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Diritto d’asilo e protezione internazionale: numeri, storie e illusioni dei “sedicenti rifugiati”

Avatar di Anna Bono, in Politica, Quotidiano, del

Come prevede la Convenzione di Ginevra, lo status giuridico di rifugiato è personale e ne ha diritto “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”. Poche persone in queste condizioni arrivano in Italia. Nei primi cinque mesi del 2018, ad esempio, è stato concesso lo status di rifugiato a 2.644 richiedenti asilo su 40.123, circa il 6,5 per cento (5 per cento nel 2015, 5,4 per cento nel 2016, 8 per cento nel 2017).

Ad altri 12.937 immigrati illegali che ne avevano fatto richiesta l’asilo è stato negato, però hanno ugualmente ottenuto di rimanere in Italia. Il nostro paese infatti prevede due forme di “protezione internazionale”: la protezione sussidiaria e il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Come spiega la pagina web del Ministero dell’interno, la protezione sussidiaria si concede a chi si ritiene meriti di essere protetto “in quanto, se ritornasse nel paese di origine, andrebbe incontro al rischio di subire un danno grave”. Ha durata di cinque anni, è rinnovabile, consente l’iscrizione al servizio sanitario nazionale, lo svolgimento di una attività lavorativa, subordinata o autonoma, l’accesso allo studio, alle prestazioni assistenziali dell’Inps e di altri enti, dà diritto al ricongiungimento familiare. Da gennaio a maggio l’hanno ottenuta 1.613 persone, il 4 per cento delle richieste esaminate.

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari si concede in presenza di “oggettive e gravi situazioni personali che non consentono l’allontanamento dal territorio nazionale”, ovvero per “gravi motivi di carattere umanitario”. La sua durata è variabile, ma in genere è di due anni rinnovabili. Dà anch’esso diritto ad assistenza, formazione e lavoro, ma non al ricongiungimento familiare.

L’elenco dettagliato dei servizi sanitari e sociali di cui i detentori di protezione internazionale possono usufruire è disponibile nella “Guida pratica per i titolari di protezione internazionale. Istruzioni per l’uso dei servizi sul territorio”, un volume di 230 pagine con testo tradotto in dieci lingue, realizzato per il Servizio centrale dello Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è sempre stato il tipo di protezione internazionale più facile da ottenere e nei primi cinque mesi del 2018 è già stato dato a ben 11.306 immigrati, oltre il 28 per cento delle richieste esaminate.

Dal 2015 a oggi sono più di 100.000 le persone che hanno ottenuto protezione sussidiaria o permesso di soggiorno per motivi umanitari. Per loro si sono adottate le stesse regole previste dalla Convenzione di Ginevra per i rifugiati: non intraprendere nei loro confronti sanzioni penali a motivo della loro entrata o del loro soggiorno illegale e divieto di rinviarli verso i confini di territori in cui la loro vita e la loro libertà sarebbero minacciate (peraltro l’articolo 31 della Convenzione precisa che deve trattarsi di una persona che proviene direttamente da un territorio in cui la sua vita o la sua libertà erano minacciate e che la richiesta alle autorità deve essere presentata senza indugio).

Ma chi sono? Poiché non fuggono da guerre e persecuzioni e neanche da situazioni di povertà estrema, che cosa hanno raccontato a sostegno della loro domanda di asilo? Non molto trapela, a questo proposito, ma qualcosa si, da interviste, reportage, testimonianze. Molti dicono di essere partiti a causa di liti per motivi economici, degenerate o che minacciavano di farlo, di violenze subite o temute, spesso in ambito famigliare. Un ragazzo, ad esempio, ha detto di essere stato minacciato di morte dallo zio per avergli “perso” un camion, un altro di aver incendiato per errore un allevamento di polli, provocando la morte di alcune persone, un altro ancora di essere partito perché il padre ammalatosi non era più in grado di pagargli le tasse scolastiche. Poi ci sono gli orfani: uno ad esempio partito per sfuggire ai creditori che esigevano da lui il pagamento di un debito contratto dal padre deceduto, un altro perché rimasto senza genitori, morti in un incidente d’auto, e uno per sottrarsi a uno zio potente che, per impadronirsi del patrimonio lasciatogli dal padre, lo accusava reati non commessi.

Di un gruppo di donne africane si conoscono i nomi e le storie perché i mass media hanno parlato di loro nel 2016 quando un paese ha rifiutato di ospitarle nell’unico ostello e ritrovo pubblico locali. Esther ha raccontato di essere scappata perché suo marito la voleva uccidere, Elle a causa di un prestito non restituito per cui suo nonno aveva ucciso suo padre, Dooshena perché maltrattata da uno zio, Belinda perché suo marito era scappato di prigione e la polizia continuava a cercarlo a casa sua mettendole paura. Joy, 20 anni, invece ha raccontato di essere fuggita per non dover seguire, lei cristiana, la religione animista del padre. Era incinta e prossima la parto quando è arrivata in Italia. Ai giornalisti ha spiegato di voler vivere in Italia e mettersi a studiare. Come lei, anche Faith, sua compagna di viaggio e coetanea, ha detto di voler andare a scuola: “il mio sogno adesso che sono in Italia è di poter studiare”.

All’epoca la stampa ha molto insistito soprattutto sulla storia di queste due giovani donne e del loro sogno così bello: chi avrebbe avuto il coraggio di infrangerlo? Proprio la loro storia invece ci fa capire quanto sia diffusa in Africa l’idea che basti raggiungere l’Italia per vivere alla grande, risolvere ogni problema, realizzare ogni sogno e desiderio… ci penserà qualcuno a pagare bollette e mezzi di trasporto, libri, alloggio, vitto, abbigliamento. Inoltre conferma ed evidenzia una differenza fondamentale tra rifugiati e non. I primi – che nel mondo sono 20 milioni – considerano la loro situazione temporanea, quasi tutti sperano con tutto il cuore di tornare a casa, prima possibile. I “sedicenti rifugiati” in Italia sono arrivati per restare, definitivamente.

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Anna Bono

Storia e istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice di “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” (Edizioni Segno).

2 risposte a “Diritto d’asilo e protezione internazionale: numeri, storie e illusioni dei “sedicenti rifugiati””

  1. Avatar Angelo Federico ha detto:

    L’Africa è una conigliera. Si riproducono come conigli e ne sono fieri. Chi fa meno di 5 o 6 figli è ritenuto un impotente. La sovra popolazione ammonta a circa 4/500 milioni. Non è possibile pensare L’Africa con una densità demografica pari all’Europa. Diverse sono le cause soprattutto territoriali. E’ un territorio che va preservato incontaminato e dunque la popolazione umana va tenuta con densità enormemente inferiore all’Europa territorialmente diversa. Non si può pensare all’Africa senza foreste pluvilali , savane, vasti territori liberi, con vegetazione rigogliosa ecc. Stessa cosa dicasi per Brasile e Indonesia. Al contrario imitano lo sviluppo industriale Europeo o Americano e rovinano tutto con l’aggravante di uno sviluppo demografico devastante. Ecco perché assistiamo ad un esodo biblico che è destinato a non finire mai. Se 500 milioni di africani si traferissero in Europa quest’ultima sarebbe finita. E’ una guerra camuffata e mistificata da una morale ipocrita. Non serve neppure cercare di risolvere i problemi direttamente nei loro paesi . Vanno soltanto bloccati cosi come farebbero loro per i loro confini. Ha ragione il premier ungherese. Chi non è neppure in grado di risolvere i problemi interni (vedi i nostri inqualificabili politici e burocrati) non può cercare di risolvere quelli altrui. La soluzione sta da un’altra parte.

  2. Avatar Zeno Sarfatti ha detto:

    Dalle testimonianze raccolte, mi sembra che la protezione umanitaria sia elargita con manica troppo larga. Il fatto di vivere situazioni familiari di disagio o di sentirsi minacciati non è da minimizzare, ma basterebbe cambiare città per risolvere il problema, non cercare come unica soluzione quella di espatriare (tra l’altro non in Paesi vicini ma facendo migliaia di chilometri).

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