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Ecco perché in Italia amiamo meno sia la “libertà” che la “serietà”: due concezioni del potere a confronto

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Molto è stato scritto sulle dichiarazioni del premier britannico Boris Johnson (“il nostro Paese ama la libertà più degli altri”) relative alla sua gestione, giudicata troppo “leggera”, della rinnovata emergenza sanitaria portata con sé dall’autunno, e sulla risposta dai toni velatamente polemici del presidente della Repubblica Mattarella (risposta, detto con tutto il rispetto per il capo dello Stato, non condivisibile in quanto decisamente ingiustificata) sul fatto che gli italiani oltre alla “libertà” amano anche la “serietà”. Il tema si presta però ad alcune considerazioni più generali sul fatto che popoli differenti (anche nell’ambito della comune cultura occidentale) possono concepire e vivere le relazioni politiche in modi molto diversi, e in particolare possono basare tali relazioni su modi molto diversi di considerare il rapporto tra libertà e “serietà”, dove per serietà si deve (come ritengo si debba) intendere la responsabilità, politica e civile delle proprie decisioni e delle proprie azioni.

Per un politico anglosassone, britannico ma anche americano, di qualsiasi partito sarebbe inconcepibile parlando dei rapporti tra stato e cittadini contrapporre libertà e “serietà”, cioè responsabilità, perché per loro libertà e responsabilità sono due facce della stessa medaglia, entrambe sinonimo (per diversi aspetti) di capacità di prendersi carico delle conseguenze delle proprie azioni, per quanto di competenza, sia riguardo alla vita individuale che a quella collettiva. Nulla di tutto questo avviene da noi, dove culturalmente, prima ancora che politicamente e giuridicamente, la libertà è intesa soprattutto come licenza di fare i propri interessi più o meno “egoistici”, mentre la responsabilità per il bene pubblico è intesa come il compito di guidare l’azione dei cittadini, eventualmente limitando le loro tendenze individuali. Questo è il frutto di una lunga tradizione culturale secondo la quale una delle funzioni più importanti di chi governa è quella “pedagogica”, cioè quella di migliorare “dall’alto” la vita civile e morale con provvedimenti che, tra le altre cose, insegnino ai cittadini come comportarsi. Per il loro bene. Una visione che risale in gran parte all’epoca della controriforma, la quale ha interpretato in questo modo, cioè in modo “pedagogico”, il compito della “cura d’anime” affidato alla chiesa, e che è sopravvissuta alla secolarizzazione del potere pubblico: basti dire che uno dei maggiori sostenitori della concezione pedagogica della politica fu Giuseppe Mazzini.

Questo modo di vedere le cose è peraltro simile a quello degli altri Paesi europei continentali dove (magari senza i toni formalmente assoluti sui principi astratti, e le mille incertezze e disparità a livello di applicazione pratica) l’esercizio dei poteri pubblici si pone da sempre su un piano “superiore” a quello dei diritti individuali, e anche quando questi sono previsti e rispettati, lo sono sempre dal punto di vista collettivo, al contrario di quanto avviene nei Paesi anglosassoni, dove è l’esercizio del potere pubblico che è finalizzato a valorizzare i diritti dei singoli, dei quali esso è “rappresentante” nel senso proprio del termine, cioè esecutore di decisioni altrui.

Particolarmente nei momenti di crisi, questa contrapposizione culturale tra la libertà individuale e la responsabilità dei soggetti pubblici finisce però per nuocere ad entrambe, come l’emergenza sanitaria sta dimostrando. Quanto alla libertà è sufficiente un breve confronto tra i provvedimenti adottati da noi e quelli adottati in Gran Bretagna o negli Stati uniti. Da una parte abbiamo avuto provvedimenti non discussi democraticamente, imposti senza tenere alcun conto delle esigenze dei cittadini, spesso spinti ad eccessi formalistici sconcertanti; non posti in discussione da alcuna autorità pubblica che fungesse da “contrappeso”, sostenuti da non velate minacce di denuncia penale per chi dissentisse provando a criticare le verità “ufficiali” e, a maggior ragione, per chi suggerisse qualche forma di disobbedienza civile. Dall’altra, abbiamo avuto provvedimenti decisi democraticamente, già limitati nel loro contenuto vincolante in origine, spesso ulteriormente limitati, se non addirittura eliminati grazie all’intervento giudiziario, e comunque basati soprattutto sulla spontanea (e “responsabile”) azione dei cittadini, il tutto nella piena libertà di manifestare anche pubblicamente il proprio di dissenso e di invitare eventualmente alla disobbedienza civile.

La stessa cosa vale però anche per la responsabilità (per la “serietà”) dell’azione pubblica, che porta i detentori del potere pubblico ad essere trasparenti di fronte alla popolazione riguardo alla gravità o meno della situazione nonché ai pro e contro delle proprie scelte solamente, laddove una visione della funzione di governo intesa come una attività empirica effettuata “in nome e per conto” dei cittadini demanda a questi ultimi (nonostante tutti i difetti e le distorsioni possibili) attraverso il meccanismo elettorale il giudizio finale sulle scelte pubbliche, un giudizio effettuato dal loro punto di vista individuale di “utenti” della politica. Laddove invece la responsabilità politica consiste nel dirigere la popolazione verso il bene comune, non solo l’eventualità di patologie (legate o all’interesse personale o all’ideologia, particolarmente forte oggi) è più probabile, ma la stessa valutazione dell’attività di governo, anche se rimessa alla decisione degli elettori, è sempre centrata sul punto di vista collettivo e le eventuali alternative politiche consistono pur sempre in modi diversi di guidare “dall’alto” la popolazione. Questo è vero anche nel nostro Paese, dove, in particolare a causa della funzione “pedagogica” del potere, gli obiettivi pubblici assumono spesso un livello tanto elevato quanto astratto e quasi “evanescente”, per cui all’esplosione dell’epidemia da un lato si è esaltato il modello italiano come “un esempio per il mondo” e dall’altro la politica sanitaria, lungi dal mettere in chiaro le difficoltà e gli inevitabili lutti e sofferenze, è stata sintetizzata nel motto “andrà tutto bene”.

Siamo di fronte ad una differenza culturale fondamentale. Il premier Johnson, prendendosi una valanga di insulti e di commenti pieni di derisioni, ha avuto il coraggio, unico in tutta Europa, di dire ai suoi concittadini che vi sarebbero state delle vittime: una onestà intellettuale e politica rara, scambiata da noi addirittura (triste a dirsi) o per cinico darwinismo sociale o per stoltezza (“British colions” fu il titolo di un giornale italiano tra i più benevoli), la stessa onestà che a suo tempo dimostrò di possedere il suo predecessore Churchill quando, unico in Europa mentre tutti gli altri governanti promettevano la vittoria in breve tempo, disse ai suoi concittadini che la guerra avrebbe portato “lacrime e sangue”. Il leader dell’altra grande democrazia anglosassone, quella americana, il presidente Trump, anch’egli bersaglio abituale di insulti e derisioni da parte dei commentatori politicamente corretti ha recentemente invitato a combattere il virus senza “avere paura”. Qualcuno in Italia ha commentato: “Se un politico lo dicesse da noi, chissà cosa farebbe la gente….”.

La concezione del potere calato dall’alto della “responsabilità” dei governanti può produrre effetti negativi sul funzionamento stesso della democrazia, cosa che si può notare, andando un poco oltre il coronavirus, se si osserva come i diversi Paesi stanno affrontando da un lato la crisi economica che riguarda tutte le società occidentali, dall’altro gli eccessi dell’ideologia globalista e politicamente corretta. Mentre nei Paesi anglosassoni si mantiene, pur esasperata nei modi e nei contenuti una contrapposizione politica e culturale, aperta e legittima, tra le posizioni globaliste e politicamente corrette e quelle legate alle differenze nazionali e basate sui valori “tradizionali”, in quelli europei continentali la sostanza della competizione democratica mostra di essere in pericolo, cosa di cui non danno conto i mezzi di informazione, i quali, se posso dire così (e con tutto il rispetto che per chi opera in quei settori) sembrano descrivere con minuziosa e quasi maniacale precisione il dito che indica la luna senza parlare di questa. In Italia ci siamo appassionati, circa un anno fa, al dibattito in Gran Bretagna che ha portato all’attuazione della Brexit, leggendo resoconti dettagliati sugli interventi parlamentari dei vari leader, spesso deridendo (vedi quanto detto sopra) le mosse del premier Johnson, ma quasi nessuno ha sottolineato il fatto che i cittadini britannici hanno votato per scegliere se restare o no nell’Unione europea, mentre noi non possiamo farlo. L’ex presidente Napolitano, commentando il referendum d’oltremanica disse che lo stesso era stato un errore perché su questioni “tecniche” non era opportuno fare decidere al popolo. Parole tanto gravi quanto significative. Ora ci stiamo appassionando alle elezioni americane che ci vengono presentate dei media con altrettanta dovizia di particolari e di sondaggi (e ovviamente con una dose di critiche irridenti al presidente uscente Trump), ma nessuno dice che la democrazia dell’alternanza, tanto esaltata in passato, si sta quasi spegnendo in tutta Europa. Ciò avviene in Italia, dove unitamente ad un crescente ruolo di indirizzo politico del presidente della Repubblica, che rischia di trasformare la nostra forma di governo in quella chiamata “semipresidenziale”, senza peraltro (e qui sta il fatto grave) l’elezione diretta del capo dello Stato, il sistema elettorale proporzionale sta rendendo di fatto vana la possibilità per gli elettori di scegliere con il loro voto tra formazioni e programmi di governo alternativi ben definiti. Ma sta avvenendo anche in Francia e in Germania, dove formazioni da sempre avversarie tra loro si sono unite in un nuovo partito unico (Francia) o in una coalizione di governo stabile (Germania). Insomma, sembra sempre più che l’unica voce politica legittima sia quella che sostiene il globalismo, il politicamente corretto e le “magnifiche sorti” dell’Unione europea, la quale peraltro troppo spesso ha dimostrato di appoggiare eccessivamente le pretese degli stati nordeuropei contro quelli mediterranei, compreso il nostro, accusati sovente a torto di essere poco “frugali” (cioè in sostanza poco “seri”).

Durante l’emergenza sanitaria, e non solo, i cittadini italiani (e anche alcuni rappresentanti del potere pubblico) hanno dimostrato di essere personalmente altrettanto liberi (la libertà è un fatto interiore al di là di tutte le restrizioni) e responsabili (per sé e per persone a loro affidate, magari andando oltre le rigide norme formali), cioè altrettanto “seri”, dei britannici, ma è certo che quanto al rapporto tra governanti e governati alcune cose potrebbero (vorrei dire “dovrebbero”, intendendo il termine nel senso più alto di obbligo morale e civile) essere migliorate, e per fare questo sarebbe molto importante cercare non di copiare in maniera acritica e servile, ma di prendere esempio dalla libertà e dalla responsabilità che sono tipiche dei sistemi statali anglosassoni. Certo, la tradizione storica del potere pedagogico e dell’obbedienza formale unita all’arte pratica di arrangiarsi sono da noi molto forti, ma come tutte le realtà sociali non sono insuperabili. Ci sono state epoche, quali quella rinascimentale, in cui oltremanica ci invidiavano e ci ammiravano. Ed ancora agli inizi del 1600 Shakespeare (Riccardo II) affermava che “… la nostra tarda nazione scimmiotta servilmente” i “costumi dell’Italia”. Oggi meno anglofilia formale e di facciata e più considerazione sostanziale per il funzionamento delle istituzioni pubbliche dei Paesi anglosassoni (decisamente imperfette ma per tanti aspetti “meno peggio” delle nostre) ci sarebbero senza dubbio di grande utilità.

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Fabrizio Borasi


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