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Grazie a Trump e oltre Trump: bilancio di una presidenza feconda di successi e di lascito futuro

Avatar di Marco Faraci, in Esteri, Quotidiano, del

Donald Trump ha servito bene gli interessi degli americani e, più in generale, ha servito bene i valori e i princìpi della libertà occidentale. È andato vicino alla riconferma ridefinendo il perimetro della coalizione sociale che sostiene il Partito Repubblicano. È il primo leader ad avere compreso e affrontato la minaccia cinese. Ma ha identificato bene anche un insidioso “nemico interno” per la democrazia Usa: il sostanziale controllo che il progressismo ha acquisito sui media mainstream. Altro che disfatta, grazie a Trump il Gop è “in partita” e dimostra che è in grado di sopravvivere ai cambiamenti in atto nella demografia del Paese…

Sembra consolidarsi la presa di Joe Biden sulla presidenza degli Stati Uniti, pur con tutti i legittimi dubbi lasciati dal processo di voto surreale di vari Stati.

Donald Trump, quindi, lascerebbe la Casa Bianca dopo un solo mandato, ma questo scacco non diminuisce l’importanza e la valenza della sua presidenza che, al netto delle intemperanze e degli istrionismi, resta una delle più feconde in termini di contenuti e di potenziale lascito futuro.

Se ci troviamo, forse, a dover dare il “benservito” all’attuale presidente, questo è giusto che sia un “ben-servito” in senso proprio. Donald Trump ha servito bene gli interessi degli americani e, più in generale, ha servito bene i valori e i princìpi della libertà occidentale.

Trump ha vinto le elezioni del 2016 ed è andato vicino alla riconferma nel 2020 ridefinendo per certi versi il perimetro della coalizione sociale che sostiene il Partito Repubblicano. Quello che ha compreso è che la preservazione del modello di sviluppo capitalista richiede che i benefici a cui esso conduce siano non solamente “diffusi”, ma anche effettivamente percepiti come tali. Per questa ragione, politiche “sviluppiste” pro-mercato e pro-business devono poter essere coniugate con esigenze di coesione sociale e nazionale. In questo senso si comprende come, nella visione trumpiana, l’attenzione all’economia e la difesa di temi patriottici e identitari sia andata di pari passo. È, se vogliamo, una nuova formula di “conservatorismo di massa”, di “conservatorismo popolare” che non sempre risponde a paradigmi rigorosi in termini di teoria economica liberale, ma che al tempo stesso presenta innegabili qualità di realismo politico e sembra offrire oggi forse la più promettente prospettiva di “liberismo possibile”.

E in effetti le scelte di politica economica interna di Trump sono andate, in gran parte, nella direzione giusta. Ha varato una vasta e complessiva riforma fiscale e ripristinato condizioni di migliore praticabilità per vari settori dell’industria, presiedendo ad un quadriennio di marcata crescita generale dell’economia e dell’occupazione. Complessivamente è riuscito a tradurre in pratica le ricette del proprio programma in modo più concreto ed esteso della maggior parte dei presidenti repubblicani precedenti.
È importante, poi, notare anche che, verso l’esterno, il presidente non è stato affatto l’”isolazionista dazi e muri” che una certa propaganda ha costantemente dipinto; anzi ha portato l’America a commerciare di più e meglio. Ha concluso un nuovo ampio accordo commerciale con Canada e Messico, l’USMCA, a sostituzione del vecchio NAFTA, varato un’importante intesa commerciale con il Giappone e aperto la strada ad una più forte collaborazione con il Regno Unito post-Brexit.

In generale, in politica estera, la svolta in positivo rappresentata da Trump è stata significativa. Dopo anni di maldestre e pericolose manipolazioni dello scenario nord-africano e medio-orientale da parte dell’amministrazione Obama, che hanno, in definitiva, indebolito la posizione occidentale su tanti delicati scenari, il presidente repubblicano ha scelto di concentrarsi su interventi diplomatici efficaci e mirati, con dietro una visione chiara.

Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme ha rappresentato una pagina storica ed un quanto mai dovuto riconoscimento delle ragioni di Israele quale baluardo della democrazia occidentale nella regione. Questa posizione forte ha potuto convivere con la regia dell’altrettanto storica normalizzazione delle relazioni di Israele con gli Emirati Arabi Uniti, con il Barhain, con il Sudan, in prospettiva allargabile a altri Paesi arabi.

Dopo anni di insuccessi dell’Ue nel districare la questione, la Casa Bianca ha patrocinato anche la normalizzazione dei rapporti economici tra la Serbia e il Kosovo, che, tra l’altro, sarà il primo stato musulmano ad aprire un’ambasciata a Gerusalemme.

Insomma, tante tessere ritenute finora difficilmente combinabili sono andate a posto durante questo quadriennio.

Con poche semplici mosse, Trump ha saputo portare a più miti consigli tanto iraniani quanto nord-coreani, ma soprattutto ha compreso come la difesa dell’Occidente, nei prossimi anni, dipenderà sempre più dalla capacità di contenimento geo-strategico della minaccia cinese.

Con il fronte russo ormai meno rilevante, Donald Trump è il primo leader ad avere effettivamente compreso il valore della posta in gioco sul fronte cinese.

Il rischio è che, in nome di interessi economici di breve termine, i Paesi occidentali mettano in atto politiche di acquiescenza nei confronti del “sistema cinese”, destinate in breve a trasformarsi in sostanziale sottomissione. Questa graduale “finlandizzazione” nei confronti del crescente potere di Pechino rappresenterà, nel futuro, il pericolo globale più importante per il concetto occidentale di libertà e di democrazia come l’abbiamo conosciuto. Trump ha avuto il merito di capirlo, ma adesso, nel dopo-Trump, servirà la forza di portare avanti la questione, anche trasversalmente agli schieramenti politici.

Ma Trump ha identificato bene anche un insidioso “nemico interno” per la democrazia americana. Si tratta del sostanziale controllo che il moderno progressismo ha acquisito sui media mainstream, televisione e grandi giornali in primis, ma anche, negli ultimi anni, sui grandi social network.
Questa situazione garantisce ai cosiddetti “liberals” un “monopolio della narrazione” e con esso la possibilità continuativa di attribuire a chiunque patenti di moralità e di presentabilità. In queste condizioni, qualunque politico che risulti “fuori linea”, è soggetto ad un sistematico massacro mediatico, tanto più se il politico è, guarda caso, di particolare successo.

Quello che è grave è che i media finiscono per squalificare non solamente un leader come Trump, ma anche quella metà d’America che si riconosce nelle sue idee e nelle sue priorità, la cui voce, di fatto, scompare nella “rappresentazione” pubblica.

Questa coordinata strategia mediatica è funzionale a determinare fenomeni socio-psicologici che rappresentano un pregiudizio ad uno sviluppo sano ed equilibrato delle dinamiche politiche. Avere dato per mesi Trump, “chiaramente sconfitto”, “fuori gioco”, “rigettato”, “condannato”, “pateticamente aggrappato al potere”, serviva a creare le basi di una “profezia autoavverantesi” e ad aumentare la pressione sociale sugli americani ad abbandonarlo. Serviva a far sì – e questo è molto triste – che il “costo reputazionale” per un cittadino di sostenere il presidente diventasse sempre più alto, con conseguenze in termini di potenziali ritorsioni sociali e in qualche caso persino lavorative.

La reazione di Trump ai mezzi di comunicazione mainstream è stata in termini di conflitto – immediato e duro. Non c’erano alternative, nel breve, periodo. Ma a questo punto appare sempre più urgente lavorare anche a risposte più ampie e di lungo periodo, concentrando le forze, nei prossimi anni, su una grande battaglia “gramsciana” per una più forte presenza conservatrice nella cultura e nell’informazione.

Un’altra questione chiave per comprendere la presidenza Trump è stata il sempre più forte ricorso dei Democratici alla “identity politics”, cioè alla strategia di balcanizzare la società americana in una pluralità di “minoranze oppresse” – i neri, gli immigrati, le donne, i gay e così via. Nella visione dei progressisti, ciascuna di queste minoranze deve rappresentare un elemento di conflitto sociale e politico rispetto alla cultura tradizionale americana – quella dei “conservatori”, da presentarsi in ogni occasione sistematicamente come bigotta ed escludente. Black Lives Matter ha rappresentato l’esempio più drammatico e clamoroso dell’istigazione alla rabbia sociale delle minoranze per renderla funzionale a “progetti rivoluzionari”.

Trump è stato soggetto in questi anni a ogni tipo di attacchi su questo fronte – incluse le accuse di prossimità al “suprematismo bianco”. Ha saputo rispondere bene, non perdendo occasione di evidenziare di star presiedendo al periodo più prospero per tutte le tradizionali “minoranze”, con livelli record di occupazione ed opportunità per donne, neri e ispanici – e che la vera emancipazione non passa dalla “victim mentality”, bensì dal sentirsi pienamente parte “come americani” delle dinamiche di sviluppo economico del Paese.

Dalle elezioni di questo novembre emerge il segnale positivo di un rafforzamento dei consensi per i Repubblicani tra afroamericani e latinos, dimostrando che quella intrapresa è la strada giusta e che la competitività del Partito è in grado di sopravvivere ai cambiamenti in atto nella demografia del Paese. Tuttavia, è chiaro che lo sforzo di rendere evidente che le idee conservatrici funzionano per tutti e non solo per la vecchia “America bianca” deve proseguire ed essere intensificato nell’ottica di ampliare la base politica del GOP.

Le grandi questioni che hanno contrassegnato la presidenza Trump continueranno, senza dubbio, ad accompagnarci anche nei prossimi anni e richiederanno un importante impegno di elaborazione politica, organizzazione e militanza. Sarebbe stato estremamente prezioso poter contare su un altro mandato di presidenza repubblicana, ma le cose sembrano a questo punto evolvere in maniera diversa e sarà necessario, pertanto, confrontarsi con un nuovo scenario.

Alla luce della situazione che si è venuta a creare, la domanda è: dove si può andare da qui? Come può vivere il mondo conservatore il passaggio dall’era Trump al dopo-Trump?

Innanzitutto, va detto che in termini generali la situazione del Partito Repubblicano non è certo di disfatta. Si sono guadagnati governatori, si sono conquistati seggi alla Camera ed è ancora concreta, malgrado i due ballottaggi in Georgia, la prospettiva di mantenere il controllo del Senato.

Il Partito mantiene, inoltre, la sua grande capacità di rappresentare l’”America profonda” e la sua anima antistatalista, anticentralista e libertaria. Ha più difficoltà, è vero, in altri contesti, ma resta, a tutti gli effetti, “in partita”, smentendo sistematicamente le Cassandre che da parecchi anni ne profetizzano l’ineluttabile tramonto.

Le intuizioni e i temi di fondo di Donald Trump restano, senza dubbio, il punto di partenza per l’iniziativa politica dei prossimi anni – si tratta di questioni reali e che hanno ancora un importante “mercato politico” nell’America di oggi. Non c’è, da questo punto di vista, la necessità di nessun “reset”.

Al tempo stesso è nell’ordine normale delle cose che altre questioni e altre istanze si dovranno aggiungere, così come è chiaro che gli stessi temi trumpiani potranno essere elaborati e presentati in modo diverso da leadership diverse. Va da sé, che nessuna esperienza politica, per quanto di successo, è mai perfettamente replicabile. Chi verrà dopo Trump sarà per forza di cose diverso da Trump.

Inoltre, per quanto vi sia stata notevole sostanza nell’ultimo quadriennio, non è detto che le “scelte stilistiche” di Donald siano state le migliori possibili. Questa cosa ha senso riconoscerla. È un dato di fatto, tra l’altro, che in questi ultimi anni il dibattito sulle “forme” della presidenza trumpiana abbia persino soverchiato quello sulla sostanza delle scelte politiche. Non è nemmeno detto che ciò abbia necessariamente “giocato contro” la rieleggibilità di Trump che, anzi, in qualche modo ha trovato una sua “zona di comfort” nel “fare surf” sui quotidiani “incidenti”. Tuttavia è certo che ciò non ha aiutato i Repubblicani a combattere, oltre alla contingente battaglia elettorale, anche la più importante “battaglia delle idee”.

In ogni caso, uno dei limiti dell’approccio del presidente alla rielezione è stato quella di aver puntato tutto su una sostanziale replica dello schema del 2016, cioè fondamentalmente su una vittoria costruita per pochi voti in pochi cruciali “swing States”. Si è trattato, sostanzialmente, di provare a blindare l’elettorato di quattro anni fa, senza compiere in questi anni uno sforzo sufficiente per parlare ad un Paese più ampio. Poteva funzionare, di poco. Non ha funzionato, di poco.

La prossima corsa repubblicana alla presidenza deve porsi in una prospettiva diversa e di più forte inclusività, puntando a costruire una coalizione sociale più ampia e a parlare a un elettorato potenziale non inferiore al 60 per cento.

Tale obiettivo non si persegue tanto annacquando i programmi, quanto attraverso una comunicazione politica in grado di entrare in sintonia ed in empatia con aree più vaste dell’elettorato. Un’immagine meno ruvida e arcigna di quella comunicata da Trump potrebbe risultare, da questo punto di vista, più efficiente.

Donald è apparso, purtroppo, troppo indaffarato nella polemica quotidiana e nella dinamica del conflitto continuo per riuscire a costruire effettivamente una narrazione “alta” e “di ampio respiro” della propria missione politica.

Si è sentita troppo spesso la mancanza di quel messaggio instancabilmente positivo ed inclusivo che, nei gloriosi anni ’80, un presidente come Ronald Reagan riusciva a veicolare – la capacità di fare costantemente appello alle “migliori speranze” degli americani prima che alle loro paure e di promuovere in simbiosi un’”etica della libertà” e un’”estetica della libertà”.

Quella di Trump resta una forte presidenza, le cui scelte fondamentali devono essere difese. L’orientamento, tuttavia, deve sempre essere al futuro – e il futuro è quello di nuove leadership che possano recuperare al GOP piena centralità politica già dalle elezioni di mid term del 2022. Un obiettivo impegnativo, ma certo non proibitivo, considerando che la presidenza Biden non parte certo con una vitalità prorompente. Ai conservatori servirà molto lavoro, ma esistono le condizioni per svolgerlo egregiamente.

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Marco Faraci


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