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“Diplomazia degli idrocarburi” e jihadisti: dalla Libia al Corno d’Africa, l’influenza turca scalza quella italiana

Marco Cesario di Marco Cesario, in Esteri, Quotidiano, del

Mentre il corrotto servizio di intelligence di Ankara, il Mit, fa piazza pulita sia all’estero, in tutti i teatri di guerra in cui la Turchia è coinvolta, foraggiando gruppi jihadisti, sia all’interno di tutti i nemici politici del Sultano Erdoğan

La liberazione di Silvia Romano con l’ausilio fondamentale dell’intelligence turca ci apre gli occhi non solo sulla pochezza dei nostri servizi e sullo scarso peso dell’Italia (persino nelle zone delle sue ex colonie), ma anche sulla nuova frontiera dell’influenza turca, che ha oramai travalicato anche gli storici confini per approdare nel Corno d’Africa fiutando nuovi affari energetici. È del resto quanto auspicava, in epoca pre-pandemica, (dicembre 2019) il ministro del commercio turco, Ruhsar Pekcan: “Il 2020 sarà l’anno dell’Africa per la Turchia”, aveva annunciato in pompa magna. Una dichiarazione programmatica che si è concretizzata poi nei fatti. Ankara vuole far crescere la sua influenza nel Corno d’Africa anche per contrastare l’Egitto ed i suoi diretti rivali del Golfo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Della Somalia se n’è parlato molto. Erdoğan è diventato il primo leader musulmano non africano a visitare la Somalia in quasi 20 anni, quando vi si è recato nel 2011 trovando un Paese devastato ed investendo massicciamente. Nel 2017, la Turchia ha aperto una base militare a Mogadiscio per addestrare i soldati somali e le esportazioni turche verso il continente africano hanno raggiunto i 121 miliardi di dollari nel 2019. La Somalia ha dal canto suo adottato nel gennaio 2020 una nuova legge sul petrolio per attirare gli investimenti stranieri nel settore energetico aprendo allo sfruttamento di 15 blocchi per compagnie petrolifere disposte ad esplorare il potenziale di idrocarburi del Paese. La Turchia, che in questo Paese ha investito tanto, non si è fatta pregare e si è fiondata sull’occasione con la sua compagnia di bandiera: la Turkish Petroleum Corporation, la stessa che trivella nel Mediterraneo Orientale facendo arrabbiare Grecia, Cipro ed anche l’Italia. L’occasione somala permetterà alla compagnia petrolifera turca di condurre esplorazioni al largo delle coste anche rischiando di provocare un conflitto tra Somalia ed il vicino Kenya, poiché i blocchi petroliferi in questione si trovano nella zona marittima contesa. L’area contesa è infatti di circa 100.000 chilometri quadrati e si pensa che contenga importanti giacimenti di petrolio e gas.

Il governo turco, con una diplomazia di stampo neo-ottomano, ha comunque preso accordi già dal 2014 anche con il Kenya, istituendo un meccanismo che permetterà sia alle aziende private che a quelle statali turche di esplorare le opportunità energetiche in un Paese, come gli italiani dovrebbero ben sapere, dalla posizione strategica. E noi dove siamo? Non ci siamo e ci fidiamo di un Paese che dal 2016 si è trasformato in una specie di sultanato con un’aggressiva politica estera che tra l’altro ha portato alla firma di un memorandum d’intesa (MoU) anche con il Kenya nel settore degli idrocarburi e dell’energia. Accordo che prevede anche lo scambio di know-how di politici ed esperti, la promozione di corsi di formazione specializzati nel settore degli idrocarburi, delle centrali idroelettriche e delle centrali termiche. Dal 2016 poi è stato avviato un partenariato energetico anche con l’Etiopia nell’ambito di una “cooperazione nei settori minerario e degli idrocarburi”. Una cooperazione a tutto campo per lo sviluppo e la promozione dello sfruttamento minerario, del petrolio e del gas ma che prevede anche lo stoccaggio, la commercializzazione, il trasporto e la distribuzione di derivati del petrolio, la costruzione e la manutenzione di infrastrutture per il petrolio e il gas.

Insomma con la sua “diplomazia degli idrocarburi” la Turchia sta conquistando il Corno d’Africa sfruttando l’assenza e debolezza atavica dell’Italia che ha abbandonato anche la sfera d’influenza delle sue ex colonie, cosa che però non capiterebbe mai a Paesi come Francia o Gran Bretagna che continuano ad avere floridi rapporti economici con le ex colonie.

Ma torniamo per un attimo al caso di Silvia Romano: i servizi italiani, incapaci di localizzare e liberare la ragazza, si sono affidati all’intelligence turca (MIT), un servizio corrotto che se la intende fin troppo bene con gli stessi gruppi radicali che hanno sequestrato la cooperante italiana. Un’inchiesta giornalistica in Turchia sui rapporti incestuosi tra intelligence turca e jihadisti operanti proprio in Somalia (al-Shabaab) è stata insabbiata dal genero di Erdogan, membro della potente famiglia Albayrak che tra l’altro in Somalia fa affari d’oro. Ma non c’è solo la Somalia, c’è anche la Libia e la Siria. Gruppi jihadisti foraggiati da Erdogan attraverso il corrotto MIT impazzano in tutti i teatri di guerra in cui la Turchia è direttamente o indirettamente coinvolta. Servono a sgombrare il campo, a fare piazza pulita prima che giungano le “truppe ufficiali del sultano” che a loro volta preparano il campo per l’arrivo dei diplomatici e degli emissari del capitalismo neo-ottomano.

Non dimentichiamo però che contemporaneamente questo stesso servizio turco è servito sul fronte interno per fare piazza pulita di tutti i nemici politici di Erdoğan. Oltre mezzo milione di persone accusate di essere affiliate alla confraternita Gülen (prima fedele alleato poi acerrimo nemico) sono state messe in carcere con accuse di terrorismo spesso inventate di sana pianta nell’ambito di una repressione senza precedenti del governo Erdoğan contro giornalisti, difensori dei diritti umani, organizzazioni della società civile. Più di 130.000 funzionari pubblici sono stati licenziati senza uno straccio di prova, senza indagini giudiziaria o amministrative, 4.560 dei quali erano giudici e procuratori prontamente sostituiti da personale pro-Erdoğan. A seguito della massiccia epurazione, il sistema giudiziario turco e le autorità sono diventate oramai meri strumenti nelle mani del governo (islamista) del presidente Erdoğan per punire critici, oppositori, dissidenti. Mentre Silvia Romano dunque appariva sorridente nella foto dell’agenzia di stampa nazionale turca Anadolu indossando un giubbotto antiproiettili di matrice turca (con il simbolo della mezzaluna ed antichi caratteri asiatici turchi, la scrittura Göktürk, dei “Turchi celesti” proveniente dalla valle dell’Orhon in Mongolia), nelle prigioni turche marcivano e marciscono 200 giornalisti. Una cifra impressionante che fa della Turchia la più grande prigione al mondo per giornalisti.

Marco Cesario

Marco Cesario

Giornalista professionista e scrittore. Dopo la laurea in filosofia all’Università di Napoli ed un Master in filosofia alla Sorbona di Parigi lavora per l’agenzia nazionale ANSA, al desk di ANSAmed. Da Parigi, ha collaborato per Micromega (La Repubblica), Linkiesta, Pagina99, The Post Internazionale, EastWest.

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