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Ecco cosa resta della cultura di sinistra: antifà, sardine e devoti del globalismo

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È ora di sistemare una buona volta la tanto decantata cultura dei competenti, della sinistra. Che non è tanto l’evanescenza veltroniana o di Jovanotti o di Fabio Fazio o della Littizzetto, è qualcosa alle volte di molto più imbarazzante e anche micidiale. Le notizie sgradevoli sono più facili oggi da ignorare rispetto al passato, basta tenerle in naftalina per poche ore ed evaporano, oggi un qualsiasi avvenimento ha la durata mediatica naturale di una farfalla. Così è convenuto non parlare del balordo di 41 indagato dalla Procura di Terni per avere venduto metadone a due quindicenni morti stecchiti nel sonno. Questo pusher, certo è la quintessenza della cultura alternativa di sinistra: occupante da centro sociale con velleità artistiche, teppista da stadio, da dove è stato bandito, in fama di antifà radicale per dire uno che vede pretesti e motivi di faziosità ovunque, uno di quelli che non ti lasciano parlare e all’occorrenza lanciano il sasso e nascondono la mano.

Molto attivi sui social, fastidiosi il giusto. Le pretese di questo fanciullone senza tempo in arte Kongram, che pare una di quelle sigle allucinate che vedi scritte sui muri mentre il treno arriva in Centrale, sono fumo per nascondere una schietta attitudine imprenditoriale, a suo modo capitalistica: quella della fornitura, della intermediazione. L’attivista politico, il trapper, l’imbrattamuri è uno spacciatore che passa merda ai ragazzini i quali dicono: come usarla lo impariamo dai trapper. E gliela passa letale, gli sbologna metadone al posto di codeina, al che quelli tirano le cuoia.

Un misto di opportunismo balordo, parassitismo sovvenzionato, vittimismo per gonzi, come il cardinale elettricista che va per centri sociali ad allacciare utenze clandestine e, colto sul fatto, dice: mea culpa, ci penso io, pago io. Ma non paga e a coprire festini e traffici loschi restano i cittadini vittime dei festini e dei traffici loschi.

È lo stesso brodo di cultura sardinista, gli arrampicatori in soccorso del Pd, i Santori, la Cristallo e quell’altro che ogni tanto s’inventa una aggressione omofoba per non restare indietro. Loro e i fantomatici seimila sguazzano nelle acque centrosocialiste: nessuna analisi, nessuna comprensione dei fatti e per carità non chiedetegli una soluzione, un approccio appena problematico. Ti rispondono che sei un provocatore, che puoi parlare ma non farti ascoltare, che il razzismo e il sessismo sono ovunque e tu li alimenti. Sardina Mattia confonde mafia e brigatismo, si lancia in allegorie di bambini autistici che giocano a basket, un disastro, la consistenza culturale di Wikipedia ma lui ride, ride felice e si guadagna la candidatura col Pd. La famosa distinzione di Longanesi tra italiani intelligenti e furbi, pochissimi i primi.

Qual è, quale sarebbe questa ineffabile cultura popolare di massa, popolare ma competente, popolare ma per iniziati? Quella delle Ong nell’alone del traffico umano o l’altra della onorevole Morani, sottosegretario per lo sviluppo economico che twitta felice perché “a maggio balzo della produzione, +42 per cento” e poi si fa un video in cui sguscia giuliva sul monopattino elettrico? Quella del metoo che è un passepartout per la gloria o quella dell’islamismo light di Silvia Aisha che a tavolino, i piedi scoperti, beve una birra in compagnia di un maschio, come a dire convertita sì ma sempre all’italiana, senza esagerare, sempre con le porte girevoli ben oliate?

Giovanette vaporose, garzoncelli scherzosi o dinosauri, questi alfieri della sottocultura alla Bansky, l’imbrattamuri qualunquista, escono puntualmente bastonati, in modo anche imbarazzante, dai confronti televisivi con gli oppositori ma loro ridono, convinti di essersela cavata, di avere ribadito la sciagurata superiorità culturale e morale a cavallo tra Gramsci e Berlinguer. In economia non vanno oltre il luogo comune dei nuovi poveri, in letteratura si fermano alla santa canaglia, alla terza media quando sono loro a scrivere e poi trincano da un bottiglione di Strega, in storia il loro revisionismo è retrogrado, sul becero grottesco.

Sentite la testata on line Rolling Stone, la stessa dell’appello “noi non stiamo con Salvini”, la stessa diretta per una frivola stagione da Selvaggia Lucarelli: “Fuck the fascism è la versione 2.0 delle statue abbattute e vandalizzate del movimento Black Lives Matter, abbinando la ricerca storica allo ‘stupro’ dei responsabili di atrocità razziste e coloniali”. La ricerca storica! È lo slang zoppicante che strizza l’occhio ai centri sociali e ai Kongram, roba che uno legge e pensa: no, non possono averlo scritto davvero. Invece l’hanno scritto davvero, è opera di tale Claudia Ska, che uno pensa no, non può esistere davvero e invece esiste e fornisce un contributo alla riflessione del seguente tenore: “Almeno quando scopo voglio sentirmi libera”; “Delle puttane non sappiamo nulla”; “Sì anche le donne usano Tinder per scopare”; “Abbasso la dittatura della penetrazione viva il sesso anarchico”. Un po’ datato, ma il lettore medio di Rolling Stone, se ancora esiste, che ne sa? Con la signorina Ska, che scrive “vorrei scoparvi tutt* in una megaorgia piena di risate e amore, di sudore e di gioia”, siamo al caso di scuola, il fumo senza arrosto, il perbenismo a gambe larghe ma velate. Ma non è questa la street culture dei perbenisti, dei moralisti mascherati da libertini? Che noia, però.

La cultura di sinistra, pure quella seriosa, è passata in 20 anni dal demonizzare la globalizzazione all’adorarla come feticcio; agli scettici, agli apoti viceversa non ci era voluto molto per diffidare di questo Stranamore tecnologico, questo Bill Gates che già nell’anno Duemila diceva: “Ai poveri? Ci deve pensare la Medicina”. Vent’anni dopo, Bill vuole somministrare il vaccino all’umanità, ovviamente guadagnandoci il giusto; è uno che appoggia le Ong, Greta, l’Oms e l’altro mondo possibile: il suo, che quando fa la beneficenza, detraendola dalle tasse, che in magna parte elude nei paradisi fiscali, lo sa subito tutto il pianeta, grazie ai suoi giocattoli telematici.

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Max Del Papa


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