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In Italia si condona, ma non si affronta il vero problema: non si abbassano mai le tasse

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La manovra economica del Governo Conte non sta avendo vita facile. Le pressioni europee sono piuttosto forti, da Juncker a Moscovici fino ad arrivare, addirittura, al cancelliere austriaco Sebastian Kurz, teoricamente non ostile, almeno nei confronti di Matteo Salvini. Come se non bastassero le critiche targate Ue, uno dei due azionisti della maggioranza si critica sostanzialmente addosso e disconosce quanto da lui approvato e firmato qualche ora prima. Ci stiamo riferendo alla tragicomica mossa di Luigi Di Maio in merito al decreto legge sulla cosiddetta “pace fiscale”. Il vicepremier pentastellato è convinto che sia giunto al Quirinale un testo del decreto manipolato, non si sa da chi (forse dall’inventore dei microchip sottocutanei e delle scie chimiche), che così proteggerebbe mafiosi, corrotti ed evasori. Un testo divenuto inaccettabile per il M5S e persino da denunciare in Procura. Al Colle dicono di non aver ricevuto nulla e qui non si sa se ridere o piangere. Eppure Di Maio insiste, tanto da far convocare un Consiglio dei ministri straordinario. Vi sono due possibili spiegazioni: o Di Maio e il M5S sono, per dirla alla Sgarbi, delle “capre totali” che firmano senza leggere prima, oppure siamo in presenza di un tentativo, attuato però in maniera assai maldestra, finalizzato a prendere un po’ le distanze dal decreto sulla “pace fiscale”, che fa rima con condono, ovvero con una definizione alquanto disprezzata da una bella fetta di elettorato giustizialista del M5S. E i giornali come Il Fatto Quotidiano, stanno facendo la loro parte nella demonizzazione di questo decreto legge inserito nella manovra.

Vorremmo spendere due parole su prove di “pace fiscale”, condoni e dintorni, oltre alle paturnie di Giggino. Questo non è certo il primo governo in Italia che tenta di semplificare ed armonizzare molte delle vertenze in atto fra una parte non piccola di contribuenti e lo Stato. Abbiamo avuto il condono tombale di Tremonti e la rottamazione delle cartelle di Equitalia da parte di Renzi. Questo genere di cose non è e non deve essere la massima aspirazione in un Paese avanzato e tassato in modo sostenibile, ma l’Italia, come tutti sappiamo tristemente, è vittima di un fisco iniquo che strozza famiglie ed imprese, quindi se lo Stato prova ad andare incontro a chi, per vari motivi, non riesce più a saldare il proprio debito con l’erario, non aiuta tanto furbetti e grandi evasori, bensì piccoli e medi imprenditori disperati e magari già ridotti sul lastrico. In tanti si sono ritrovati impossibilitati a fare fronte alle richieste, spesso esorbitanti ed immotivate, di Equitalia, perché privi della liquidità necessaria e non per “fregare” lo Stato. Queste persone non si sono fatte la villetta ai Caraibi, ma hanno perso la loro abitazione in Italia. In tanti, purtroppo, si sono tolti la vita!

La situazione italiana non è normale, né tanto meno da Paese avanzato, perciò se un condono, anche se tale parola non piace comprensibilmente ad alcuni, può dare un po’ di fiato al contribuente onesto e disastrato, ben venga allora! È ovvio che non si possa procedere soltanto a suon di condoni, perché una classe politica responsabile, una volta sanate le urgenze principali, dovrebbe applicare a questo Paese l’unica cura di cui abbia bisogno. Vale a dire, un radicale ridimensionamento del costo dello Stato che grava sui cittadini, attraverso un taglio vigoroso della spesa e degli sprechi pubblici e l’istituzione di un fisco sensato che non uccida gli onesti e non offra alibi e scappatoie ai disonesti. Finora, tutti i governi più recenti, da Berlusconi a Conte per capirci, si sono rifugiati in forme diverse di condono, senza però affrontare i nodi cruciali della spesa pubblica e dell’imposizione fiscale e questo è il vero scandalo, assai più mortificante delle tombe tremontiane, delle rottamazioni renziane e delle proposte salviniane di “pace fiscale”.

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Roberto Penna


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