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Ecco perché da Pechino, e non da Mosca, giunge il vero pericolo per la liberal-democrazia occidentale

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In molti ambienti desta sconcerto il fatto che Vladimir Putin intrattenga rapporti preferenziali con numerosi partiti europei che si definiscono tradizionalmente di “destra”, e tenda invece a snobbare – per usare un eufemismo – quelli di sinistra (o presunti tali). Lo stesso vale per la stampa. Per leggere commenti equilibrati, per esempio, ai tempi del caso ucraino era meglio lasciar perdere Repubblica o Fatto quotidiano e verificare quanto veniva scritto in giornali conservatori o addirittura reazionari.

Com’è possibile? Putin non è forse l’erede diretto dei vecchi leader della defunta Unione Sovietica? E pure un funzionario di alto rango dell’ex KGB? Per chi è rimasto fermo a contemplare un mondo che non c’è più lo sconcerto è ovviamente giustificato. Ragionando secondo categorie tradizionali, l’Urss era il Paese che si contrapponeva in modo diretto al cosiddetto imperialismo americano e sosteneva le lotte di liberazione dei popoli in tutto il mondo. Naturale quindi considerare l’attuale Federazione Russa come continuatrice – per quanto con mezzi più limitati – di tale politica.

La realtà e la storia, tuttavia, cambiano con ritmi spesso così rapidi da causare disorientamento, e in tal senso il caso in questione è emblematico. A mio avviso occorre tener conto di due fatti di rilevanza estrema.

In primo luogo, e nonostante l’opinione contraria dell’ex presidente Usa Barack Obama, la Russia è tuttora una grande potenza. Lo è dal punto di vista militare, visto che può permettersi di inviare i propri aerei da guerra a rasentare (e pare, talvolta, sconfinando) lo spazio dei Paesi che appartengono alla Nato. Mosca non ha insomma paura di sfiorare lo scontro aperto, lasciando nel caso agli altri l’onere di provocarlo.

Lo è anche sul piano economico grazie alle immense risorse energetiche naturali e a un apparato industriale tuttora notevole. Siamo ben lontani dalla caratterizzazione – per la verità un po’ sciocca – che le diede l’ex presidente Barack Obama, secondo il quale la Russia stessa sarebbe “un Paese che non fa niente”. E infine lo è a livello culturale, campo in cui esercita una notevole attrazione anche perché la sua lingua continua a essere veicolare in molte altre nazioni.

In secondo luogo ho l’impressione che i russi abbiano rispetto all’Occidente una maggiore consapevolezza del pericolo estremo posto dal radicalismo islamico, tendendo quindi ad appoggiare coloro che a Ovest la pensano nello stesso modo.

Last but not least, la Russia ha alle spalle una tradizione imperiale che non è mai morta, nemmeno nel periodo sovietico quando venne travestita con elementi ideologici. E neppure è disposta a tollerare che le minoranze russofone, in alcuni casi assai consistenti, vengano vessate quando si trovano al di fuori dei confini della Federazione.

Ebbene, si dà il caso che, in Europa, i partiti politici in sintonia con Mosca siano per la maggior parte di destra, e che proprio per questo vengano spesso appoggiati. È così per il Front National di Marine Le Pen in Francia e per l’Unione Civica di Viktor Orban in Ungheria. E pare sia stato così, in termini diversi, anche per Lega di Matteo Salvini in Italia. Si tratta di formazioni politiche anti-Ue, ed è noto quanta irritazione avesse suscitato a Mosca l’appiattimento europeo sulla politica estera Usa nella vicenda ucraina.

Tutto questo può destare scandalo, ma diventa ragionevole se si comprende che i russi stanno soltanto difendendo i loro interessi nazionali. E in certi casi – faccio l’esempio della lotta al terrorismo islamista – basta poco per capire che i loro interessi in fondo dovrebbero coincidere con i nostri.

Tuttavia, ci sono altri elementi importanti di cui tenere conto. Come molti si attendevano, l’avvento a Washington dell’amministrazione “arcobaleno” di Joe Biden ha subito causato un peggioramento dei rapporti con Mosca. Anche i generali del Pentagono, infatti, sono rimasti alla vecchia Guerra Fredda, individuando nella Russia il pericolo maggiore che l’Occidente deve fronteggiare.

Nel frattempo la Repubblica Popolare Cinese ha assunto atteggiamenti sempre più aggressivi, tanto sul piano economico-commerciale quanto su quello militare. E, mette conto ribadirlo con forza, la coppia Barack Obama-Hillary Clinton ben poco aveva fatto per frenare l’espansionismo cinese, probabilmente non rendendosi conto della sua forza e pericolosità. Biden ha lasciato intenere che la politica anti-cinese di Donald Trump non verrà del tutto abbandonata. Ma ha pure fatto capire di essere intenzionato a cercare spazi di mediazione, suscitando reazioni soddisfatte da parte di Xi Jinping e del suo gruppo dirigente, ormai diventati campioni della globalizzazione e del multilateralismo, mentre schiacciano senza remore le istanze democratiche a Hong Kong e minacciano concretamente l’indipendenza di Taiwan.

L’Unione europea, come sempre, prende posizioni ambigue. Ad Angela Merkel interessa vendere Mercedes e BMW nel mercato cinese. Tutto il resto, dai diritti umani in giù, conta molto meno e può essere relegato nell’ambito delle dichiarazioni di principio, tanto belle quanto inutili.

Eppure la Repubblica Popolare sta diffondendo con successo nel mondo intero un modello politico e sociale estremamente autoritario, nel quale vige il controllo capillare e pressoché totale della popolazione, anche grazie all’uso distorto e pervasivo dell’Intelligenza Artificiale.

Da Pechino, quindi, e non da Mosca, giunge il vero pericolo per la liberal-democrazia occidentale. Anche perché i cinesi, a differenza dei russi, possono investire capitali enormi per acquisire industrie e infrastrutture. Con la presidenza Trump si era finalmente capito tutto questo e gli americani erano riusciti a creare difficoltà notevoli al regime di Pechino. Ora si rischia invece di tornare indietro. Biden è un presidente debole, prigioniero della succitata coalizione “arcobaleno” che l’ha fatto vincere (per quanto con notevole fatica). E si trova a capo di una nazione profondamente divisa la quale, piuttosto che combattere i nemici della democrazia, preferisce censurare i classici della Disney“Dumbo”, “Peter Pan”, “Gli Aristogatti” – e abbattere a più non posso statue e monumenti di personaggi che appartengono alla storia degli Stati Uniti. Sarà quindi difficile contenere la minaccia cinese, dal momento che la stessa popolazione della Repubblica Popolare è rinchiusa dietro una cortina di bambù eretta con i più sofisticati strumenti della tecnologia contemporanea.

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Michele Marsonet


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