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Dopo Hong Kong, anche da Taiwan schiaffo a Pechino: dove si vota, la Repubblica Popolare perde

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Com’era ampiamente previsto, le elezioni a Taiwan hanno segnato una netta vittoria del partito indipendentista capeggiato dalla attuale presidente Tsai Ing-wen, prima donna a ricoprire tale incarico. Tsai, al potere dal 2016, è riuscita ad essere rieletta ampliando i suoi consensi fino al 57 per cento dei voti – 8,17 milioni di elettori, un livello record mai raggiunto nelle precedenti elezioni presidenziali – e staccando di quasi 19 punti il rivale Han Kuo-yu, fermo al 38,61 per cento. E il suo partito, il “Democratic Progressive Party” (DPP), ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

La vittoria degli indipendentisti è importante non solo per il destino dell’isola che dista appena 180 km dalle coste cinesi, ma anche perché è stata conseguita a dispetto delle pesanti pressioni del governo di Pechino. Quest’ultimo ha cercato in ogni modo di appoggiare il Kuomintang, partito che oggi favorisce rapporti più stretti con la Repubblica Popolare.

Da un punto di vista storico il fatto è curioso perché il Kuomintang è la formazione politica dei nazionalisti di Chiang Kai-shek, che si rifugiarono proprio a Taiwan – prima chiamata “Formosa” dal nome che le avevano dato i colonizzatori portoghesi nel XVI secolo – dopo essere stati sconfitti dai comunisti di Mao Zedong nel 1949. Xi Jinping si era molto intromesso nella campagna elettorale, lasciando chiaramente capire che l’eventuale vittoria  di Tsai Ing-wen sarebbe stata considerata dalla Repubblica Popolare un vero e proprio atto di guerra, ventilando pure la possibilità di un’annessione forzata.

A quanto pare le minacce non hanno avuto esito e, al contrario, hanno favorito in modo prepotente la causa indipendentista. Si noti che lo stesso Xi Jinping ha cercato di sminuire l’importanza di queste elezioni considerandole “regionali”, e quindi giudicando l’isola – pur indipendente a tutti gli effetti – alla stregua di semplice provincia della Repubblica Popolare, soltanto provvisoriamente separata.

Ma non basta. Anche dopo aver appreso i risultati elettorali Pechino non demorde affatto, e i suoi organi di stampa ufficiali hanno avvertito che Taiwan “deve prepararsi alla riunificazione”. Se Tsai dovesse continuare a “usare forze esterne come gli Usa per promuovere l’indipendenza di Taiwan”, allora non farà altro che accelerare il processo di riunificazione, è il monito del Global Times, organo del Partito Comunista Cinese. “Non importa quello che succede a Taiwan, il fatto che esiste una sola Cina al mondo, e Taiwan vi fa parte, non cambia”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli esteri cinese, Geng Shuang.

Pare insomma che per Xi Jinping e i dirigenti del Partito Comunista Cinese una votazione così netta conti poco o niente. Sembra quasi di tornare agli anni ’50 del secolo scorso, quando l’area era uno dei maggiori punti di tensione della Guerra Fredda, e solo la protezione militare diretta degli Stati Uniti impediva a Mao di annettere Taiwan come provincia della Cina continentale. Il desiderio di annessione, infatti, non è mai venuto meno, e fu uno slogan costante delle Guardie Rosse durante la Rivoluzione culturale.

È ovvio che anche a Taiwan la minacciosa ombra di Hong Kong è ben percepibile. I taiwanesi temono infatti di essere destinati a finire “prigionieri” di Pechino proprio come accade agli abitanti della ex colonia inglese. Tsai Ing wen ha sfruttato con molta abilità la situazione chiarendo  in più occasioni che Taiwan non accetterà mai la formula “Un Paese, due sistemi” così cara ai cinesi, e che a Hong Kong non ha per nulla funzionato.

Si apre ora uno scenario nuovo e interessante, e pure gravido di pericoli con l’incognita dell’atteggiamento cinese. Dopo Hong Kong, Taiwan rappresenta il secondo ostacolo che Pechino incontra nella sua strategia di espansione che così tanto preoccupa i Paesi vicini (a cominciare dal Vietnam). La Cina si è trasformata in una superpotenza globale in grado di sfidare apertamente gli Usa e di diventare la seconda economia mondiale, espandendo la sua influenza – soprattutto economica, ma non solo – in ogni angolo del mondo. Ma non bisogna scordare che pure Taiwan ha conseguito i suoi successi. Nonostante le ridotte dimensioni è diventata una delle “tigri asiatiche”, conoscendo anch’essa un impetuoso sviluppo economico.

Il quadro internazionale non lascia i taiwanesi del tutto tranquilli, giacché gli americani sembrano ora meno inclini di un tempo a difendere militarmente le nazioni alleate. E va pure menzionato l’atteggiamento ambiguo di tanti Paesi. Pur intrattenendo molti legami economici e commerciali con Taiwan, quasi tutti hanno chiuso l’ambasciata a Taipei, e solo 15 hanno mantenuto rapporti diplomatici ufficiali con l’isola (che si definisce ufficialmente “Repubblica di Cina”).

Non sarà sfuggito però a Pechino che nelle sue calorose congratulazioni il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha chiamato Tsai “presidente” e sottolineato che “il popolo americano ed il popolo di Taiwan non sono solo partner ma membri della stessa comunità delle democrazie”, fermandosi ad un passo dalla sfida diretta al principio di “Una sola Cina”.

In ogni caso è assodato che le ambizioni espansionistiche della Repubblica Popolare vengono puntualmente frustrate ogni volta che ai cittadini è concessa l’opportunità di esprimere liberamente la propria opinione nelle urne, com’è accaduto a Hong Kong e, per l’appunto, a Taiwan. Si tratta di un segnale di allarme per un partito come il PCC, al potere senza interruzioni a Pechino dal 1949, senza mai misurarsi con eventuali avversari in libere elezioni.

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Michele Marsonet


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