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Esercito Ue, tormentone preferito di chi vuole allontanare l’Europa dagli Usa

di Stefano Magni, in Esteri, Quotidiano, del

Margaret Thatcher l’aveva capito già decenni fa. Da un punto di vista militare, la difesa europea è una chimera. Dal punto di vista politico, serve semmai a separare l’Europa dagli alleati d’oltre oceano (e adesso anche d’oltre Manica) piuttosto che a rafforzare il contributo europeo alla comune difesa dell’Occidente

Puntuale come un orologio svizzero, dopo il ritiro dall’Afghanistan torna il dibattito sulla difesa comune europea. Non è affatto un dibattito nuovo, si ripresenta ad ogni crisi internazionale. Prima della proposta di questi giorni, lo avevamo sentito con una qual certa insistenza negli anni dell’amministrazione Trump. Quando l’inquilino della Casa Bianca dimostrava un po’ di insofferenza nei confronti degli alleati europei, che non contribuivano a sufficienza alle spese comuni.

Prima di Trump se ne parlava di già nel 2007, quando venne creata una forza di reazione rapida, delle dimensioni di un battaglione, mai impiegato da allora. E ancor prima nel 2004, all’indomani dell’intervento in Iraq che segnò, più di altre crisi, la distanza di vedute sulla politica estera fra Usa e Unione europea. Allora venne creata l’Agenzia di Difesa Europea. L’anno precedente, l’Ue lanciò la sua prima missione indipendente, con l’appoggio dell’Onu, in Congo. La difesa europea resta tuttora sulla carta, più che sui campi di battaglia. Ma soprattutto entra nel dibattito pubblico solo quando gli Usa dimostrano di voler privilegiare i propri interessi o, semplicemente, insofferenza nel mantenere di peso le spese della difesa dei suoi ricchi alleati.

Pochi notano i paradossi di questo dibattito. A farsi portavoce di un esercito comune europeo sono soprattutto i Paesi che meno contribuiscono alle spese della difesa. Infatti i governi dell’Ue che destinano una percentuale superiore al 2 per cento del loro Pil (il minimo richiesto dalla Nato) al budget militare sono solo quelli di Grecia, Croazia, Estonia, Polonia, Lituania, Lettonia, Romania e Francia. A parte la Francia, gli altri governi non partecipano attivamente al dibattito sull’esercito comune europeo o sono apertamente contrari. Una difesa comune europea, senza l’apporto degli Stati Uniti, costerebbe molto di più ai Paesi membri dell’Ue. C’è da credere che, una volta istituito un “esercito comune europeo” o comunque una struttura militare comunitaria, i governi dell’Ue siano più bendisposti alla spesa per la difesa? È difficile anche solo crederlo.

Lo si deduce dai fatti e dalla retorica. Dai fatti, prima di tutto: i Paesi europei della Nato, in Afghanistan hanno contribuito con truppe proporzionalmente molto inferiori rispetto a quelle del contingente americano e britannico. Mentre questi ultimi hanno condotto gran parte delle missioni di combattimento contro Al Qaeda e i Talebani, gli alleati dell’Europa continentale hanno prevalentemente svolto compiti di addestramento e nation building. Il che si riflette anche nelle perdite: gli Usa hanno subito 2.443 caduti (più i 13 uccisi nell’attentato del 26 agosto scorso, a ritirata quasi ultimata), il Regno Unito 456, tutti gli altri alleati europei 541 caduti (tra cui i 53 italiani). La guerra solo aerea contro Gheddafi in Libia, nel 2011, è stata formalmente guidata dalla Nato, su iniziativa della Francia. Ma i costi della guerra dimostrano che la parte del leone l’hanno giocata ancora gli Usa e il Regno Unito: le loro spese ammontano a più di un miliardo di dollari ciascuno. Le spese del maggior contribuente dell’Ue, cioè la riluttante Italia (che era base di quasi tutti gli attacchi) ammontano a 700 milioni di dollari, la Francia (che pure aveva preso l’iniziativa) a 450 milioni di dollari.

Nel dibattito di politica interna, aumentare le spese della difesa è una carta perdente in tutti i Paesi membri dell’Ue. Lo è in Italia, dove i partiti di opposizione di sinistra (ma anche la Lega, fino a tempi non sospetti) hanno sempre votato contro l’intervento in Afghanistan e per il ritiro del nostro contingente. Siamo il Paese in cui uno dei leader più europeisti, Matteo Renzi, nel 2015, in piena campagna di terrore dell’Isis, dichiarava che si dovesse combattere il terrorismo con la cultura. Il maggior partito d’Italia, il Movimento 5 Stelle (al governo ininterrottamente dal 2018, in tre esecutivi diversi), ha fatto la sua fortuna elettorale anche con una campagna contro la spesa militare e in particolar modo contro l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 (e senza proporre alternative).

Nel dibattito di politica interna dei Paesi dell’Ue che spendono meno del 2 per cento del Pil in difesa, lo scenario non è molto differente. In Germania, il partito pacifista per eccellenza, quello dei Verdi, sta diventando forza di maggioranza in tutte le regioni occidentali. È da escludere che la locomotiva economica d’Europa torni a giocare il ruolo di grande potenza militare. Si nota una maggiore attenzione alle spese per la difesa nazionale in due soli Stati membri dell’Europa settentrionale, Svezia e Finlandia, soprattutto per paura della Russia. Ma anche qui stiamo parlando di spese inferiori al 2 per cento. Per il resto l’Ue continua ad avere opinioni pubbliche anti-militariste. E a votare partiti anti-militaristi.

Infine, ma non da ultimo: qualcuno ha idea di quale politica di difesa debba seguire un eventuale esercito comune? Dove interverrebbe? Se ci lamentiamo che gli Stati settentrionali siano insensibili alla sicurezza del Mediterraneo e Medio Oriente, i nostri concittadini europei settentrionali e orientali lamentano che l’Europa del Sud e dell’Ovest flirta con la Russia. I polacchi accettano ben volentieri di essere difesi da truppe americane e britanniche dalla minaccia russa. Ma non accetterebbero con altrettanto entusiasmo di essere difese dalla Germania: la memoria dell’invasione pesa ancora oggi. Quanto alla Francia, c’è da chiedersi se la protezione della Polonia, e del fianco Est in generale, le interessi ancora. Siamo, invece, disposti ad intervenire in Africa per tutelare gli interessi della Francia? Vista la riluttanza con cui abbiamo partecipato al conflitto in Libia (in cui la Germania si è dichiarata del tutto neutrale), c’è veramente da dubitarne.

Insomma, la difesa europea finora ha funzionato in ambito Nato, finché a dettare la linea comune è una potenza estranea al continente europeo, gli Usa, con un ascendente storico forte (vincitrice e liberatrice dell’Europa occidentale dal nazismo) e dunque capace di ricomporre i dissidi fra le antiche rivalità del vecchio continente. Ma in caso di difesa comune europea, indipendente dalla Nato, c’è da scommettere che le vecchie ruggini riemergano.

Margaret Thatcher aveva visto giusto quando, a più riprese, si era opposta all’idea di un esercito comune europeo. Già in tempi non sospetti, il 20 settembre 1988 (un anno prima della caduta del Muro e quattro anni prima della nascita dell’Ue), nel suo noto discorso di Bruges aveva riassunto il suo progetto: “Dobbiamo sviluppare la Unione Europea Occidentale, non come un’alternativa alla Nato, ma come un modo per rafforzare il contributo europeo alla comune difesa dell’Occidente. Soprattutto, in un momento di cambiamenti e incertezza nell’Unione Sovietica e nell’Europa orientale, dobbiamo mantenere l’unità e la risolutezza dell’Europa, così che, qualsiasi cosa possa accadere, la nostra difesa sia solida”.

Nel 1999, all’indomani della guerra del Kosovo, quando lo stesso premier britannico Tony Blair si diceva favorevole a una difesa comune europea, la Thatcher in un discorso tenuto a New York, avvertiva il pubblico americano: “Apparentemente è una splendida idea che gli europei ora vogliano preoccuparsi di più della difesa continentale. Ma invece no: il vero motivo che spinge ad una difesa europea indipendente è lo stesso che spinge verso una moneta unica europea: l’avventura utopistica di creare un singolo super-Stato europeo che sia rivale degli Stati Uniti sulla scena mondiale”.

Ancora nel 2002, quando il dibattito era riemerso dopo l’11 settembre, la Lady di Ferro aveva di nuovo espresso tutte le sue perplessità sul progetto, dichiarando che fosse “più politico che militare” e che alla fine avrebbe “danneggiato la coesione dell’alleanza con gli Stati Uniti”. E aveva messo il dito nella piaga: “Se gli europei volessero veramente aumentare i loro contributi alla Nato, lo possono dimostrare già da ora. Possono aumentare la spesa militare. Possono trasformare rapidamente i loro eserciti in corpi professionali, come quello del Regno Unito. E possono acquisire più tecnologia avanzata”. Ma: “non penso che il fine sia quello di condividere lo stesso campo con gli Usa, bensì quello di contendere loro il primato. Ed è questo il vero obiettivo dei piani di difesa europea e il Regno Unito non dovrebbe mai farne parte”.

La Thatcher lo diceva due decenni fa. Ma oggi lo scenario non è cambiato. Da un punto di vista pratico, come abbiamo visto prima, la difesa europea è una chimera. Dal punto di vista politico, serve semmai a separare l’Europa dagli alleati d’oltre oceano (e adesso anche d’oltre Manica) piuttosto che a correggere gli errori della Nato.

Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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