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“Hong Kong non è più autonoma dalla Cina”, business a rischio: perché Pompeo ha armato l’opzione nucleare

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Da un report di una delle banche d’affari che operano a Hong Kong, ottenuto da Atlantico Quotidiano, trapela tutta la preoccupazione degli investitori stranieri

“Oggi, ho riferito al Congresso che Hong Kong non è più autonoma dalla Cina, dati i fatti sul campo. Gli Stati Uniti stanno con il popolo di Hong Kong”, ha twittato ieri il segretario di stato Usa Mike Pompeo sintentizzando una sua dichiarazione ufficiale di qualche minuto prima.

Per comprendere il significato e la portata di queste parole bisogna considerare che non si tratta solo, come potrebbe sembrare, di una valutazione dell’impatto della legge sulla sicurezza nazionale annunciata la scorsa settimana da Pechino sullo stato di diritto e le libertà di Hong Kong, ma di una certificazione di legge dalle enormi conseguenze legali.

Quando nel 1997 Hong Kong passò dal Regno Unito alla Cina, Pechino assunse come noto l’impegno – non solo con Londra ma con l’intera comunità internazionale – che l’ex colonia britannica avrebbe mantenuto uno status autonomo secondo il principio “un Paese, due sistemi”, in particolare riguardo lo stato di diritto, la libertà di espressione, la libertà di stampa, la libertà di associazione e manifestazione e così via.

Questa autonomia ha permesso ad Hong Kong di continuare a godere da parte degli Stati Uniti dello stesso trattamento pre-1997, quindi privilegiato rispetto al resto della Cina. Un trattamento che era stato regolato da una legge ad hoc, l’Hong Kong Policy Act del 1992. Parliamo di condizioni speciali, di vantaggio rispetto alla Cina, in campo finanziario e commerciale (l’esenzione dai dazi, per esempio), ma anche per ciò che riguarda voli e visti. In pratica, gli Stati Uniti trattano ancora oggi la città come facevano nel periodo precedente il suo passaggio alla Repubblica Popolare Cinese.

Secondo questa legge però, il Dipartimento di Stato è tenuto ogni anno a “certificare” al Congresso un “alto grado di autonomia” di Hong Kong rispetto alla Cina, requisito indispensabile perché lo status privilegiato della città venga mantenuto. Ma l’intenzione di Pechino di imporre “unilateralmente e arbitrariamente” l’annunciata legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, cambia tutto. “È solo l’ultima di una serie di azioni – premette il segretario di Stato Usa – che minano fondamentalmente l’autonomia e le libertà di Hong Kong e le promesse della Cina al popolo di Hong Kong ai sensi della Dichiarazione congiunta sino-britannica, un trattato internazionale depositato alle Nazioni Unite”. Quindi, fa sapere Pompeo, “dopo un attento studio degli sviluppi”, “ho certificato oggi al Congresso che Hong Kong non continua a giustificare il trattamento ai sensi delle leggi degli Stati Uniti allo stesso modo in cui le leggi statunitensi erano applicate a Hong Kong prima del luglio 1997. Nessuna persona ragionevole può affermare oggi che Hong Kong mantenga un alto grado di autonomia dalla Cina, dati i fatti sul campo”.

Una decisione presa certo non a cuor leggero, che “non mi fa piacere”, spiega il segretario di Stato Usa, “ma decisioni politiche sagge richiedono di riconoscere la realtà”. “Se gli Stati Uniti una volta speravano che una Hong Kong libera e prospera avrebbe fornito un modello per la Cina autoritaria, è ormai chiaro che la Cina sta plasmando Hong Kong a sua immagine e somiglianza”.

Ora, quindi, il Congresso Usa può revocare a Hong Kong quel trattamento privilegiato rispetto alla Cina da cui ha chiaramente tratto enormi benefici, diventando la grande piazza finanziaria globale e sede di multinazionali che conosciamo oggi. Ma non è da escludere che il Congresso vada oltre, imponendo sanzioni alla Cina (non dazi, stavolta, vere e proprie sanzioni). Iniziative bipartisan in tal senso sono già allo studio.

Sviluppi anticipati domenica scorsa dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Robert O’Brien, che alla Nbc osservava: “Con questa legge sulla sicurezza, di fatto stanno per prendere il controllo di Hong Kong. In tal caso il segretario di Stato non potrà certificarne l’autonomia e gli Stati Uniti probabilmente imporranno sanzioni a Hong Kong e alla Cina, se Pechino va avanti”. “Ed è difficile – aggiungeva – vedere come Hong Kong possa restare il centro finanziario dell’Asia e sede di tante multinazionali che è diventata, se la Cina prende il controllo”. I servizi finanziari, ha ricordato O’Brien, sono arrivati perché lo stato di diritto proteggeva la libera impresa e il sistema capitalista. “Se tutto questo va via, non vedo come la comunità finanziaria possa restare… Non resteranno in una Hong Kong dominata dalla Repubblica Popolare, dal Partito comunista”.

Da un report di una delle banche d’affari che operano a Hong Kong, ottenuto da Atlantico Quotidiano, trapela la preoccupazione degli investitori stranieri. Come si sa non è certo la libertà d’espressione in cima ai loro pensieri, e leggi anti-sovversione restrittive sono in vigore anche altrove, a Singapore per esempio, senza nuocere agli affari.

Hong Kong però viene vista in una “situazione difficile”, e ci si interroga soprattutto sulle prossime mosse di Pechino e Washington dopo l’annuncio della legge sulla sicurezza.

La cosa complicata con la Cina è che spesso non si capisce dov’è il confine, il limite. E anche se lo capisci, può muoversi molto rapidamente. È un problema di predittività. Per esempio, Singapore è più prevedibile, nel gestire le cose è più vicina agli standard occidentali.

Riguardo gli Stati Uniti, una scuola di pensiero è che faranno di tutto per far apparire la loro una reazione forte, ma in realtà sarà simbolica, come l’adozione di sanzioni contro singoli esponenti della leadership cinese.

Ma secondo un’altra scuola di pensiero – ed è questa che sembra averci visto giusto – è a rischio l’Hong Kong Policy Act e questo avrebbe un impatto.

Se lo status privilegiato previsto dalla legge venisse revocato, vorrebbe dire che gli Stati Uniti tratterebbero Hong Kong come la Cina. Ciò non avrebbe grandi conseguenze per i beni prodotti internamente, che rappresentano solo l’1 per cento delle esportazioni di Hong Kong – o per quelli prodotti in Cina e spediti attraverso Hong Kong, che sono comunque soggetti ai dazi statunitensi. Ma più di 1.300 aziende statunitensi operano a Hong Kong, di cui oltre 400 la usano come base regionale, e oltre 600 aziende locali rappresentano nella regione le società madri negli Stati Uniti. Decideranno di ricollocarsi, magari a Singapore?

Nel report si osserva anche che non avrebbe senso per Pechino uccidere la gallina dalle uova d’oro, Hong Kong, da cui transita molto dell’investimento diretto estero verso la Cina. Ma la grande domanda che viene posta è: Pechino vuole ancora tutto quell’investimento diretto estero?

Lo scorso fine settimana, parlando con i suoi consiglieri economici Xi Jinping ha osservato che la Cina affronta venti sfavorevoli nel mondo esterno, tra cui una profonda recessione globale, interruzioni del commercio internazionale e degli investimenti, “protezionismo dilagante e unilateralismo” e rischi geopolitici: “Per il futuro, dobbiamo considerare la domanda interna come il punto di partenza e d’appoggio mentre acceleriamo la costruzione di un completo sistema di consumo interno e promuoviamo fortemente l’innovazione nella scienza, nella tecnologia e in altri settori”.

Può darsi che gli Stati Uniti non riescano a portare gli altri Paesi contro la Cina al prossimo G7 (la cancelliera Merkel ieri ha detto che l’Ue ha un “grande interesse strategico” nel mantenere la cooperazione con la Cina), ma – conclude questo rapporto – non c’è dubbio che l’aggressivo nazionalismo di Pechino abbia alienato più Paesi che non i soli Stati Uniti. Piuttosto che provare con l’amicizia, per esempio la parola “pacifica” è stata ritirata dall’annuale riferimento del Congresso Nazionale del Popolo alla riunificazione con Taiwan. Se Pechino continuasse a manifestare questa postura aggressiva, potrebbe allontanare da sé altri Paesi, che potrebbero decidere di seguire gli Stati Uniti quando dicono di “non fare affari con la Cina”. Certo, la Cina avrebbe la sua economia continentale, una immensa popolazione su cui contare, ma potremmo non essere in grado di investire così facilmente.

Come acutamente osserva Enzo Reale, “la Cina si sta esponendo troppo, trascinata da smania di protagonismo del suo dictator in chief. Dopo il virus che ha sparso per il mondo, la logica consigliava prudenza. Invece ha rilanciato, ha minacciato, ha umiliato”.

Fatto sta che Washington ha deciso di giocare d’anticipo: l’annunciata legge sulla sicurezza nazionale non è stata ancora votata a Pechino, e ci vorrà qualche giorno o settimana prima che venga inclusa formalmente nella Legge fondamentale di Hong Kong, ma Pompeo ha già calato sul tavolo del Congresso “l’opzione nucleare”, la ritorsione più dura possibile contro la Cina su questo dossier, ovvero la revoca del trattamento privilegiato ai sensi della legge Usa.

Inimmaginabile che a Pechino non abbiano messo nel conto questo rischio. Quanto la leadership cinese possa essere impensierita dalla perdita del ruolo di Hong Kong come centro finanziario è tutto da vedere, come emerge anche dal report che abbiamo citato. Potrebbe essere ritenuta tutto sommato sacrificabile: le implicazioni economiche e finanziarie sono evidenti, ma quelle geopolitiche possono apparire di portata maggiore agli occhi di Pechino. Che, d’altronde, da anni ormai sta puntando al rafforzamento delle borse di Shanghai e Shenzhen.

Nella serata di ieri anche una telefonata definita “produttiva” di Pompeo con il ministro degli esteri britannico Dominic Raab: i due hanno concordato che “la Repubblica Popolare Cinese deve onorare i propri impegni e obblighi ai sensi della Dichiarazione congiunta sino-britannica e che la comunità internazionale deve sostenere il popolo di Hong Kong e rispondere alle continue erosioni dell’autonomia di Hong Kong da parte di Pechino”.

Il messaggio da parte di Washington è chiaro: non resteremo a guardare mentre il regime cinese fa cadere una dopo l’altra le tessere del domino, prima Hong Kong, poi Taiwan…

Quando comincerete a leggere e sentire dai soliti esperti che la revoca dello status speciale non aiuta il popolo di Hong Kong che lotta per la democrazia e, anzi, lo punisce, ricordate che una mancata risposta oggi, o una riposta troppo debole, solo simbolica, avrà l’effetto di incoraggiare l’aggressività di Pechino domani.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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