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Dopo il voto in Israele è ancora “To Bibi or not to Bibi”. Il fattore Netanyahu tra punti di forza e di debolezza

Avatar di Rebecca Mieli, in Esteri, Quotidiano, del

Lo hanno detto in molti. Le elezioni che si sono svolte martedì in Israele rappresentano il secondo grande referendum nei confronti di Netanyahu, uno dei leader più discussi della storia dello Stato ebraico. Senza la sua figura, infatti, i due partiti di maggioranza (Likud e Kahol Lavan) potrebbero facilmente coalizzarsi per creare un governo di centro-destra con una quantità spropositata di seggi. Tutto il match si gioca, in sostanza, sulla presidenza Netanyahu, che in diversi mandati non è riuscita a plasmare dei degni successori. La destra in Israele peraltro soffre alcune spaccature irreparabili, prima su tutte quella tra i due tipi di ultradestra (religiosi e laici), che hanno causato l’impossibilità di formare un governo dopo le ultime elezioni.

Ieri mattina, infatti, il Paese si è svegliato con degli exit poll molto simili a quelli delle elezioni che hanno causato lo stallo politico la scorsa primavera. Con 56 seggi assegnati alla coalizione di destra (a guida Likud) e 55 alla coalizione di sinistra (a guida Kahol Lavan) – ancora una volta è l’ultradestra di Avigdor Lieberman, con i suoi nove seggi, a rappresentare l’ago della bilancia. Netanyahu incontrò proprio nel suo ex alleato Liebermann la maggiore difficoltà per la formazione di un governo. Il leader di Yisrael Beitenu, infatti, rappresenta la destra laica, non solo incapace – forse anche a ragion veduta – di accettare i privilegi degli ultrareligiosi, ma totalmente insoddisfatto della linea morbida con il quale Netanyahu ha affrontato le provocazioni di Hamas e il lancio di missili da Gaza nell’ultimo anno.

Netanyahu rappresenta una carta insostituibile per Israele: mentalità da trattativa, grande carisma politico, relazioni personali forti con tutti i più importanti leader nel mondo, da Putin a Trump. La sua capacità di tessere relazioni con qualsiasi mezzo ha rivoluzionato la storia di Israele, che dopo anni di bilaterali solo ed esclusivamente con gli americani è stata costretta a trovare altri interlocutori. Governi come questo e come il precedente hanno permesso a Israele di tessere importanti relazioni con i Paesi africani (grazie al ruolo di Gerusalemme nella lotta all’ebola e all’esportazione di tecnologia agricola e idrica), con l’India e con diverse nazioni precedentemente ostili in Sud America. Il potere negoziale di una figura così carismatica come quella di Bibi ha poi portato a una nuova era di dialogo con gli Stati arabi vicini, motivo per cui al momento Israele gode di uno dei periodi di pace più lunghi della sua storia. Non solo Egitto e Giordania, che con Israele condividono partnership in materia di sicurezza, lotta al terrorismo, infrastrutture ed energia, ma anche (non ufficialmente) con l’Arabia Saudita – allineate con Trump in un asse anti-iraniano.

Ma il “cult of personality” – che un italiano identificherebbe con una figura di tipo berlusconiano – così polarizzante di Netanyahu ha causato due problemi principali: il primo è che senza un degno erede, il Likud è debole. Il secondo è che, a differenza del nostro Paese, in Israele la politica viene sempre dopo la sicurezza. Il Deep State di Gerusalemme – servizi di intelligence e militari in primo luogo – non hanno da tempo un buon rapporto con il primo ministro. Già durante la fase più acuta di tensioni tra Iran e comunità internazionale, Netanyahu voleva imporre all’allora Capo di Stato Maggiore Gantz – ora suo rivale per la presidenza – un attacco unilaterale ai siti nucleari iraniani (scongiurato). La spettacolarizzazione, poi, delle scoperte dei siti militari iraniani in Siria, così come la campagna elettorale strutturata su temi di importanza strategica (come l’annessione della Valle del Giordano), non sono apprezzate dai militari, che su certi argomenti preferiscono mantenere una certa ambiguità.

A dimostrazione dell’importanza, in queste elezioni, della dicotomia politici-militari, Benjamin Gantz ha già detto che in caso di vittoria intende affidare il Ministero della Difesa a Gabi Ashkenazi, anche lui ex Capo di Stato Maggiore, per “restaurare la deterrenza e la percezione di sicurezza dei cittadini israeliani del Sud e del Nord”. A Netanyahu viene rimproverato, sia da Gantz che da Lieberman, di non essere intervenuto militarmente a seguito dei numerosi lanci di razzi di Hamas – e di aver sempre accettato il cessate il fuoco senza pretendere nulla in cambio. Un altro errore che la destra così come la sinistra rimproverano al primo ministro è la sua longeva ambiguità diplomatica. In alcuni momenti ha premuto per un accordo con i palestinesi (2009, un famoso discorso tenuto alla Bar Ilan University), mentre in altre circostanze si è detto inamovibile sulla cessione dei territori. Un valzer zigzagato che dura da diverse decine di anni, e che lo ha portato a cambiare idea, con estrema facilità, sulla Valle del Giordano (nel 2014 propose la cessione di alcuni territori), sullo stato di Hebron (promise di non costruire altri insediamenti nel 1999 salvo poi tra il 2017 e il 2018 operare al contrario). Nei confronti di Hamas e della popolazione di Gaza, poi, nonostante quello che i media cerchino di farci credere in Europa, la posizione di Netanyahu è estremamente moderata, quanto mai lontana dalla possibilità di intervento militare e sempre pronta a negoziare – purtroppo – con i terroristi.

Per gli Israeliani che non si interessano di politica estera (in quel campo i successi di Netanyahu sono innegabili sotto ogni punto di vista), Bibi potrebbe rappresentare solo un uomo della vecchia guardia che è stato leader troppo a lungo. In questo senso il partito Bianco-Blu è avvantaggiato dal solo fatto di essere una novità, un partito di centro-destra, simile a Netanyahu ma senza di lui. In tal senso nessun risultato porterà alla rivoluzione che molti sensazionalisti si aspettano. Certo, laicità e intransigenza nei confronti delle milizie armate che agiscono contro Israele – rappresentate sia da Lieberman che da Gantz, sembrano ancora oggi i temi pronti a fare la differenza. Un nuovo governo potrebbe essere più arrugginito in politica estera (difficile avere a che fare con i falchi come Trump e Putin con la rigidità di un militare, difficilissimo sembrare un interlocutore valido agli occhi delle Monarchie del Golfo e degli stati arabi confinanti contro cui si è in imbracciato il fucile), ma apprezzato sia per il rafforzamento della sicurezza interna – soprattutto considerando il rischio in corso di un’espansione dell’egemonia iraniana in Siria e in Libano – sia per il semaforo rosso ai privilegi degli ultrareligiosi.

Una cosa è certa: Netanyahu ha già vinto – seggio in più o in meno conta poco. La sua forza sta nell’aver raggiunto un numero di voti così elevati nonostante immerso negli scandali e negli attacchi incessanti provenienti dal mondo mediatico e dalla magistratura (per altro il suo profilo Facebook è stato oscurato durante la giornata di ieri). Ha vinto perché ha personalizzato un modo di concepire la politica di una delle nazioni più strategicamente importanti al mondo, tanto da costringere un’intera nazione a ridurre quella che dovrebbe essere una scelta basata su una pluralità di fattori a un mero “To Bibi or not to Bibi”.

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Rebecca Mieli


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