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Governo su un campo minato: i principali sponsor del Conte 2, Ue e Cina, accorrono per sminarlo

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

La coppia Grillo-Di Maio rilancia l’alleanza di governo con il Pd proprio mentre il comico si intrattiene per ore con l’ambasciatore cinese a Roma

La mina MES piazzata la scorsa settimana al centro del dibattito politico si è andata ad aggiungere a quelle altrettanto esplosive (ex Ilva, Alitalia, manovra di bilancio, riforma della giustizia, elezioni in Emilia Romagna) che rischiano di far saltare in aria il Governo Conte 2 mentre tenta di attraversare indenne i due mesi che lo separano dalla fine di gennaio.

Il governo di Roma sbanda, scricchiola, ed è allarme rosso tra i suoi principali sponsor stranieri, che in questi giorni si sono mobilitati per tentare di sminare il campo.

Giovedì e venerdì scorsi ultima visita a Roma del commissario europeo uscente Pierre Moscovici: non meramente una visita di cortesia, di commiato, a giudicare dal tempismo e dal livello degli interlocutori. Ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il giorno successivo incontrava il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia e delle finanze Roberto Gualtieri, proprio nel mezzo di un infuocato vertice di maggioranza con in cima all’ordine del giorno proprio il MES (qui l’approfondimento di Atlantico). A seguire, l’incontro con il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Insomma, una vera e propria campagna pro-MES in atto, tanto che nelle ore immediatamente successive si scatena la controffensiva sia politica che mediatica alle critiche mosse al nuovo “salva-stati” e al premier per un accordo politico di fatto già raggiunto nel giugno scorso contro la volontà del Parlamento italiano. Gli stessi Conte e Gualtieri, ma anche il neo commissario Gentiloni, il presidente del Parlamento europeo Sassoli, l’ex ministro dell’economia Tria, il direttore generale di Bankitalia Panetta, il ministro tedesco Scholz, tutti dichiarano e vengono ripresi da tv e giornali. Il messaggio è univoco: il trattato di riforma del MES s’ha da firmare, senza indugi. Altrimenti? Il rischio è alto. Siamo alle solite: non si risponde nel merito alle critiche, scatta il project fear che così bene funzionò nel 2011, un po’ meno dal 2016 in poi…

D’altra parte, bisogna essere consapevoli che portare a casa il nuovo MES è l’unica preoccupazione che ha spinto le solite capitali europee a esercitare formidabili pressioni, soprattutto sul Pd (sul Colle non ce ne è stato nemmeno bisogno), per la nascita del Conte 2 ed evitare così nuove elezioni che avrebbero consegnato “pieni poteri” a Salvini prima del processo di firma e ratifica.

Ma a puntare i piedi (no a una riforma che “stritola l’Italia”, “basta colpi bassi dall’Ue”) per qualche ora hanno trovato il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, che non nascondeva forte irritazione, quasi fino alla rottura, nei confronti del premier e del partner di maggioranza, il Pd.

E anche qui a raccogliere i cocci arriva un “aiutino” dall’esterno. Venerdì sera il fondatore e garante del Movimento, Beppe Grillo, già tra i principali artefici dell’alleanza Pd-5Stelle con i suoi messaggi di agosto, va a cena dall’ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese a Roma, Li Junhua. L’indomani, Grillo trascorre altre due ore e mezzo all’ambasciata cinese. In mezzo, il faccia a faccia con Di Maio, seguito da un comunicato congiunto e un video in cui Grillo blinda sia la leadership del Movimento (“il capo politico è lui, non rompete i coglioni“) che l’alleanza con il Pd, ribadendo la volontà di proseguire con questa esperienza di governo, anzi di rilanciarla con un nuovo contratto, “a partire da gennaio”, per finalizzare “progetti insieme con la sinistra, progetti alti, bellissimi”. Rilancio dell’esecutivo giallorosso subito accolto dal segretario Dem Zingaretti: “Bene, siamo pronti al confronto”.

Il tutto, appunto, mentre Grillo trascorre almeno quattro ore nell’ambasciata cinese, con tanto di foto sull’attenti insieme all’ambasciatore Li Junhua. D’altronde, due giorni prima lo stesso ambasciatore aveva ricordato le “grandi attenzioni” con le quali il ministro degli esteri Di Maio era stato ricevuto a Shanghai, per il China International Import Expo (CIIE). Unico ministro ad essere stato invitato dal presidente Xi Jinping alla cena inaugurale con i capi di stato e di governo. Di Maio, ha ricordato infatti l’ambasciatore, “è intervenuto alla cerimonia di apertura ed è stato l’unico ministro degli esteri tra gli oratori presenti, mostrando pienamente l’importanza che il governo cinese attribuisce all’Italia”.

Gli stretti rapporti tra Pechino e Movimento 5 Stelle non nascono certo da oggi, ma in queste ore appaiono più imbarazzanti che mai.

A Hong Kong, alle elezioni per i consigli locali, nonostante il clima pesante tra lacrimogeni e proiettili, stravincono le forze democratiche conquistando circa il 90 per cento dei seggi in palio (e con un’affluenza record di oltre il 70 per cento). Uno tsunami, a dimostrazione che il problema per il Partito Comunista Cinese è più serio di qualche centinaio di studenti scalmanati. La narrazione che il regime ha provato a propagandare, di una “maggioranza silenziosa” indignata per i disordini di pochi giovani “radicalizzati” e “isolati”, che purtroppo ci è toccato leggere in questi giorni anche su autorevoli giornali mainstream, ieri è crollata miseramente. Molti di quei ragazzi sono stati eletti proprio da quella maggioranza.

Ma sulle proteste nella ex colonia britannica, da Shangai, il nostro ministro degli esteri si era fatto portavoce, e alla lettera, della linea di Pechino: “L’Italia non vuole interferire nelle questioni interne di altri Paesi”.

E mentre il New York Times pubblicava centinaia di documenti riservati del governo cinese che confermano le politiche repressive (“senza pietà”) di Pechino nello Xinjiang, con tempismo perfetto sul blog di Beppe Grillo compariva un’analisi che denuncia “una campagna mediatica sui diritti umani volta a screditare l’operato del governo cinese”. Proprio ieri, una nuova fuga di documenti governativi cinesi altamente classificati da cui emergono i dettagli della gestione dei campi di detenzione di massa nello Xinjiang e i meccanismi del sistema di sorveglianza orwelliano, con tanto di “polizia preventiva”, messo in piedi nella regione. Documenti che “rivelano come la polizia dello Xinjiang prenda ordini da un enorme ‘cervello cibernetico’ noto come IJOP, che contrassegna intere categorie per prevedere i crimini, basandosi solo sui risultati generati dall’intelligenza artificiale. Il risultato? Arresto mediante l’algoritmo” e quasi due milioni di persone detenute nei campi.

Ma per Beppe Grillo si tratta di menzogne, tentativi di destabilizzazione da parte dell’Occidente…

“Un giorno ti svegli e vedi che le decisioni prese nel nostro Paese non sono nell’interesse del nostro Paese”, ha confidato giovedì scorso al Guardian l’ex capo dei servizi segreti australiani Duncan Lewis, spiegando come il governo cinese stia cercando di “prendere il controllo” del sistema politico australiano usando spionaggio e interferenza politica.

Ebbene, un’amara considerazione che purtroppo calza alla perfezione anche al nostro Paese, se non che ad aver già preso il controllo della nostra politica sono in due: Unione europea e Cina.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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