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Sta nascendo una nuova strategia italiana per la Libia?

di Francesco Generoso, in Esteri, Quotidiano, del

Dopo l’insediamento del Governo Conte a Palazzo Chigi, la politica estera italiana si è proiettata principalmente sul dossier “Libia”. Le visite di vari ministri a Tripoli hanno infatti dimostrato l’alto interesse di questo esecutivo nella pacificazione e stabilizzazione del Paese. La cessione di ulteriori motovedette alla guardia costiera libica, l’endorsment ricevuto da Trump sul ruolo centrale dell’Italia nelle faccende del Mediterraneo e le visite di esponenti del governo in altri Stati nordafricani, dimostrano che l’Italia sta progettando una nuova strategia per la Libia. Innanzitutto, si può dire che l’azione di questo governo sia in continuità con la politica dei predecessori, ovvero di supporto al governo al-Sarraj, l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite. Tuttavia, l’esecutivo attuale sembra voler superare il discorso legato all’immigrazione, ragionando anche sugli interessi italiani nel Paese nordafricano: ne è un esempio la proposta fatta dal ministro dell’interno Salvini riguardo la riammissione del Trattato di Amicizia firmato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi. C’è quindi l’interesse a riprendere quei legami economici, commerciali e storici che hanno legato Tripoli e Roma per molto tempo, interrotti dallo sciagurato intervento internazionale a guida francese del 2011.

Il punto focale dell’azione di governo resta però il blocco del flusso migratorio illegale proveniente dalla Libia e che, attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, arriva direttamente sulle coste italiane. L’attivismo di questo governo nel Nordafrica c’è e si vede. A turno Salvini, Moavero e Trenta hanno visitato Tripoli, ma anche Egitto e Tunisia. Da quest’ultimo Paese nel 2018 si è registrato il maggior numero di arrivi in Italia (3.548 secondo il Cruscotto Statistico Giornaliero del Ministero dell’Interno in data 10 agosto 2018), mentre l’Egitto rappresenta un interlocutore importante riguardo la vicina Libia.

Il Cairo ha una grande influenza sulle questioni libiche, in particolare nell’area della Cirenaica. Il governo egiziano non ha fatto mistero in passato di appoggiare il generale libico Khalifa Haftar, principale antagonista del governo al-Sarraj di Tripoli, e questo non è un dettaglio considerando che qualsiasi stabilizzazione della Libia non può che passare anche attraverso il generale. Si dovrà infatti trovare un compromesso, anche perché un Haftar fuori dai giochi non conviene neanche ad al-Sarraj, visto che il generale ha ai suoi ordini un elevato numero di uomini e risorse che, in sua assenza, potrebbero darsi alla macchia e generare ulteriore caos. Per poter arrivare a Haftar, che più volte ha accusato l’Italia di intromettersi negli affari della Libia e minacciato di attaccare le nostre navi, il Cairo è fondamentale.

Per risolvere la questione dell’immigrazione però, non basta la stabilizzazione della Libia. In poche parole, la Libia non è la soluzione al problema, ma solo una parte di esso, quella più vicina a noi e che più ci tocca. E’ necessario quindi che la questione libica diventi un problema internazionale, non solo italiano. Percorsi unilaterali sono dannosi e inutili, e lo ha dimostrato a maggio il presidente francese Macron, che da solo decise che entro dicembre si sarebbero dovute tenere le elezioni libiche; peccato che le condizioni politiche del Paese non permettano ancora alcuna tornata elettorale degna di tale nome, quindi priva di brogli, minacce e quant’altro. La pacificazione della Libia deve nascere in Libia, tra gli attori locali, supportata da quelli internazionali (e bene fa il governo a promuovere una conferenza di pace con tutti gli attori coinvolti per l’autunno).

Da questo punto di vista Roma può far valere il proprio rapporto speciale con Tripoli e l’appoggio dato dal presidente Trump nel corso del vertice con il premier Conte a Washington lo scorso 30 luglio. Quello degli Stati Uniti è stato un segnale di attenzione non indifferente. Trump ha infatti riconosciuto quello che dovrebbe essere il ruolo dell’Italia in base alla sua posizione nel Mediterraneo e alle sue dimensioni. Inoltre, Trump e Conte non fanno mistero di una certa vicinanza politica tra l’amministrazione statunitense e l’esecutivo italiano, offrendo la possibilità ad iniziative come la “cabina di regia” per la Libia di attuarsi, in particolare per quanto riguarda la condivisione di informazioni e notizie di intelligence, di cui gli americani sono certamente ben forniti.

In un contesto di questo tipo, il ritorno del Trattato di Amicizia potrebbe essere positivo. E’ pacifico dire che risulta improbabile l’attuazione di tutte le clausole inserite nell’accordo, tuttavia una rivisitazione del Trattato può essere utile per riaprire quei canali diplomatici che servono assolutamente in un periodo di instabilità come quello attuale in Libia, in particolare nella lotta ai network criminali che si occupano dei traffici.

Proprio sui network criminali libici, c’è da dire che sono solo l’ultimo anello della catena da spezzare. Infatti, i flussi migratori partono dall’Africa sub-sahariana, in particolare dall’Africa occidentale e orientale, e grazie a numerose bande e gruppi criminali, attraversano la regione del Sahel e il deserto del Sahara fino a raggiungere la Libia. Questi gruppi, numerosissimi, creano profitti per centinaia di milioni di dollari che vengono reinvestiti in altri traffici (droga, armi, esseri umani e prostituzione) e nei conflitti armati dell’Africa centrale.

Sin qui, l’Europa si è dimostrata disattenta a queste vicende, preoccupata più che altro a controllare le proprie coste e la fase terminale dei flussi. In questo quadro, anche la proposta di Conte di stabilire accordi con i Paesi terzi e l’istituzione di centri di protezione lungo le rotte non pare sufficiente. E’ necessario piuttosto attivare missioni militari e di polizia internazionali, in supporto alle forze di sicurezza africane, per il controllo dei confini e per la lotta ai traffici illegali. Le missioni in Niger o in Mali sono solo la punta dell’iceberg, in quanto servirebbero molti più mezzi, uomini e capacità di intervento maggiori.

In definitiva, il nuovo governo ha tutte le carte in regola per supportare la stabilizzazione della Libia e la risoluzione dell’immigrazione illegale. Tuttavia, l’Italia da sola non può fare tutto. Non si può prescindere da una risposta internazionale a tali tematiche, ed è necessario quindi che l’esecutivo porti le proprie istanze sui tavoli europei e internazionali, cercando soluzioni condivise che diano risposte concrete, e non solo parole gettate al vento, senza però sottomettersi alle agende politiche di altri Paesi, che in passato hanno catalizzato l’azione europea all’interno di quella nazionale.

Francesco Generoso


2 risposte a “Sta nascendo una nuova strategia italiana per la Libia?”

  1. Federico Libero ha detto:

    Bisogna intendersi, al-Sarraj è il simbolo del bene e Khalifa Haftar è quello del male?
    Mi stupisco che un “federalista-autonomista” come Salvini si interessi solo ad una delle due parti libiche in questione, che una sia sostenuta dall’ONU non rileva affatto.
    I libici hanno già deciso la divisione della vecchia Libia in due parti, se non tre.

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