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I grandi illusi della politica: i giovani. Il lavoro dei liberali deve ripartire dal Mezzogiorno

Avatar di Marco Zannini, in Politica, Quotidiano, del

Ora che gli animi si sono calmati, possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo. È passata poco più di una settimana dal voto del 4 marzo e, con la mente a freddo, tutti abbiamo realizzato quanto sia complesso lo scenario politico e sociale che ci è stato consegnato. Prendendo in mano la cartina geografica, a Sud regna il M5S, mentre al Nord la coalizione del centrodestra, sebbene con qualche eccezione toscano-altoatesina. In pratica un’Italia preunitaria di 170 anni fa: a sud il Regno delle Due Sicilie (con a capo una ristretta ed impenetrabile famiglia), a Nord un insieme di potenze (Stato Pontificio – Regno Lombardo Veneto – Regno di Sardegna) con il Granducato di Toscana a sé stante. Tralasciando le simil analogie storiche, è palese di come sia stato restituito un paese spaccato in due, con il delicatissimo compito di rimetterlo insieme affidato al presidente Mattarella. Ma è ancor più palese l’enorme eco che ha avuto il voto grillino o, per meglio dire, la portata della disillusione di un elettorato che percepisce come infranto il sottile nesso che lo legava alla “vecchia” politica.

Premessa: ogni scelta della base elettorale va presa seriamente, che sia condivisibile o no. Ogni voto, anche se di protesta o d’ignoranza, non va sminuito o sbeffeggiato poiché è il sintomo di un malessere o di un profondo desiderio irrealizzato. È come se un medico ignorasse alcuni disturbi di un paziente poiché a lui non congeniali o ritenuti superficiali: le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. È un compito facile? Assolutamente no, ma bisogna farlo.

Questo è un concetto che purtroppo è palesemente sfuggito al vecchio establishment, il quale da una parte si è preoccupato di liquidare la rabbia e il rancore con le solite minestrine riscaldate in salsa xenofobia-razzismo-fascismo mentre, dall’altra ha provato a rimediare con riesumazioni dal sentore cerchiobottista che lasciano il tempo che trovano.

In questa riflessione vorrei soffermarmi su un dato significativo venuto alla luce nel sondaggio effettuato da Tecnè. Lo studio si è occupato di indagare su quale sia stato il comportamento di voto per classe di età.

Salta subito all’occhio di come nella classe tra i 18 e i 44 anni, più del 40 per cento degli intervistati ha votato per il M5S, mentre solo negli over 64 il partito pentastellato raggiunge percentuali molto più basse.

In altre parole, i più giovani – quelli toccati nel profondo dalla crisi e dalla disoccupazione – hanno votato per un partito antisistema, mentre i più anziani – ovvero quelli che hanno risentito di meno degli scossoni economici – hanno mantenuto un voto più “moderato”.

Purtroppo, qui si tocca il nervo scoperto che ha caratterizzato la politica negli ultimi decenni: l’abbandono dei giovani. Passando dalle assurde proposte in campagna elettorale focalizzate sul trinomio spesa pubblica/pensioni/bonus fino ad arrivare alle solite, ripetitive cantilene a cui non crede più nessuno “i giovani sono il futuro, dobbiamo fare di più per loro”; il messaggio è stato chiaro ed univoco: i giovani non sono il futuro, ma sono il presente. E hanno presentato il conto da pagare di anni e anni di promesse astratte e superficiali non mantenute. Come scrive Marco Faraci su Atlantico, Grillo e Salvini non sono stati votati da rozzi plebei, ma dall’Italia più istruita ed educata di sempre.

Un voto di protesta? Un voto pensato e ponderato? Su questo si possono fare tante supposizioni, ma una cosa è certa: i due principali leader hanno basato la loro politica su un consenso diverso fra loro ma accomunato dalla partecipazione dal basso, dal coinvolgimento di tutti, dalla percezione di assenza di idee imposte dall’alto (sottolineo “percezione”). Insomma, si può dire che i giovani non sono delusi dalla politica ma dai vecchi politici. Nel mio piccolo ho sondato il terreno ascoltando i miei coetanei universitari, tutti di diversa estrazione sociale, culturale e politica. Con un breve ed informale sondaggio, su una cinquantina di ragazzi, nonostante in pochi condividessero le idee politiche dei due partiti vincenti, più della metà di loro si è detta sollevata che si fosse “rotto” qualcosa col vecchio mondo. Uno sbloccarsi, fare un passo in avanti, rimescolare le carte, prendere una boccata d’ossigeno, lasciarsi alle spalle una sensazione opprimente: queste sono le descrizioni più ricorrenti.

Delineato questo quadro, è importante guardare un altro aspetto: la disoccupazione media giovanile al Sud raggiunge il 54 per cento, con picchi del 65 per cento in Calabria (dati Istat 2015). In Italia, la percentuale di NEET (ragazzi tra i 15 e 24 anni che non studiano, non cercano lavoro e non seguono corsi formativi) rispetto ai disoccupati giovanili totali è del 24,7 per cento, mentre sempre nel Mezzogiorno arriva a picchi di oltre il 40 per cento.

La vittoria grillina è il sintomo di una preoccupante richiesta a gran voce di più assistenzialismo. Per alcune fasce della popolazione, è la necessità di maggior paternalismo, la naturale e paradossale conseguenza della disillusione e sfiducia totale nelle istituzioni attuali; un gettar la spugna e dire “Toh, pensateci voi a noi. Siamo nelle vostre mani, noi siamo stanchi. Arrabbiati, ma stanchi.” Per altre fasce è semplicemente una scelta obbligata, dettata da anni di raggiri e promesse. Ed è assolutamente intollerabile che ciò avvenga nelle categorie più giovani della popolazione, quelle che dovrebbero essere guidate dal fuoco della passione, spinte dagli ideali e dalla fame di realizzarsi.

Nei prossimi cinque anni il vero lavoro di tutti i liberali e liberal conservatori deve proprio ripartire dal Mezzogiorno, uscendo dalle solite logiche politiche: sarebbe troppo semplice andare a cercare solamente i consensi in parti d’Italia dove già ci sono, compiendo l’errore fatto dai politicanti che ci hanno preceduto. È invece un dovere morale e civile di tutti noi lavorare nei territori più impervi, proprio per ridare speranza e riaccendere la fiamma della libertà individuale. Semplice? No. Gratificante? Assolutamente sì.

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Marco Zannini


2 risposte a “I grandi illusi della politica: i giovani. Il lavoro dei liberali deve ripartire dal Mezzogiorno”

  1. Avatar Pier paolo topran ha detto:

    penso invece che si debba partire dalle imprese, quindi maggiormente dal nord

  2. Avatar Federico Libero ha detto:

    che articolo strano, non è meglio finalmente dividere l’italia?
    Mettere in concorrenza due sistemi politici: statalista-parassita al sud e individualista-produttivo al nord.
    Il sud non sarà mai liberale né tanto meno libertario.

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