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Houellebecq: “Lo stesso mondo di prima, un po’ peggio. Condannati all’obsolescenza dei rapporti umani”

Marco Cesario di Marco Cesario, in Cultura, Quotidiano, del

“Non ci sveglieremo, dopo la fine della reclusione, in un mondo nuovo; il mondo sarà sempre lo stesso, solo un po’ peggio di quello che avevamo lasciato”. A vergare virtualmente queste parole il visionario, scomodo e odiato scrittore francese Michel Houellebecq. Se molte personalità del mondo dei libri discettano noiosamente e senza neppure molta convinzione sull’epidemia di coronavirus già da metà marzo, l’autore di “Sottomissione”, “Serotonina” e di altri pamphlets incendiari, vincitore del premio Goncourt 2010, dopo un silenzio durato cinquanta giorni, ha deciso di affidare ad una lettera, pubblicata sul sito di France Inter, le sue riflessioni, peraltro non banali. A cominciare dall’entità stessa del virus, “spaventoso e noioso al tempo stesso”, che nella sua quotidianità e spesso fragilità non riesce a raggiungere gli apici apocalittici di una peste o di altri flagelli che hanno decimato l’umanità.

“La maggior parte delle e-mail scambiate nelle ultime settimane – scrive lo scrittore – erano principalmente mirate a verificare che la persona con cui parlavano non fosse morta o in fin di vita. Ma, una volta fatta questa verifica, abbiamo comunque cercato di dire cose interessanti, il che non è stato facile, perché questa epidemia è riuscita nell’impresa non facile di diventare spaventosa e al tempo stesso noiosa. Un virus banale, con poco prestigio rispetto ad altri oscuri virus, con condizioni di sopravvivenza poco conosciute, con caratteristiche poco chiare, a volte benigne, a volte mortali, nemmeno sessualmente trasmissibili: insomma, un virus senza qualità. Questa epidemia può aver ucciso qualche migliaio di persone ogni giorno in tutto il mondo, ma ha comunque prodotto la curiosa impressione di essere un non-evento”.

Il virus offre allo scrittore anche una possibilità di riflettere sulla nozione di confinamento, sull’esser isolati, forzosamente seduti e sul mestiere stesso della scrittura nel quadro di una reclusione lunga. “Questo confinamento – scrive Houellebecq – mi sembra l’occasione ideale per risolvere un vecchio dibattito Flaubert-Nietzsche. Da qualche parte Flaubert dice che la gente pensa e scrive bene solo quando è seduta. Proteste e derisione di Nietzsche (ho anche dimenticato dove), che arriva persino a definirlo nichilista (così accade in un momento in cui aveva già cominciato a usare la parola in modo sbagliato e indiscriminato): lui stesso ha concepito tutte le sue opere camminando, tutto ciò che non è concepito nel camminare è nullo e vuoto, inoltre Nietzsche è sempre stato un “danzatore dionisiaco”. Pur senza lasciar trapelare la mia simpatia per il filosofo tedesco debbo ammettere che in questo caso, è piuttosto Nietzsche ad avere ragione. Provare a scrivere se non si ha la possibilità, durante il giorno, di camminare per diverse ore a passo sostenuto, è fortemente sconsigliabile: la tensione nervosa accumulata non riesce a dissolversi, i pensieri e le immagini continuano a girare dolorosamente nella povera testa dell’autore, che diventa rapidamente irritabile, persino folle”.

La marcia dunque come panacea dello scrittore, strumento che permette di risolvere conflitti interni nell’ambito di quello che Joyce avrebbe definito lo “stream of consciousness”, liberando in tal modo la parola. “L’unica cosa che conta davvero – scrive Houellebecq – è il ritmo meccanico della marcia, che non è destinato principalmente a far apparire nuove idee (anche se questo può accadere in una seconda fase), ma a calmare i conflitti indotti dallo scontro di idee nate al tavolo di lavoro (e qui Flaubert non ha assolutamente torto); quando ci parla dei suoi elaborati disegni sui pendii rocciosi dell’entroterra nizzardo, nei prati dell’Engadina, Nietzsche fa un po’ di divagazioni: tranne quando scrive una guida turistica, i paesaggi che attraversa sono meno importanti dei paesaggi interni”.

Il virus risolleva anche lo spettro di scenari apocalittici “alla Houellebecq” e lo scrittore ne è consapevole. “Se ci ripenso – dice lo scrittore – è esattamente quello che avevo in mente all’epoca, riguardo all’estinzione dell’umanità. Niente di meglio di un grande show movie. Qualcosa di piuttosto noioso. Individui che vivono isolati nelle loro celle, senza contatto fisico con i loro compagni, solo qualche scambio tramite i computer”.

Esistono poi anche i “topoi” letterari come le grandi epidemie per gli scrittori: la peste ad esempio ed il pensiero corre subito a Boccaccio, Camus o Saramago. “Sulla peste sono state prodotte tante cose nel corso dei secoli – scrive Houellebecq – la peste ha interessato molto gli scrittori. Sul coronavirus però ho i miei dubbi. Prima di tutto, non credo per mezzo secondo a dichiarazioni come “niente sarà più lo stesso”. Al contrario, tutto rimarrà esattamente lo stesso. In effetti, il decorso di questa epidemia è straordinariamente normale. L’Occidente non può essere per l’eternità e per diritto divino l’area più ricca e sviluppata del mondo. Tutto questo è finito da tempo e non è nemmeno più una novità”.

Quanto all’idea di riscoprire il tragico, la morte, la finitezza attraverso l’epidemia, questa, per Houellebecq è un’idea falsa anzi il coronavirus ha evidenziato la banalità e la quotidianità delle morti. “Da oltre mezzo secolo la tendenza, ben descritta da Philippe Ariès, è quella di nascondere il più possibile la morte; ebbene, la morte non è mai stata così discreta come nelle ultime settimane”, sostiene lo scrittore, riferendosi a sepolture “fatte in segreto” e a vittime che “si riducono a un’unità nelle statistiche delle morti quotidiane”.

Infine lo scrittore offre una cupa osservazione della società, sulla falsariga delle sue opere precedenti. In essa decostruisce persino l’idea che dopo il passaggio dell’epidemia nascerà un “nuovo mondo”. “Al contrario, tutto rimarrà esattamente lo stesso. Il corso di questa epidemia è persino straordinariamente normale”. Per lui, il coronavirus non fa che “accelerare alcune mutazioni in corso” che tendono a “ridurre il contatto materiale, e soprattutto umano”. “L’epidemia di coronavirus offre una magnifica ragione per questa grave tendenza: una certa obsolescenza dei rapporti umani”.

Tutte queste tendenze infatti per Houellebecq in realtà esistevano già prima del coronavirus. Solo che ora si sono manifestate con nuovo vigore. “Non ci sveglieremo – conclude caustico – dopo la reclusione, in un mondo nuovo; sarà lo stesso, solo un po’ peggio”.

Marco Cesario

Marco Cesario

Giornalista professionista e scrittore. Dopo la laurea in filosofia all’Università di Napoli ed un Master in filosofia alla Sorbona di Parigi lavora per l’agenzia nazionale ANSA, al desk di ANSAmed. Da Parigi, ha collaborato per Micromega (La Repubblica), Linkiesta, Pagina99, The Post Internazionale, EastWest.

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