicare di essere l’unico vero “Blue Conservative”, che nel gergo politico canadese vuol dire “fiscal conservative”, cioè sostenitore di politiche liberiste, anti-stataliste e business-friendly. Il suo programma politico è, in generale, il più interessante. Difesa del mercato e della libera iniziativa, meno tasse e, tra le varie cose, fine del finanziamento della tv pubblica.

È un assertore della CANZUK, cioè di una potenziale futura area di libero scambio e cooperazione tra Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda ed ha una politica estera fortemente pro-Occidente; si schiera vigorosamente a favore di Hong Kong e di Taiwan ed è favorevole al trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata canadese in Israele.

Sia O’Toole che MacKay hanno posizioni gay-friendly e pro-choice sul tema dell’aborto e, in generale, una sensibilità sulle questioni di innovazione sociale e civile sufficiente a non cadere nelle “trappole” dei media liberal e a presentarsi con un’immagine competitiva anche nei contesti cosmopoliti. In questo senso, ci tengono a mostrare di essere particolarmente attrezzati per espandere il perimetro del consenso del partito. Sono in molti, nei fatti, a ritenere che il principale limite della leadership di Andrew Scheer sia stato quello di non essere riuscito a portare il messaggio conservatore oltre la zona di comfort rappresentata dalle Praterie (Alberta, Saskatchewan e Manitoba), cioè dalla regione più tradizionalmente orientata a destra. La strada per nuovo governo Tory a Ottawa passa, obiettivamente, per la capacità di penetrazione nelle due importanti “swing provinces” dell’Ontario e della Columbia Britannica.

A non credere a posizionamenti “centristi” sui temi culturali sono invece Derek Sloan e Leslyn Lewis, i due candidati dell’area “social conservative” del partito, che tuttavia, stando ai sondaggi, appaiono comprimari in questa contesa. Derek Sloan, in tutti i suoi interventi, si è voluto caratterizzare come candidato contro il “politicamente corretto”, mentre la Lewis – la meno a proprio agio dal punto di vista comunicativo – si è concentrata soprattutto sui temi della difesa della famiglia.

Da parte di tutti i candidati, naturalmente, è arrivata una forte critica a Justin Trudeau e al suo governo a partire dalla subalternità mostrata nei confronti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella gestione dell’emergenza Covid-19.

Trudeau è finito sotto attacco anche sulla negoziazione del nuovo trattato USMCA che sostituisce il NAFTA e che, secondo i Conservatori, non risponde agli interessi commerciali del Canada, oltre che per il suo atteggiamento “infantile” e spesso imbarazzante sulla scena internazionale.

Sollecitati sul tema del “razzismo”, i candidati Tory hanno pure preso le distanze dell’approccio del governo. O’Toole, in particolare, ha stigmatizzato il “virtue signalling” dell’attuale premier, a fronte di decisioni in economia che penalizzano, nei fatti, le opportunità di impiego delle minoranze.

Il coronavirus ha obbligato a rivedere e ridimensionare il formato della sfida per la leadership. Il voto si svolgerà per posta, con un sistema “all’australiana”, che prevede l’eliminazione ad ogni turno dell’ultimo classificato e la ridistribuzione agli altri candidati delle preferenze secondarie. I risultati dovrebbero essere resi noti il 21 agosto. Le elezioni federali sono ancora lontane, previste solo a fine 2023, ma il fatto che Trudeau guidi un governo di minoranza fa sì che la possibilità di un voto anticipato non possa essere esclusa. Nessuno dei precedenti governi di minoranza, nei fatti, è mai arrivato alla scadenza naturale. È necessario, pertanto, che i Conservatori si tengano pronti e questo passa, naturalmente, anche dalla presenza di un leader del partito che sia a tutti gli effetti in carica.

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Marco Faraci


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