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Il bluff di Renzi sulle riforme: finge aperture, ma anche lui resta attaccato al collante antisalvinista

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Sentendo Matteo Renzi proporre a “Porta a Porta” da Bruno Vespa, mercoledì 19 febbraio, il premierato, è inevitabile per un cronista parlamentare di lungo corso ripensare a quella mattina del giugno 1997 quando un sornione Roberto Maroni e gli altri leghisti di colpo si ripresentarono a Roma e levarono in alto le pochette verdi a favore del semipresidenzialismo. Proprio loro, in epoca ancora “secessionista”. Rovesciarono così il tavolo, insieme con Forza Italia e il resto del Polo, a favore del semipresidenzialismo. Cesare Salvi nella Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema aveva proposto due modelli: il premierato, molto gradito al governo di centrosinistra dell’Ulivo, e il semipresidenzialismo più gradito a Silvio Berlusconi, dal quale la Lega Nord era ancora divisa dopo il divorzio del ’94 che rovesciò il primo governo del Cav. Gianfranco Fini leader di An sembrava aver preso in considerazione anche l’ipotesi del premierato. E comunque già la sera prima, rivedendo di colpo “Bobo”, spedito a Roma da Umberto Bossi, che aveva ritirato la delegazione quattro mesi prima, capì: “Ecco, sono arrivati i guastatori”. Maroni gigioneggiò: “Ma siamo venuti a fare una passeggiata”.

Era quella che Matteo Salvini, oggi capo del primo partito italiano, e allora già consigliere comunale a Milano, ha definito la “piccola Lega” non per sminuirla, anzi, ma per sottolineare che allora sarebbe stato inimmaginabile superare quota 30 per cento. Ma quella era la base da dove partì tutto, forza territoriale allora solo al Nord, ma molto “pericolosa” e anche decisiva nel Palazzo. Ora, suona un po’ surreale, come un fare i conti senza l’oste-Lega nazionale, sul piano del ragionamento politico (al di là di responsabili o meno e geometrie variabili in Senato), parlare e litigare all’interno della maggioranza di governo di riforme e quant’altro, scontrarsi su prescrizione e intercettazioni etc etc, quasi come, appunto, il primo partito italiano, che ha in mano le Regioni motore dell’economia e non solo quelle, non fosse tale. L’ex premier e leader di Iv, secondo i sondaggi con una cifra un po’ bassa, che minaccia la sfiducia al ministro Alfonso Bonafede, assicura che comunque andrà, elezioni anticipate non ci saranno. Del resto, fin da subito disse che la legislatura non sarebbe caduta, ma che sul governo Conte 2 non metteva già da allora le mani sul fuoco. È ovvio che Renzi parli anche di un coinvolgimento della Lega in eventuali percorsi per le regole. Ma sembra parlare di quello che è il primo partito italiano, stando alle Europee e a quasi tutte le Regionali, senza la dovuta considerazione che sarebbe naturale in un Paese con una normale accettazione delle regole dell’alternanza.

Se c’è un collante ancora tra Renzi e il resto della maggioranza (Pd e 5 Stelle), questo è proprio l’antisalvinismo. Ovvero la pervicace speranza che “Salvini prima o poi si sgonfi”, come ammettono in conversazioni private tra loro esponenti del Pd. Del resto, che il governo fosse nato per mettere Salvini “in un angolo” lo disse subito chiaramente il capo delegazione del Pd al governo Dario Franceschini. E Renzi ora ribadisce che se non fosse nato questo governo “Salvini ci avrebbe fatti uscire dall’euro”. Un’altra volta ha detto che chiese i pieni poteri per un referendum anti-euro. Questo però non risulta, i “pieni poteri” riguardavano invece proprio quel rafforzamento delle capacità decisionali delle nostre istituzioni di cui Renzi stesso parla. E che l’Europa vada cambiata da dentro Salvini lo disse già alla affollata manifestazione romana di Piazza del Popolo l’8 dicembre del 2018. Ma ogni volta sui giornaloni si scava su una presunta dualità tra Salvini e Giancarlo Giorgetti, numero due leghista, il quale ha comunque detto che o le regole Ue cambiano o non hanno senso, perché appartengono a un mondo che non c’è più.

E intanto va avanti senza sosta la mission giallo-rossa-fucsia di cercare di logorare l’ex ministro dell’interno, tanto più sottoposto a un’offensiva giudiziaria come quella contro Berlusconi. Con il salto di qualità che la maggioranza ha detto sì al Senato a un processo su un atto del potere esecutivo. Cosa sulla quale, allarmato, ha posto l’accento un politico di lungo corso come Pier Ferdinando Casini, votando no all’autorizzazione a procedere, pur non condividendo la politica di Salvini. Nelle loro conversazioni private i Pd si dicono quasi certi che tanto Salvini “si sgonfierà e magari Giorgetti diventerà il capo della Lega”. Sognano una Lega ridimensionata, perché è evidente che “Giancarlo” è uomo di stretta fiducia di Salvini, è un asse portante della Lega di ieri e di oggi, ma come lui stesso sa da sempre non spetta a lui il ruolo di leader, né del resto ha mai affatto ambito ad averlo. Sembra una maggioranza che, rincuorata dalla vittoria in Emilia Romagna – dove comunque la non vittoria leghista è una vittoria vista l’alta percentuale di consensi nel più significativo baluardo rosso che resta – ora intende costruirsi anche un’opposizione a sua immagine e somiglianza. Creando ad arte dissidi interni, cercando di depotenziare il leader dell’opposizione che, appunto, per loro dovrebbe sempre stare all’opposizione. Sembra tutto come il replay di un grande film della “Bicamerale”, dove però, oltre a quel colpo di scena leghista, ci fu alla fine un Cav che rovesciò definitivamente il tavolo.

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Paola Sacchi


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