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Il beffardo destino di Varadkar: a braccetto con Bruxelles contro la Brexit e finito contro un muro come la May

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Esteri, Quotidiano, del

Incarnava l’ennesimo prototipo del politico moderno che piace a chi conta, ma non sempre a chi vota. Ha voluto le urne anticipate per rafforzare il suo mandato e ora si ritrova alle spalle dello Sinn Fein a trazione corbynista

Le previsioni nelle ultime settimane non erano molto rassicuranti, ma l’esito delle urne ha reso il panorama irlandese ancora più agitato. Quello che all’inizio doveva essere un testa a testa tra i due contendenti di area moderata, Fin Gael e Fianna Fail, ha visto l’irruzione di nuove correnti instabili, con lo Sinn Fein e la sinistra più combattiva assoluti protagonisti degli ultimi colpi di campagna elettorale e tornati prepotentemente alla ribalta. A rimetterci è stato soprattutto Leo Varadkar, l’attuale primo ministro – ma ancora per poco evidentemente – che confidando nei propri mezzi aveva optato per le elezioni anticipate. Un film già visto.

Tutto sembrava andare per il verso giusto per uno dei paladini della politica moderna: un’economia stabile e solida dopo i trambusti dello scorso decennio con la crisi finanziaria europea; il sostegno e l’approvazione dei colleghi internazionali; i ritratti entusiastici di chi vedeva in Varadkar l’ennesimo prototipo della contemporaneità. Figlio di un dottore indiano, Varadkar non ha nascosto la sua omosessualità e ha sostenuto a gran voce leggi meno restrittive sull’aborto, in una nazione dove la componente religiosa cattolica ha sempre avuto un peso specifico considerevole. Eppure, qualcosa è andato storto.

Quando i temi dello scontro si sono soffermati sulle questioni della politica interna, specialmente abitativa e sanitaria, la sinistra rappresentata dallo Sinn Fein ha trovato spazio per dare fiato alle trombe e non c’è più stato modo di silenziarla. Lo storico movimento che vorrebbe porre sotto un unico confine il territorio repubblicano e quello britannico dell’Ulster, legato a doppio filo con il terrorismo e le violenze a Belfast e dintorni, ha raccolto il malcontento popolare. Alla domanda rivolta dal centro studi Ipsos su quale fosse il tema che più di tutti avesse influito nella decisione elettorale, il 58 per cento degli intervistati ha indicato uno tra Housing e Health, riconducendo ad un misero 1 per cento l’interesse per Brexit, che ha visto Dublino direttamente coinvolta.

E Varadkar se lo ricorda molto bene, dato che durante le contrattazioni tra l’Unione europea e il governo conservatore di Theresa May è stato una delle pedine usate da Bruxelles per determinare il buono e cattivo tempo sull’esito finale, il Withdrawal Agreement affondato a più riprese da Westminster. Solo un anno fa, il confine con l’Irlanda del Nord era al centro dello spinoso confronto, con la minaccia ripetuta che il divorzio tra Londra e Bruxelles avrebbe riaperto su quel confine vecchie ferite non totalmente rimarginate e comunque riassorbite dall’Accordo del Venerdì Santo del 1998, il passaggio più importante nel processo di pace della regione.

Da qui l’idea del backstop, che nelle intenzioni dei proponenti avrebbe evitato l’hard border lungo la linea di demarcazione, un punto su cui Varadkar ha fatto la voce grossa, mentre definiva Brexit un gesto assurdo di autolesionismo. A distanza di tempo, ma lo avevamo anticipato su Atlantico, appare evidente come fosse più che altro un escatomage per interrompere l’intero processo di separazione. Lo dimostra anche il fatto che dopo il cambio della guardia al Numero 10, il nuovo accordo siglato a novembre – che addirittura concede a Belfast maggiore autonomia nella gestione del confine rispetto all’idea originaria – e la larga vittoria di Boris Johnson alle elezioni di dicembre, l’attenzione dell’Ue si è completamente spostata sull’indipendentismo scozzese, lasciando solo il povero Varadkar, tornato ad essere meno utile per la diplomazia europea, con una opinione pubblica irlandese piuttosto disinteressata al suo ruolo nei negoziati tra Bruxelles e Londra.

Il congelamento degli affitti per tre anni, la promessa di costruire 100 mila nuove abitazioni e l’impegno a tagliare i costi per l’assistenza sanitaria dei bambini, attingendo da una tassazione maggiore sui redditi più alti e sulle banche, hanno spinto gli elettori urbani di nuova generazione, cresciuti lontani dai tempi dell’IRA e degli attentati dinamitardi, a sostenere lo Sinn Fein. Se Jeremy Corbyn ha fallito nel Regno Unito, il corbynismo ha trovato terreno fertile al di là del mare.

Quale sarà ora il destino politico del promettente Varadkar? Prima di tutto dovrà riprendersi dalla sconfitta – non è arrivato primo nemmeno nel suo seggio, ma ciò non gli impedirà di sedersi in Parlamento. Il suo Finn Gael è terzo nei numeri con 35 seggi, dietro di una spanna allo Sinn Fein – che tra l’altro aveva presentato solo 42 candidati sugli 80 necessari per garantirsi la maggioranza. Poi dovrà valutare le eventuali proposte del Fianna Fail – The Republican Party per tentare di mettere ordine e garantire un esecutivo all’isola, con il grande rischio che un’alleanza litigiosa faccia il gioco della combattiva opposizione di sinistra. Forse gli converrebbe chiedere gentilmente consigli alla May, che sa cosa vuol dire uscire ammaccata da snap elections azzardate.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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