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Fine del pacifismo unilaterale: il riarmo del Giappone per contenere l’espansionismo di Pechino

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L’espansionismo cinese nell’area del Pacifico e l’avvento al potere del premier Shinzo Abe a Tokyo hanno indotto i giapponesi a compiere una rivisitazione della loro storia recente. Lo spirito nazionale nipponico era stato finora riscoperto solo da circoli intellettuali ristretti e da alcuni scrittori, il più celebre dei quali è Yukio Mishima. Dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale, sembrava che tale spirito fosse scomparso una volta per sempre tra l’indifferenza dei giovani educati a trascurare i ricordi del Giappone imperiale.

L’impressione era tuttavia superficiale, anche perché la cultura giapponese è millenaria e possiede una sua forza intrinseca difficile da sradicare in modo completo. Il generale MacArthur, governatore di fatto dell’arcipelago dal 1945 al 1951, pensava di essere riuscito nell’intento equiparando gli abitanti ai cittadini di qualsiasi altro Paese.

Fu in effetti un’operazione di grande successo, che consentì al Giappone una crescita economica senza eguali. Il sottinteso era che poteva diventare una grande potenza economica, commerciale e tecnologica, ma solo a patto di scordare completamente le proprie tradizioni culturali e – soprattutto – militari. Si è avuta quindi per decenni la strana convivenza tra una società da un lato occidentalizzata negli aspetti esteriori e, dall’altro, un cuore profondo che continuava a coltivare i valori di una tradizione così specifica da non trovare equivalenti nel resto del mondo.

Non bisogna scordare che, già agli inizi del ‘900, il Giappone fu la prima nazione asiatica a sconfiggere una grande potenza europea. Accadde con la battaglia di Tsushima, culmine del conflitto russo-giapponese. Nel 1905 la flotta nipponica annientò quella dello Zar togliendo in pratica alla Russia ogni influenza nello scacchiere del Pacifico. E sono noti i successivi successi militari a ripetizione contro la Cina e nella Seconda Guerra Mondiale. Le atomiche di Hiroshima e Nagasaki furono poi il punto terminale di una sconfitta che i giapponesi rifiutavano di riconoscere.

È stata però sufficiente la minaccia proveniente da una Cina sempre più aggressiva a convincere gran parte dell’opinione pubblica che il pacifismo unilaterale della loro attuale Costituzione non è più sostenibile, e il governo Abe ha favorito e guidato la ripresa dello spirito nazionale senza remore, procedendo anche alla modifica dei testi sui quali le giovani generazioni studiano la storia del loro Paese. I cardini sono la fine dei sensi di colpa e l’orgoglio per una tradizione militare che risale a tempi lontanissimi. Abe, oltre a cambiare la Costituzione pacifista, ha inteso eliminare ogni limitazione di potenza autorizzando esercito, marina e aviazione a compiere operazioni preventive a danno delle nazioni che mettono in pericolo la sicurezza del Giappone.

È ovvio che l’espansionismo cinese gioca un ruolo essenziale nel quadro che ho appena descritto. Pechino assume toni sempre più aggressivi proclamando in modo unilaterale la propria sovranità in acque ufficialmente internazionali. Sono ormai tantissimi i casi di aerei e navi cinesi che sfiorano lo scontro con navi e velivoli giapponesi, americani, vietnamiti, filippini e di altri Paesi che si affacciano sul Pacifico. Una situazione densa di pericoli che l’incertezza dell’amministrazione Obama ha contribuito ad alimentare.

Anche se forse non è politicamente corretto, vorrei sottolineare che l’orgoglio nazionale nipponico è degno di ammirazione. Un popolo che, pur dopo una sconfitta disastrosa, non rinuncia ai suoi valori, alla sua cultura e al senso di grandezza che deriva da un passato glorioso, è per l’appunto un grande popolo, in grado di insegnare parecchio alle sempre più stanche nazioni europee.

Negli ultimi decenni il Giappone ha visto crescere a dismisura la potenza economica e militare della Cina comunista, e ha assistito quasi impotente al lancio dei missili nordcoreani avendo quale unica protezione l’ombrello Usa. A conti fatti Abe, e la grande maggioranza dei giapponesi con lui, si sono accorti che una Costituzione pacifista in modo così unilaterale non serviva più in uno scacchiere totalmente rinnovato e turbolento come quello dell’Asia orientale odierna. Di qui il proposito di impostare una nuova politica di difesa rinnovando e potenziando le forze armate.

Il rientro del Giappone nello scenario mondiale, e non solo sul piano economico come finora è avvenuto, può essere un punto di svolta nelle relazioni internazionali. A fronte della Cina in crescita esponenziale e degli Stati Uniti, che con Obama hanno praticato una politica estera piuttosto incerta, la rinnovata presenza nipponica è in grado di riequilibrare un quadro che appare allo stato attuale piuttosto caotico. Ed è proprio la “questione cinese” a spiegare molti dei rivolgimenti avvenuti negli ultimi anni nel Paese del Sol Levante. I giapponesi erano abituati a guardare i loro dirimpettai con un’aria di superiorità, per così dire dall’alto in basso. La Cina è stata per decadi la piattaforma ideale dell’espansione economica e commerciale nipponica. Nessuno però – e tanto meno i giapponesi – immaginava che la Repubblica Popolare avrebbe avuto uno sviluppo così rapido, tanto da diventare una potenza economica globale. Ma, fatto ancor più importante, nessuno immaginava una Cina sempre più forte sul piano militare, al punto da spaventare tutti – e senza eccezioni – i Paesi confinanti o comunque vicini.

Quando si parla del riarmo giapponese occorre quindi rammentare che esso è stato preceduto da una crescita costante e assai veloce delle capacità belliche della Cina. Naturalmente è opportuno valutare le rispettive basi di partenza. Le forze armate cinesi hanno fama di essere potenti più dal punto di vista quantitativo che da quello della qualità. Dal canto loro, le cosiddette “forze di autodifesa” nipponiche si collocano comunque ai primi posti nel mondo, anche per qualità.

Dunque, la partita è aperta. È anche importante notare che l’industria giapponese è pienamente coinvolta nel progetto con marchi celebri quali Mitsubishi, Toshiba e NEC, il che garantisce a esercito, marina e aviazione equipaggiamenti di prima qualità. Dopo intensi dibattiti, è entrata in vigore la legge che consente alle forze armate giapponesi di compiere interventi oltre i confini nazionali. Può a prima vista sembrare cosa di poco conto, ma non è così.

In realtà la legge suddetta pone termine a un intero periodo della storia recente nipponica, e può causare spostamenti significativi degli equilibri – tanto politici quanto militari – in Estremo Oriente. Finisce infatti l’epoca del pacifismo unilaterale, imposto dagli Alleati all’ex impero del Sol Levante dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale.

I giapponesi, insomma, non rinunciano più “alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le dispute internazionali”, come recita l’articolo 9 della Costituzione del 1947. Potranno al contrario inviare esercito, marina e aviazione oltre confine su richiesta di nazioni amiche, o anche in base a una percezione di aggressione imminente. In ultima analisi, è chiaro che il riarmo giapponese è una conseguenza della politica sempre più espansionistica praticata da Pechino negli ultimi decenni.

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Michele Marsonet


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