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I benefici di indossare un’armatura identitaria: il tragicomico caso della finta nera Jessica Krug

di Matteo Cassol, in Cultura, Quotidiano, del

Se l’America e tutti i Paesi occidentali sono razzisti, che senso potrebbe mai avere per un bianco fingersi nero? Non sarà che forse, almeno in determinati ambienti (culturali, politici e mediatici in primis), far parte di qualche minoranza, ben lungi dall’essere penalizzante o discriminante, possa portare tangibili benefici di carriera? Il grottesco episodio che ha visto come protagonista Jessica Krug sembra proprio confermare questa tesi. Krug, professoressa associata alla George Washington University il cui lavoro si è sempre concentrato sull’Africa e sulla diaspora africana, si è identificata per tutta l’età adulta o presunta tale come nera (a volte come nera di origini nordafricane, a volte come nera americana, a volte come nera di origini caraibiche del Bronx: dettagli), ma poi è stata smascherata e a quel punto ha ammesso di aver mentito a tutti per tutti questi anni e rivelato di essere in realtà un’ebrea bianca dei sobborghi di Kansas City, esibendosi poi tramite un post su Medium (intitolato “La verità e la violenza anti-nera delle mie bugie”) in un tragicomico pentimento, una sorta di karakiri a base di cancel culture in salsa woke, autocondannandosi alla pena capitale per appropriazione culturale: “Dovrei assolutamente essere cancellata. Dovreste assolutamente cancellarmi e io cancellerò assolutamente me stessa. Cosa significa? Non lo so”. E se non lo sa nemmeno lei… Di certo si tratta di uno più clamorosi cortocircuiti nella pur munifica storia del politicamente corretto, anche se c’è motivo di ritenere che il “meglio” debba ancora arrivare. 

Una bianca che basa la propria vita e la propria professione sul fingersi nera, con tanto di vestiti etnici e accento e slang finti? Non c’è da stupirsi. Jessica Krug non ha fatto altro che cavalcare il clima attuale, in cui l’identità conta molto più delle capacità e nel quale si viene valutati a partire da colore della pelle, discendenza, genere, orientamento sessuale, cultura o religione di origine, relegando idee e qualità a optional spesso non richiesti né graditi. Non ha fatto altro che leggere e piegare a proprio vantaggio un contesto nel quale essere bianchi è poco raccomandabile e in cui basta proclamarsi minoranze oppresse o vittime per essere ascoltati e considerati con riguardo. Non ha fatto altro che salire sul palco di uno scenario dove a pesare non sono tanto le tue azioni e le tue intenzioni, quanto le angherie che sostieni di aver patito (vanno bene anche quelle di 200 anni prima che tu nascessi). Un mondo dove non conta la verità, conta la storia che narri, anche se te la inventi. 

Quello di Jessica Krug è un caso limite (ma non un caso unico: si ricordi per esempio quello analogo di Rachel Dolezal nel 2015), ma l’atteggiamento è diffuso: cercare cavilli identitari che ti pongano al di sopra della massa bianca funziona, così come funziona presentarsi come vittima. È il glamour del trauma: non importa che il disagio sia tuo, basta che ti stia a pennello. Non importa che l’abuso che hai subito ci sia davvero stato, basta che tu lo sappia raccontare. È il metodo infallibile costituito dall’arrivare al cospetto della giostra indossando un’armatura identitaria, presentandosi non come individuo ma come categoria, ovviamente una categoria che il politicamente corretto non permetta di criticare in alcun caso: “in quanto nero”, “in quanto donna”, “in quanto gay”, “in quanto trans”, “in quanto musulmano”, “in quanto richiedente asilo”, “in quanto vittima di”, “in quanto…” .

Nella sgargiante armatura etnico-identitaria di Jessica Krug però si è aperto un varco e si è scoperto che dentro c’era solo un’ebrea bianca. Pffff, banale. Avanti la prossima. Nel frattempo, pare che la professoressa nel prossimo semestre non insegnerà alla George Washington University: sarebbe uno dei rari casi in cui “decolonizzare” un’istituzione da un bianco che si sia approfittato dei neri avrebbe un minimo di senso. 

Matteo Cassol


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