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Gli Istituti Confucio: così la Repubblica Popolare cinese propaganda il suo modello autoritario all’estero

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Tra gli strumenti che il governo di Pechino utilizza per diffondere all’estero la lingua e la cultura cinesi giocano un grande ruolo gli “Istituti Confucio”. Si tratta di centri istituiti presso università straniere – in particolare americane ed europee – nei quali si tengono per l’appunto corsi culturali e di lingua, di solito sotto la supervisione di un direttore cinese.

In questo senso i “Confucio” sono simili agli analoghi centri del British Council, della Alliance Française e della Dante Alighieri che si propongono di diffondere nel mondo, rispettivamente, lingua e cultura inglese, francese e italiana. Ma sarebbe forse meglio paragonarli ai vecchi centri della Usia (United States Information Agency) che svolgevano simili compiti per gli Stati Uniti d’America.

L’Usia, infatti, oltre a organizzare corsi di lingua e cultura, si occupava di propagandare all’estero la “American Way of Life”, particolarmente negli anni della Guerra Fredda quando era in vigore la contrapposizione netta tra il blocco occidentale e quello sovietico. Non a caso l’agenzia era accusata, talvolta a ragione, di intrattenere rapporti di collaborazione con la Cia.

Il problema è che gli Istituti Confucio, emanazione diretta del governo di Pechino, vengono sempre più considerati come strumenti di propaganda del Partito Comunista Cinese, molto interessato a diffondere ovunque la “visione del mondo” cinese, basata sul totale controllo governativo della vita politica e sociale, nonché dell’economia. E basata anche, inutile dirlo, sul partito unico che non ammette alcuna alternanza al potere.

A partire dal 2004, anno di apertura del primo “Confucio” a Seul nella Corea del Sud, gli Istituti hanno conosciuto una crescita impetuosa in tutto il mondo. Possono contare su cospicui finanziamenti governativi ed operano di solito in partenariato con università straniere che provvedono a fornire gli spazi per la loro attività. Questo è vero anche in Italia, dove sono presenti nella maggior parte dei nostri atenei.

Negli ultimi tempi si è aggiunta l’apertura di “Aule Confucio” in molti Licei, per fornire agli studenti delle scuole superiori l’opportunità di imparare la lingua ed entrare in contatto con la cultura del grande Paese asiatico. Il loro successo è dovuto alla crescente potenza cinese che si estrinseca, per esempio, in progetti come la Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) promossa da Xi Jinping, e alla quale il governo italiano ha aderito.

Come prima si accennava, il problema è dato dal fatto che gli Istituti Confucio fanno propaganda a favore del modello cinese, soprattutto tra i giovani, e questo ha finito col creare tensioni in molte nazioni occidentali, Stati Uniti in testa. Numerosi governi invitano adesso alla prudenza.

In effetti, gli Istituti non si limitano a fare propaganda, ma cercano spesso di ostacolare iniziative culturali sgradite al Partito Comunista Cinese, per esempio quelle che riguardano il tema dei diritti umani. Come conseguenza si è avuta la chiusura di parecchi Centri in America e in Europa, tra cui quelli delle Università di Leiden in Olanda e di Paris Nanterre in Francia.

Con l’intensificazione dei rapporti – non solo commerciali – tra Cina ed Europa, l’argomento è destinato ad assumere sempre maggiore rilevanza nell’immediato futuro. Ciò è vero anche per l’Italia, dove sono tuttora vive le polemiche per la recente adesione – da alcuni considerata troppo frettolosa – del nostro governo al progetto della Nuova Via della Seta, nonché per il rifiuto del ministro degli esteri, Luigi Di Maio, di condannare la repressione della rivolta di Hong Kong con il pretesto che si tratta di un “affare interno” cinese.

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Michele Marsonet


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