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L’emergenza coronavirus in due volti: quello provato di Zaia e quello spaesato di Conte

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Ordinava un direttore di un allora grande giornale: “Dammi le facce!”. Alcuni malcapitati giornalisti, sotto le grinfie di quel direttore, per sdrammatizzare ci ironizzavano, ma lui intendeva dire, con quel “dammi le facce”, che spesso le immagini, i volti possono essere più efficaci di fiumi di parole. Tornando all’oggi, l’emergenza coronavirus potrebbe essere efficacemente e drammaticamente riassunta da due immagini di facce così diverse che oggettivamente fanno a pugni tra loro: la faccia di Luca Zaia, presidente del Veneto, un uomo ancora giovane, le cui rughe di espressione, di preoccupazione ma anche determinazione fanno sembrare il suo volto simile a una cartina geografica, con discese ardite e risalite; il volto dall’altro lato del premier Giuseppe Conte, in maglioncino, con un’espressione un po’ spaesata, sorpresa, per sua stessa ammissione, ma più rilassata.

E anche fattasi d’improvviso un po’ autoritaria. Il presidente Conte, a norma di Costituzione nominato dal capo dello Stato e “fiduciato” dal Parlamento, senza aver prima fatto mai politica, “avvocato del popolo” – come si definì nel discorso del suo primo insediamento alla guida del governo giallo-verde o meglio giallo-blu, ovvero Cinque Stelle e Lega – poi a capo di un esecutivo giallo-rosso, è arrivato a minacciare di “contrarre” i poteri delle Regioni. Nel mirino, ovvio, in primis quel Nord quasi tutto dominato da governatori leghisti, che, forti di un vasto mandato popolare, gli avevano chiesto un mese fa, come il loro leader di partito Matteo Salvini non si stanca di ripetere, di mettere in quarantena tutti coloro che tornavano dalla Cina, quindi cinesi e non solo, ma, appunto, tutti. Si sono beccati, Zaia, il presidente lombardo Attilio Fontana, quello friulano Massimiliano Fedriga, dei “fascioleghisti” da importanti esponenti dell’esecutivo di sinistra.

Ma, tornando alle facce, alle storie dei cosiddetti “fascioleghisti”, a quella simbolo di Zaia, il governatore da dieci anni più votato d’Italia, dal picco massimo dell’oltre 60 per cento del 2010 a quello dell’oltre 50 dell’ultima elezione, “Luca” da Bibano di Godega di Sant’Urbano, suo paese nativo in provincia di Treviso, è figlio di democristiani. Storia simbolica delle radici Dc della Liga Veneta. La prima di tutte le leghe che Umberto Bossi federò nella Lega Nord, con l’asse portante della sua Lega lombarda. Il mondo dc dal quale Zaia proviene è quello però della piccola, media borghesia produttiva, certamente non parassitaria, del Nord Est, locomotiva dell’economia italiana, con la Lombardia e tutto il Nord, oggi dominato da presidenti leghisti e in Liguria e Piemonte da “governatori” di centrodestra. Zaia è figlio di un meccanico, nella sua casa nativa a Bibano il padre conserva ancora l’officina. “Luca”, detto il “Doge”, per la sede della Regione sul Canal Grande, ma soprattutto per la vastità trasversale dei consensi, laureato, da ragazzo per mantenersi agli studi ha fatto un po’ di tutto, il cameriere e persino il pr di discoteca. La cosa di cui ama forse più parlare, nei momenti di relax, insieme con la sua passione musicale per Carlos Santana. Una volta mi disse per Panorama: “Sono io che ho inventato i volantini da discoteca”. Anni ’80, lui era pr del “Manhattan”, discoteca di Godega. Lo hanno sfottuto i suoi detrattori per questa attività giovanile, senza però capire quanto il giovane Zaia fosse già da allora radicato nel territorio. Diventò, nella filiera bossiana dei più giovani e competenti amministratori locali, presidente trentenne della Provincia di Treviso. Dove ebbe la bizzarra ed efficace idea di utilizzare, senza costi, gli asinelli per togliere i cespugli dai lati delle vie. L’attesa della sua prima elezione la trascorse nel 2010 con una calma olimpica come il “Luca” di sempre, di Bibano Godega Sant’Urbano, insieme con la moglie Raffaella, tre dello staff e le sue ex colleghe, amiche di una vita, ex cameriere del “Manhattan”, dove era pr. Nel retrocucina di un ristorante sul Piave, di fronte alla tv attese le prime proiezioni. Poi, “andiamo” a Treviso, al quartier generale, in una bolgia di flash, telecamere e taccuini. Salutò prima le sue amiche ex cameriere del “Manhattan” abbracciandole. Semplicità e abitudini di sempre per “il Doge”, dotato di una consolidata rete di rapporti con il mondo della Chiesa veneta, con al suo attivo un referendum sull’autonomia, nell’ambito dei poteri concessi dalla Costituzione, passata pochi anni fa sempre con oltre il 60 per cento. Ma lui è rimasto “Luca”, uno di noi, il figlio del meccanico. Colui che il premier che visse due volte, senza mai presentarsi a un appuntamento elettorale, vorrebbe ora commissariare?

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Paola Sacchi


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