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Gli eredi della questione morale alle prese con il pantano Csm: ne usciranno come sempre, buoni e giusti per autodefinizione

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Berlinguer, il santo laico ma neanche tanto laico, tetramente abbarbicato al passato, il vero fondatore dell’austerità, della decrescita che i compagni di fede cieca scambiavano per morigeratezza, al netto dei rubli di Mosca e dei dollari americani, il fiero oppositore di Carosello e della tivù a colori. Il sardo aristocratico che le masse le guardava dalla finestra, come nella vignetta di Forattini, la cui cupezza è diventata pietra di paragone, ogni successore inesorabilmente perdente al confronto. Oggi abbiamo questo Zingaretti dalla maschera ridens, che a vederlo viene in mente quella battuta di Trinità al cameriere: “Ma perché ridi tanto?”.

Zingaretti si prodiga in banalità, in slogan demenziali, in uscite sbagliate e dal seno del partito sgorgano gli intrighi, le mene a filo doppio con la magistratura, col Csm ridotto, ma chi l’avrebbe detto, ad una palude di correnti, di rappresaglie, di faide, di colpi bassi, di ricatti. Finché qualche figlio di Trojan fa trapelare quello che serve, giusto la punta dell’iceberg e parte il cafarnao, il contorcimento dei Farisei: “È inaccettabile! Bisogna cambiare tutto, bisogna ritrovare moralità”. Inaccettabile? Ma quando mai il Csm è stato una faccenda diversa? Ma qualcuno se lo ricorda l’atteggiamento della cara Anm a proposito di Giovanni Falcone? Ora, in questo viperaio il Partito democratico, che è un precipitato del vecchio PCI, fa la parte del leone: gli eredi degli onesti, degli incorruttibili, quelli che nel cuore hanno la rettitudine, la giustizia, l’eguaglianza, scaldate dal sol dell’avvenire e dall’appoggio acritico alla magistratura – e finalmente si comprende come mai.

Come farà adesso la sinistra post comunista, sempre piuttosto comunista, a difendere la propria sedicente diversità? Semplicemente con la solita faccia tosta, troncando e sopendo, mobilitando i suoi presìdi culturali, i suoi giornali, i suoi intellettuali da operetta. Con la solita autocritica in stile sovietico: dove avete sbagliato, compagni? Inaccettabile, scandaloso, si dice dell’intreccione, ma più un gruppo laocoontico, tra toghe e cravatte, fra giudici e politici (democratici): ma lo scandalo, a sentirli bene, sta nel fatto che li hanno beccati, che sono stati presi con le mani nel sacco delle manovre, delle raccomandazioni, delle rappresaglie. Lo scandalo sta nel non essere riusciti a soffocare per tempo lo scandalo; “nisi caste, caute”, come dicono i gesuiti. E se qualcuno pensa che lo sputtanamento, come cantavano Cochi e Renato, servirà davvero a una palingenesi, allora dimostra di non vivere in Italia ma su un altro pianeta: né le toghe, né i politici (democratici, ça va sans dire) sono in grado di concepire la loro azione diversamente da così: è un fatto genetico, ce l’hanno nel sangue, la natura non si cambia e una certa concezione del potere è costituzionale, è consustanziale. Questione di cellule.

Certo, la faccenda di per sé è sconcertante, è perfino spaventosa. Ma guardateli, i protagonisti del pantano: si agitano oggi come ieri, nelle loro trame, nel rinfacciarsi colpe e nello scambiarsi pizzini minacciosi. L’unico orizzonte è questo, l’unica reazione morale è questa. Basterà far passare la nottata, anche se questa notte della Repubblica non passa mai, basterà trovare altri capri espiatori, spingere sui valori strategici, pretestuosi: l’antifascismo ossessivo, il migrantismo militante, la cattiveria e la disonestà degli “altri”. Noi siamo i buoni per autodefinizione, noi se sbagliamo lo facciamo per eccesso di generosità, perché ci preoccupiamo per un mondo diverso, più giusto, il nostro egemonismo gramsciano, sia nelle scuole, nei giornali, nei teatri o nelle aule di giustizia, ha sempre un fine nobile e i mezzi, alla fine, sono secondari, sono perfino irrilevanti. Noi siamo i giusti e chi dubita è dalla parte sbagliata della storia. Eccoli lì, sempre pronti a trovarsi qualche nemico: tra di loro, nelle mille correnti; nel dannato leghista che fa rima con fascista; negli eurosodali di un tempo, roba da neurodeliri; tutto pur di dirottare il raggio della colpa, della responsabilità.

C’è una attempata giornalista di un famoso giornale-partito, lo stesso coinvolto nel pasticciaccio brutto delle mani sul Csm, che ha appena evocato fantastiche revolverate, nel senso di immaginazione, proprio così ha detto: “Ho maturato la fantasia di sparare a loro [i nemici Salvini & c., ndr]. Devo dire che la legge sulla legittima difesa mi è venuta incontro. Nessuno può più negarmi di imbracciare un kalashnikov. Sono vecchia. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. Non sono parole di una ex brigatista, ma di una sussiegosa madamona molto snob. E voi avete ancora il coraggio di aspettarvi un rigurgito di dignità da questi?

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Max Del Papa


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