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Ecco cosa possono imparare l’Italia e la destra italiana dalla “Trumponomics”

Avatar di Marco Zannini, in Economia, Quotidiano, del

Che lo si ami o lo si odi, è impossibile negare l’iniezione di fiducia che il presidente Trump è riuscito a dare all’economia americana. La sua ricetta politica, denominata “Trumponomics”, si è caratterizzata per un distinto taglio mercantilista, massicci investimenti ed un sostanzioso aumento del deficit. Il divario tra le uscite e le entrate del governo federale statunitense raggiungerà presto i mille miliardi di dollari: a grandi linee, si può dire che il presidente americano abbia tratto ispirazione da qualche impolverato insegnamento anticiclico keynesiano, dove lo Stato interviene direttamente in risposta al rallentamento dell’economia.

L’idea vincente, però, è stata quella di scommettere sui punti di forza della propria economia, facendo deficit per incentivare le aree produttive e tagliare le tasse. Miglioramento delle infrastrutture per il commercio e la produttività individuale, deregolamentazione e aliquote più basse sia per individui che per aziende hanno dato una forte spinta all’industria (sia pesante che tech), alle attività commerciali e ai servizi alle imprese – facendo rinascere l’ormai defunta middle class.

Queste misure, sommate al forte carisma e al patriottismo di Trump, hanno generato moltissimo appeal tra i sovranisti italiani. Ampi apprezzamenti sono arrivati sia dai partiti – con Lega e Fratelli d’Italia, M5S solo in parte – sia dalla vox populi dei loro elettorati. Anche i programmi elettorali, testati recentemente sul banco di prova delle elezioni regionali (2020) ed europee (2019), hanno messo in risalto l’evoluzione interna dei partiti: il caso per eccellenza è quello della Lega, dove la nuova corrente interna “pro deficit” ha prevalso sulla vecchia ala liberale e federalista, cambiandone radicalmente i risultati.

Il 2020, però, ha in serbo una notevole bacchettata sulle mani ai partiti italiani.

Come ci insegna John M. Keynes, una volta stimolata e cavalcata l’onda della crescita economica, bisogna anche saper ridurre la mano dello Stato nell’economia, che possa piacere o no. E con una mossa perfettamente coerente, così ha fatto Trump poco tempo fa presentando il budget per l’anno fiscale 2021, dove vengono previsti enormi tagli alla macchina statale.

Con un solo colpo di penna rossa vengono cancellati duemila miliardi di dollari dalle “safety nets”, cioè i programmi di sicurezza sociale e welfare. I tagli interesseranno tutta il settore pubblico, ad eccezione per la difesa, sicurezza nazionale e la Nasa. Per esempio, il Medicaid, il sistema sanitario federale per famiglie a basso reddito, verrà tagliato del 9 per cento. L’agenzia per l’ambiente EPA subirà tagli del 27 per cento, mentre il Dipartimento per il commercio del 37 per cento. L’assistenza abitativa (case popolari) -15 per cento, l’istruzione -8 per cento, gli affari interni -13 per cento, tanto per citarne alcuni.

Il messaggio ai cittadini statunitensi è molto chiaro e semplice: “Io vi ho risollevato, ora tocca a voi rimboccarvi le maniche e camminare con le vostre gambe” (o come direbbero gli americani: “Now pull yourself up by your bootstraps”).

In poche parole, Trump sta facendo quello che l’Italia ha da sempre avuto necessità di fare ma che non è mai stato fatto: laddove vuoi fare deficit, lo fai per incentivare le aree produttive e ridurre le tasse.

Ma come ben sappiamo, la storia economica della Penisola è sempre stata costellata di spesa improduttiva, mance elettorali ed una pubblica amministrazione inefficiente, il tutto a discapito della parte produttiva del Paese, vessata da tasse e burocrazia.

I partiti italiani che tanto hanno battuto le mani a Trump per le ricette “più stato più spesa”, ora però si trovano davanti ad una scelta: continuare a fare finta di non vedere ciò che succede oltreoceano o diventare fiscalmente responsabili?

Nessuna delle due opzioni sarebbe esente da rischi e pericoli. Nel primo caso si manterrebbe la promessa alla base elettorale, compiacendola nel breve periodo. A lungo andare però, il conto da pagare presentato sarebbe molto, molto salato: non è segreto il fatto che nel corso di tre Repubbliche le mani bucate dei nostri governi abbiano minato qualsiasi barlume di competitività, paralizzando il Paese sia a livello economico che decisionale su piano europeo. Proseguire per questa strada sarebbe un suicidio, sia politico che economico.

Nel secondo caso, i sovranisti rischierebbero di creare un’ampia frattura nella loro base elettorale. La Lega, la quale ultimamente ha sostenuto molte manovre di spesa improduttiva (quota 100 e reddito di cittadinanza ai tempi del governo gialloverde) ne risentirebbe soprattutto tra gli elettori fuoriusciti da altri partiti o ex astensionisti. Altra storia sarebbe per Fratelli d’Italia, la quale in passato ha timidamente proposto una qualche forma di responsabilità fiscale nel suo programma elettorale: senza un’attenta governance in questo caso rischierebbe di essere la vera vittima. Già nel mezzo di un delicatissimo ricambio generazionale, andrebbe contro la “vecchia guardia” MSI-AN, ancora ben presente ed attiva all’interno del partito soprattutto a livello locale.

Una sola cosa è certa: il 2020 potrà essere l’anno decisivo per la destra italiana – se in meglio o in peggio ce lo potrà dire solo il tempo.

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Marco Zannini


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