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I turchi sono tornati a Tripoli, Italia relegata a ruota di scorta

di Atlantico Quotidiano, in Esteri, Quotidiano, del

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Pietro Baldelli, analista di politica internazionale, collaboratore del Centro Studi Geopolitica.info per l’area Medio Oriente e Nord Africa

In Libia ci si appresta a scrivere un nuovo capitolo chiamato Sirte. Città strategica della costa libica su cui tante, troppe linee rosse convergono, Sirte è attualmente controllata dalle milizie cirenaiche fedeli ad Haftar, sostenuto tra gli altri da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Dopo la definitiva liberazione di Tripoli tuttavia, tale avamposto strategico è diventato preda ambita dalle forze fedeli al Governo di Accordo nazionale (GNA), guidato da Fayez al Sarraj e sostenuto militarmente dalla Turchia. Qualora non si giunga a un preventivo accordo turco-russo sul modello siriano di Idlib, si assisterà all’inevitabile apertura di un nuovo fronte militare. L’ennesimo ribaltone in un conflitto che con diverse sembianze e alterni protagonisti sta dissanguando il Paese nordafricano dal 2011, quando nel solco delle “primavere arabe” e dell’intervento militare Nato è stato rovesciato il regime di Gheddafi.

“Il nostro miglior nemico”, come viene definito l’ex rais libico nel volume in uscita oggi Tripoli, Italia: la politica di potenza nel Mediterraneo e la crisi dell’ordine internazionale (Castelvecchi Editore), a cura del prof. Antonello Folco Biagini, era l’unico leader in grado di tenere insieme le diverse anime della Libia, Stato unitario senza Nazione. Gheddafi per decenni ha rappresentato la clausola d’assicurazione con cui tutti i governi italiani, dalla Prima Repubblica a Berlusconi, avevano tentato di far valere l’interesse nazionale italiano, in quella che in tempi coloniali era conosciuta come la “quarta sponda”.

L’eventuale battaglia di Sirte non metterebbe la parola fine al conflitto libico. Ciononostante, potrebbe segnare una svolta altrettanto importante quanto dolorosa dal punto di vista italiano. Ora che Ankara è diventata il principale sponsor di Sarraj, Roma sembra essere stata relegata a ruota di scorta. L’ultima volta in cui la Turchia aveva giocato un ruolo così cruciale per il Paese nord-africano era stata appunto la guerra italo-turca del 1911. Conflitto in cui aveva combattuto lo stesso Mustafa Kemal Atatürk, che da giovane ufficiale si era imbarcato clandestinamente alla volta di Tripoli nonostante le autorità ottomane avessero già riconosciuto la sconfitta. Dal suo punto di vista infatti il Nord Africa rappresentava un confine irrinunciabile ove stabilire la prima linea da cui difendere il territorio anatolico, altrimenti vulnerabile, rendendo il Mediterraneo Orientale un lago interno. Per uno strano scherzo del destino oggi Erdoğan, il liquidatore del Padre della Patria, sta adottando una strategia propriamente kemalista – non neo-ottomana come aveva invece tentato di fare sino al fallimento delle “primavere arabe” – per tornare ai fasti del passato, dotare la Turchia di una credibile dimensione talassocratica e diventare una presenza inaggirabile con cui fare i conti tra l’Europa e l’Indo-Pacifico. In altre parole, piegare la geografia mediterranea, che la relegherebbe alla marginalità, immaginandosi baricentro.

L’Italia tenta affannosamente di mantenersi a galla giocando la carta della diplomazia, tentando di “europeizzare” la crisi libica e partecipando a operazioni minori come quella di sminamento a Tripoli, lanciata due settimane fa nell’ambito della missione MIASIT. Nonostante ciò è evidente la retrocessione di Roma, iniziata progressivamente dal 2011 e proseguita sino ad oggi. Prova ne è l’assenza di una armonica strategia libica e lo schiacciamento di tale dossier alla sola questione migratoria – proprio oggi riprenderanno i colloqui italo-libici per la modifica del Memorandum firmato nel 2017 dall’allora premier Gentiloni e da Serraj. Così come lo sgarbo istituzionale ricevuto dal capo della diplomazia Di Maio, il quale due settimane fa si è visto posticipare all’ultimo minuto la missione in Turchia a causa di una sopravvenuta missione turca in Libia guidata dal suo omologo Çavuşoğlu.

Se si vuol comprendere realmente come si è arrivati a questo punto, la lettura del volume “Tripoli, Italia” può offrire spunti significativi integrando analisi storica, geografica,  e politologica. L’oggetto centrale dell’opera è infatti la politica italiana nei confronti della Libia a partire dai decenni successivi all’unificazione italiana, sino alla politica estera italiana post-2011. A ciò si affianca come detto anche una necessaria contestualizzazione. all’interno della più generale crisi dell’ordine internazionale a guida americana. Una lettura agile ma ben documentata consigliata a un pubblico variegato, dalla quale possibilmente cogliere anche alcuni spunti utili al decisore politico per una necessaria inversione della tendenza che ha caratterizzato l’Italia in questi ultimi anni: un pericoloso e forse inesorabile scivolamento geopolitico del Bel Paese dal Sud del Nord al Nord del Sud con annesso impantanamento nel Vietnam libico.

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