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Euroscetticismo: quello vero, basato sui principi, e l’ammuina per non pagare il conto

di Marco Faraci, in Politica, Quotidiano, del

Uno dei maggiori equivoci della narrazione di questi ultimi anni è che la politica italiana sia ormai in maggioranza favorevole, se non per lo meno possibilista, alla prospettiva di un’uscita del nostro Paese dall’Euro, se non addirittura dall’Unione europea. Secondo la vulgata, la coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega rappresenterebbe il primo governo italiano di marca apertamente euroscettica.

Ed in effettivi è vero che, come mai in passato, dai due partiti di governo sono arrivati polemiche e punzecchiature nei confronti di Bruxelles e di Francoforte – in certi casi anche andando oltre alcune consolidate consuetudini di galateo diplomatico alle quali eravamo abituati ad attenerci.

La domanda è, però, se bastino alcune prese di posizione sopra le righe, per fare del nostro premier Giuseppe Conte una Thatcher o anche solo un Cameron.

La sensazione, in realtà, è che ci sia una differenza sostanziale tra l’euroscetticismo nordico ed in primis quello britannico, che ha condotto alla Brexit, ed il sentimento anti-europeista che ha preso piede in questi ultimi anni dalle nostre parti.

Il discrimine sta essenzialmente in quello che è l’obiettivo effettivo che sottostà al conflitto con l’establishment europeo.

L’euroscetticismo thatcheriano, quello del “discorso di Bruges”, ma anche quello di James Goldsmith, Boris Johnson o Nigel Farage è sempre stato orientato al recupero di sovranità in campo fiscale e normativo, in un contesto di indipendenza ed autosufficienza sul piano contabile, oltre che di cooperazione economica e libero scambio con il resto del continente. In parole semplici, i britannici non hanno mai chiesto niente di più se non di tenersi i propri soldi e di essere pienamente responsabili delle proprie scelte e quindi, in definitiva, del proprio bilancio.

O si trovava con Bruxelles un modus vivendi che rispondesse agli interessi dell’Isola oppure si usciva dall’Unione europea – perché meglio amici in due case che nemici in una sola. E’ sempre stata una posizione semplice e lineare e quello che la rendeva tale era che il Regno Unito si era effettivamente creato le condizioni che gli consentivano – sulla base di valutazione di costi e benefici – o di rimanere all’interno dell’Ue o di fuoriscirne senza particolari remore.

Il fatto è che in Italia non abbiamo la Lady di Ferro. Abbiamo Di Maio, l’”euroscettico” che è a favore degli “euro-bond” e che i soldi per le riforme li andrà “a cercare in Europa”.

Quello che appare è che la contrapposizione giallo-verde a Bruxelles sia, in realtà, tutta confinata all’interno di un perimetro di gioco ben preciso; non si tratta di voler uscire veramente dall’Ue, né di cambiarla in modo sostanziale ma, semplicemente, di provare a “spuntare” dall’Europa qualcosa di più dei governi precedenti.

Per usare un’espressione cara già ai governi Letta e Renzi, si va in Europa a “battere i pugni sul tavolo”; magari li si batte un po’ più forte del governo precedente, ma il senso resta quello del battibecco di basso profilo.

Come già fatto a suo tempo da Tsipras, ci si gonfierà un po’ il petto, ma sapendo bene, alla fine, di non avere grandi carte in mano.

Come per Tsipras, un po’ funzionerà ed un poco no. Un po’ funzionerà perché la Germania e gli altri paesi faranno comunque alcune concessioni, tanto per compromissione ideologica con il progetto europeista, quanto perché la quiete e lo status quo sono preferibili al rischio comportato da tensioni o da teoriche rotture. Al tempo stesso, però, sarà chiaro che la minaccia del “piano B”, prefigurato da Savona, è ad oggi poco credibile, perché l’Italia non sta lavorando per porsi nelle condizioni di solidità strutturali che possano consentirle di sopravvivere alla turbolenta traversata che sarebbe rappresentata da un’Italexit.

Certo, difficilmente il negoziato avrà uno “sconfitto” chiaro; è buona norma, in questi casi, che tutti tornino con qualche successo, anche minimo, da consegnare al proprio elettorato. Il governo italiano potrà dare l’impressione di aver portato davvero a casa “qualcosa” e l’Europa centrale potrà dare l’impressione aver vincolato quel “qualcosa” a qualche promessa. Ma è chiaro che tutto resterà all’interno dello stesso gioco delle parti al quale abbiamo assistito finora: un rapporto “maestro-scolaro” con il maestro che un po’ controlla ed alza la voce ed un po’, alla fine, lascia copiare.

Salvo improbabili “cigni neri” – che potrebbero essere rappresentati solo da radicali svolte euroscettiche (per davvero) dalle parti di Berlino – assisteremo solamente ad un progressivo incancrenirsi dello scenario attuale, ed i sussulti italiani assomiglieranno più a un “chiagne e fotti” meridionalista che a qualsiasi vera rivendicazione di “indipendenza”.

Il fatto è che non si può essere “indipendenti” se le condizioni strutturali del Paese (debito pubblico e pensionistico in primis) rendono drammaticamente dipendenti dalle politiche di Quantitative Easing e di acquisto di Btp operate dalla Bce.

E’ in generale un problema che mina l’autorevolezza italiana su qualsiasi dossier, anche su temi diversi dall’economia, come dimostra il sostanziale insuccesso del governo italiano nell’indurre cambiamenti sostanziali alle politiche generali di gestione del fenomeno migratorio.

Se la Gran Bretagna ha avuto la forza di poter prima negoziare, con Cameron, un nuovo accordo, più avanzato e dinamico, con l’Unione europea, e poi, successivamente, di passare alle “vie di fatto” della Brexit, difficilmente, nelle condizioni attuali, l’Italia potrà andare oltre un po’ di retorica a buon mercato.

La verità è che, se l’Italia non è in grado di stare in piedi con le sue forze, difficilmente dall’esibito attivismo dei nostri vicepremier potrà conseguire un granché in termini di modifica degli attuali equilibri tra Roma e Bruxelles.

Il paradosso italiano è che le politiche di spesa degli “euroscettici nostrani”, specie di quelli targati “a cinque stelle”, sono possibili esclusivamente nell’Unione europa, perché solamente attraverso politiche a livello di Bce è possibile calmierare i nostri tassi di interesse e mettere quindi a disposizione del nostro governo denaro “facile” con cui onorare le promesse elettorali.

E’ per questo che, al di là delle etichette dettate da opportunità di marketing politico, in termini sostanziali oggi chi ha bisogno di fare spesa e debito non può permettersi di portare il conflitto con l’Unione europea oltre un certo limite.

Questa considerazione ha un preciso corollario. Chi sia “seriamente” euroscettico – chi creda nella visione di un’Europa orizzontale e policentrica piuttosto che in futuro di superstato continentale – deve invece essere “rigorista”. Naturalmente “rigore” non significa – come alcuni pensano – mettere più tasse, ma vuol dire che lo Stato deve essere rigoroso, meticoloso e parco ogni volta che maneggia i soldi dei propri cittadini. Vuol dire che i conti del Paese devono essere mantenuti in ordine, al punto da essere credibili senza che ci sia bisogno di un qualsivoglia “garante” – quanto lo sono quelli svizzeri, quelli britannici o quelli neozelandesi.

Solo chi non ha bisogno dell’Unione Europea, può permettersi di fuoriuscire da essa oppure di rimanerci alle proprie chiare condizioni.

E se chi è davvero euroscettico deve essere il primo a pretendere i conti in regola, per molti versi, simmetricamente, chi ha a cuore i principi di responsabilità fiscale e di bilancio dovrebbe oggi essere razionalmente e pragmaticamente euroscettico.

Nei fatti, la concezione dell’Ue come pungolo al buon governo per le classi politiche nazionali appare, alla prova della storia, sempre più risibile. Più probabilmente in questi anni l’Euro e la costruzione europea hanno rappresentato pesanti incentivi all’azzardo morale per i governi dei Paesi culturalmente meno disciplinati, allontanando, in definitiva, gli obiettivi di risanamento.

Di fatto le dinamiche innescate dall’unione politica ed in primo luogo dall’unione monetaria hanno creato una bolla politica all’interno della quale l’elettorato ha sempre più perso coscienza dei meccanismi di causalità economica – come dimostra oggi la scarsissima comprensione che esiste di concetti quali pareggio di bilancio, spread, inflazione o svalutazione.

L’unica possibilità di riportare un po’ di buon senso nel dibattito politico passa da un cambiamento del “sistema di incentivi”, che può avvenire solamente a partire dal ripristino di un rapporto più diretto tra spesa pubblica e suo finanziamento. Servono, in altre parole, scelte istituzionali di decentramento radicale come condizione necessaria per promuovere l’accountability di chi governa.

In definitiva, oggi è sempre più difficile concepire “buona politica” senza comprendere le dinamiche innescate dal grande bipolarismo emergente della nostra epoca – quello tra una concezione centralista e verticale del potere ed una visione, invece, pluralista, orizzontale, responsabilizzante e competitiva. E nel momento in cui le si cominciano a comprendere, non sarà proprio più possibile fare confusione tra un vero spirito di alternativa al Leviatano europeo e l’antieuropeismo “tarocco” di chi vuole solo spendere soldi dei cittadini senza pagare il conto.

Marco Faraci


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