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Il discorso di Biden: parla da vendicatore il “moderato” che si era presentato come “guaritore” dell’America

Musso di Musso, in Esteri, Quotidiano, del

Finito il discorso di Trump, la manifestazione si è diretta verso il Campidoglio. Lì, è tracimata dentro il Campidoglio. Non sappiamo come sia successo: il capo della sicurezza ed altri con lui sono stati fatti dimettere, diverse indagini sono in corso, altre si annunciano.

Una manifestante è stata uccisa dalla sicurezza. Tre sono morti di malore. Un poliziotto è morto colpito con un estintore, alla maniera in cui il carabiniere Placanica avrebbe potuto morire per opera di Carlo Giuliani, a Genova non troppi anni fa (spingendo Massimo D’Alema a parlare, al Parlamento, di “macelleria messicana”). Fuori dal Campidoglio, ma non si sa bene dove, nel furgone di un partecipante alla manifestazione, poi trovato in possesso di una 9mm, sono state trovate un’arma semi-automatica e diverse Molotov. Un simpatizzante era in possesso di armi, ma in albergo e non era giunto in città in tempo per i fatti. Un partecipante ha precedenti per aver ucciso, anni fa, l’amico della ex fidanzata. Nessuno è stato indicato come provocatore esterno (Antifa). Il locale procuratore federale procede per “ingresso non autorizzato – condotta disordinata – furto di pubblica proprietà”, anche se valuta imputazioni più gravi, quali “sedizione – insurrezione – rivolta”; in ogni caso continuerà a formulare imputazioni “per la gran parte dell’anno”. A lunedì, erano stati incriminati in 90. Il direttore della FBI ha descritto la situazione come un “assedio”. Trump potrebbe essere perseguito per “incitamento” a commettere i suindicati reati, ma ancora non si sa.

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A destra, Luttwack rifiuta con forza la definizione di “insurrezione” e “colpo di stato”, più debolmente quella di “intimidazione diretta al Parlamento”, per rifugiarsi in “sfogo di risentimento accumulato”: il che certamente è vero, ma non basta a spiegare la pressione sui “Repubblicani deboli” che Trump esplicitamente intendeva esercitare. Al centro, si parla di “folla mobilitata da Trump”. A sinistra, si passa dall’assalto “implicitamente” incitato da Trump del Financial Times, alle “violenze ispirate da Trump” di Politico.com, all’“auto-colpo di Stato” che avrebbe portato il Paese “sull’orlo della guerra civile”. I sondaggi mostrano un Paese spaccato come una mela, fra chi giudica i fatti “una legittima protesta” e chi “un atto illegale”.

I Democratici parlano di “insurrezione” e ne accusano direttamente Trump: hanno ben scritto, nella propria proposta di impeachment, che Trump si sarebbe reso colpevole di “incitamento all’insurrezione” per aver “ribadito false affermazioni che ‘abbiamo vinto queste elezioni’” nonché per aver “rilasciato dichiarazioni che hanno incoraggiato, e prevedibilmente portato a una immediatamente successiva azione illegale al Campidoglio. Incitata dal presidente Trump, una folla ha violato illegalmente il Campidoglio”.

Particolarmente importante che, per i Democratici, l’agire insurrezionale consista pure nell’aver contestato gli asseriti brogli elettorali: essi sono, semplicemente ed immancabilmente, “baseless”, privi di fondamento ed averne condiviso la denuncia (lo hanno fatto 121-138 deputati e 6-7 senatori) è, di per sé, una vergogna dalla quale emendarsi. Chi lo ha fatto, si difende richiamando l’opinione dei propri elettori e le volte passate che furono i Democratici a contestare la certificazione (nel 2004 addirittura John Kerry). Ma questi ultimi non vogliono sentire: questa volta è diverso, dicono, questa volta sono “milioni gli americani che ancora pensano che le elezioni siano state rubate” ed il rischio di nuovi disordini è alto.

Ciò che i Democratici vogliono, è l’abiura. Uno, Josh Hawley, è considerato più colpevole degli altri, per aver sostenuto per primo, al Senato, le contestazioni avanzate da Trump: si è visto rimandare dall’editore un proprio libro in uscita a giugno, a motivo del “ruolo in ciò che è divenuto una pericolosa minaccia per le nostre democrazia e libertà”. Colleghi Democratici chiedono le dimissioni sue e di Ted Cruz dal Senato; uno ha proposto di espellerli (una cosa che, a parte la guerra civile, si è vista una volta in 231 anni) per aver “favorito una violenta insurrezione contro la nostra democrazia”; sicuramente verranno colpiti da una mozione di censura. A tutti loro sono state sospese le donazioni da parte della catena alberghiera Marriott, da una associazione nazionale di assicurazioni malattia, da AT&T, Amazon, Dow, American Express, Hallmark: in generale con l’accusa di aver “votato per minare la nostra democrazia”, di voler “sovvertire il processo di elezione presidenziale” e simili. Oltre 6000 insegnanti, studenti ed ex studenti delle scuole dove i due si sono specializzati in legge (Harvard per Cruz e Yale per Hawley) hanno chiesto la loro rimozione dai registri della professione forense.

L’impeachment sarà sicuramente votato dalla Camera bassa mercoledì, con l’intenzione di bandire Trump da ogni ufficio pubblico. Ma, affinché il processo si concluda al Senato, mancherebbe il tempo: il presidente uscente, un Repubblicano, non intende riconvocarlo prima del 19 gennaio ed il testo non può essere votato prima del 20, “un’ora dopo che Trump avrà cessato il proprio ufficio”. Comunque, i Democratici non avrebbero il necessario 2/3 dei voti al Senato; inoltre, il “post-office impeachment” non è espressamente previsto dalla Costituzione, non ha precedenti e rappresenterebbe un viaggio nell’ignoto giuridico. Quindi, onde non ripiegare su una banale mozione di censura pure di Trump, i Democratici tentano di convincere il vicepresidente Pence a destituirlo lui, attivando il 25° emendamento; ma servirebbe il consenso della maggioranza del governo e non si vede perché mai Pence dovrebbe esporsi sino a questo punto; in ogni caso, è previsto egli venga audito dal Congresso, probabilmente a metà settimana. Nel casino generale, Pelosi ha pure tirato fuori il rischio che Trump scateni una guerra nucleare: preoccupazione ridicola (considerato che Trump è il primo presidente da 40 anni a questa parte a non aver scatenato un conflitto) e che pare abbia irritato i militari.

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Tali posizioni sono state fatte proprie da Biden, prima in un discorso a caldo, nel corso degli eventi, nel quale scandiva: “non è una protesta, è un’insurrezione”; per poi assegnarsi il compito di “restaurare la democrazia” e citare un discorso di Lincoln, peraltro splendido ma pronunciato nel secondo anno della Guerra Civile. Concetti elaborati l’indomani, 7 gennaio, in un secondo discorso che andiamo a leggere.

Biden denuncia la “desacralizzazione” del Campidoglio, interpretata come “un assalto senza precedenti alla nostra democrazia … un assalto alla più sacra delle imprese americane: ratificare la volontà del popolo e scegliere la guida del proprio governo”. Trump si sarebbe reso colpevole di “incitare una folla ad attaccare il Campidoglio, ingiungere a rappresentanti eletti del popolo di questa nazione, e persino al vicepresidente, di impedire al Congresso di ratificare la volontà del popolo americano, espressa in un’elezione libera e giusta appena completata. Cercando di usare una folla per mettere a tacere le voci di quasi 160 milioni di americani”. Il che, lo abbiamo visto, non è: Trump ha invitato la folla ad incamminarsi verso il Campidoglio (non ad occuparlo), al fine di incoraggiare i Repubblicani deboli a farsi forti (non di interrompere la seduta).

Per conseguenza, “ciò cui abbiamo assistito ieri non era dissenso, non era disordine, non era protesta. Era il caos. Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle di insorti, terroristi interni. È così elementare, così semplice”. Il che è logico: se è stata una insurrezione, chi la ha perpetrata è un insorto.

Ma non basta: “negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione, lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Fin dall’inizio ha scatenato un attacco a tutto campo contro le nostre istituzioni della nostra democrazia. E ieri è stato il culmine di quell’attacco implacabile”. Cioè, è stata una insurrezione, chi la ha perpetrata è un insorto e Trump è il capo degli insorti. Noterà il lettore che Biden pretende di star difendendo la Costituzione, esattamente come Trump pretende di difendere la Costituzione: è una guerra di successione, cioè una lotta nella quale entrambe le parti si richiamano alla medesima legittimità. Infatti Biden paragona Trump, due volte, ad “autocrati e dittatori”.

Per spiegarsi, egli cita la trita storia del Russiagate e ripete una propria vecchia gaffe, accusando Trump di aver posato con una bibbia tenuta al contrario, gaffe per la quale era stato ripreso addirittura dal New York Times, il che è tutto dire.

Lo accusa poi di aver preteso l’appoggio della Corte Suprema, la quale però si è rifiutata e perciò Biden la loda sperticatamente: “i giudici da lui nominati non hanno eseguito i suoi ordini, hanno invece agito con integrità, seguendo la Costituzione, sostenendo lo stato di diritto … La magistratura si è alzata in piedi al momento durante queste elezioni. Ha fatto il suo lavoro. Ha agito con completa correttezza e imparzialità, con completo onore e integrità. Quando la storia ripercorrerà questo momento che abbiamo appena attraversato, credo che dirà che la nostra democrazia è sopravvissuta in gran parte a causa degli uomini e delle donne che rappresentano una magistratura indipendente in questa nazione. Abbiamo con loro un profondo, profondo debito di gratitudine”. Parole delle quali avrà plausibilmente a pentirsi, se mai la Corte Suprema usasse di tali rinnovate credenziali, in futuro, per dar seguito alla propria agenda francamente conservatrice.

Poi passa ad accusare il trumpismo: “se ieri fosse stato un gruppo di Black Lives Matter (a group of BLM) a protestare, sarebbero stati trattati in modo molto diverso, rispetto all’orda di teppisti (mob of thugs) che ha preso d’assalto il Campidoglio”, laddove il lettore è apparentemente lasciato ad interrogarsi se i BLM siano stati trattati troppo male o i trumpisti troppo bene. Ma la risposta è nella definizione: i BLM sono “un gruppo”, i trumpisti “un’orda”. Cioè, la giustizia non sta nell’equilibrio, ma nell’inversione: i trumpisti debbono essere trattati come sono stati trattati i BLM, i BLM (pure quando okkupano Portland, Seattle e Kenosha o sakkeggiano parti di New York) devono essere trattati come sono stati trattati i trumpisti.

Chi se ne occuperà? Beh, lui, Biden: “la ragione per cui il Dipartimento di Giustizia è stato formato in origine (era il 1870, prima non avevamo un Dipartimento di Giustizia, il Gabinetto, è stato costituito nel 1870) fu di far rispettare l’emendamento sui diritti civili nato dalla Guerra Civile … Per resistere al Klan, per resistere al razzismo. Per affrontare il terrorismo interno”. Quanto al razzismo ed al KKK nulla quaestio, ma il problema è che Biden ha appena definito la folla tracimata dentro il Campidoglio come “terroristi interni”, quindi sta dicendo che userà il Dipartimento di Giustizia per perseguitare i propri avversari politici. Meglio sarebbe dire nemici politici.

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Mica male, per un nuovo presidente che si è presentato come un “guaritore”: parleremmo piuttosto di un vendicatore. Vero, nel 2016, egli non si era distinto fra quelli che invocavano la “Resistenza” a Trump (come i Repubblicani fossero un esercito occupante anzi, più precisamente, l’esercito di Putin): oggi, evidentemente, ha cambiato idea.

Sarebbe allettante attribuire tale svolta al desiderio di spaccare il Partito Repubblicano, ma la radicalità delle nuove posizioni da lui prese sconsiglia tale interpretazione. Invero, il primo fattore decisivo deve essere stata la vittoria al Senato in Georgia, che gli ha consegnato la maggioranza nelle due Camere e, quindi, l’obbligo politico di procedere compattando il proprio partito: inclusa l’ala sinistra. Il secondo è la forza dell’ala trumpista dell’opposizione, tale da cancellare le speranze di condurre una politica bipartisan. Il terzo fattore decisivo sono i Social Network, come vedremo nel prossimo articolo; per non parlare della stampa, la quale ha sposato la tesi della “insurrezione” come Pinocchio con il Gatto e la Volpe.

Biden, il “moderato”, pare trovarsi a capo di una coalizione ebbra della vittoria e determinata a sfruttare l’occasione del fattaccio del Campidoglio per cancellare politicamente i propri nemici.

Musso

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