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Tra giustizialismo e statalismo premesse non incoraggianti, ma opportuno mettere alla prova i giallo-verdi

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Dopo un estenuante teatrino che ha toccato spesso vette di indecenza politica, a causa sia dei giovani ed improvvisati “populisti” che del più anziano inquilino del Quirinale, si è finalmente giunti a ciò a cui si sarebbe dovuto arrivare subito dopo le elezioni del 4 marzo scorso. Ovvero consentire di governare l’Italia a coloro i quali hanno realmente vinto le elezioni.

Chi scrive non ha fiducia, né stima politica verso il M5S e apprezza poco la Lega di Salvini, ma ritiene sacrosanto rispettare sempre gli elettori, dinanzi a qualsiasi risultato, e altresì giudica opportuno che quelle forze irrobustitesi elettoralmente a suon di slogan, spesso facili, possano, per così dire, sporcarsi le mani con l’arte di governare e dimostrare al Paese le loro capacità, vere o presunte. Insomma, tocca a loro e non possono esserci alibi! La polemica secondo la quale l’alleanza di governo Lega-M5S sarebbe innaturale, e pure un po’ irrispettosa del voto degli italiani, perché Salvini ha gareggiato anzitutto alla testa di una coalizione di centrodestra con Forza Italia e Fratelli d’Italia, è legittima, ma per alcuni aspetti sterile. La retorica riguardante il valore di un’alleanza di centrodestra diviene purtroppo, ogni giorno che passa, sempre meno credibile e, badate, in chi scrive non c’è compiacimento per questo, bensì una triste presa d’atto. Fra Salvini e Berlusconi il feeling non è mai nato, nonostante alcuni sforzi, mentre la pur brava Giorgia Meloni si guarda intorno, un po’ smarrita ed emarginata. Inoltre, il concetto di stare assieme e coalizzarsi, determinante nella cosiddetta Seconda Repubblica, ha perso gradualmente importanza negli ultimi anni, perlomeno a livello nazionale. L’avvento del M5S e, non meno significative, di alcune leggi elettorali scellerate, sostenute anche da quelli che oggi si lamentano della scarsa fedeltà alla coalizione di centrodestra, hanno demolito quasi del tutto quel poco di bipolarismo e di democrazia dell’alternanza che esistevano in Italia.

Quindi evitiamo le lacrime di coccodrillo e lasciamo Palazzo Chigi ai più votati dagli italiani. Affermare ciò non equivale a manifestare piena fiducia o apprezzamento nei confronti del Governo Conte. Anzi, da un punto di vista liberale, le premesse non sono per niente incoraggianti. La natura stessa di Lega e M5S, i contenuti del famoso contratto, i primi discorsi di Giuseppe Conte, odorano troppo di giustizialismo, statalismo e di una politica estera scivolosa, annullando quei pochi e buoni propositi come la Flat Tax. Tuttavia, questo esecutivo corrisponde a ciò che vuole il Paese in questo momento ed avremo modo di analizzare e giudicare, strada facendo, tutte le gesta dei giallo-verdi.

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Roberto Penna


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