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“Dipenderà dagli italiani”: lo scaricabarile di Conte per nascondere i fallimenti del suo governo

Federico Punzi di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del

Un’altra settimana di questa emergenza Covid si chiude con l’ennesima dichiarazione arrogante del premier Giuseppe Conte, volta a scaricare sugli italiani la colpa di un eventuale secondo lockdown (ma ovviamente pronto a rivendicare i suoi meriti se dovesse essere scongiurato) e assolvere il suo governo da ogni responsabilità per le gravi inadempienze che stanno emergendo persino sulla stampa mainstream.

Così il premier ha risposto, a Capri, a chi gli chiedeva se ci sarà un nuovo lockdown a Natale:

“Dipenderà molto dal comportamento della comunità… Non potete pensare che ci sia il governo che risolva il problema… Smettiamola con le polemiche e i dibattiti… bisogna rispettare le regole”.

Insomma, zitti e mascherina! Delle misure restrittive adottate e soprattutto dell’operato gravemente insufficiente del governo non si può discutere. Perché siamo sulla stessa barca, dice Conte, ma il nocchiero che ci manda dritti contro gli scogli non si può discutere…

Eppure, talmente evidenti sono i ritardi e i fallimenti del governo, talmente impreparati ci troviamo anche di fronte alla seconda ondata, prevista da mesi, e talmente smaccato si è fatto ormai il gioco dello scaricabarile, da apparire patetico oltre che offensivo.

Che con l’arrivo dell’autunno arrivasse una seconda ondata era un’ipotesi considerata altamente probabile soprattutto dal governo e da chi è incaricato di rafforzare e preparare al meglio per affrontarla il sistema sanitario. La speranza è che da una parte le misure di precauzione individuali (mascherine e distanziamento), del tutto assenti all’arrivo della prima ondata, e dall’altra il rafforzamento e una più efficace organizzazione del sistema sanitario (ma non solo), possano appiattire e diluire nel tempo le curve della seconda ondata. Da uno tsunami imprevisto, insomma, ad un’alta marea controllata. In modo da evitare un secondo, catastrofico lockdown.

A dispetto della ridicola criminalizzazione di movide e locali oggi, come dei runner ieri, gli italiani stanno facendo la loro parte (come dimostrano le percentuali trascurabili di sanzioni rispetto alle migliaia di controlli effettuati ogni giorno), ma il governo non ha fatto e non sta facendo la sua.

Mentre infatti sia nei Dpcm, sia nella comunicazione, il premier si concentra sulle nuove restrizioni e sui comportamenti individuali dei cittadini, alla seconda ondata arriviamo impreparati dal punto di vista sanitario più o meno come nella prima (tranne, per fortuna, per i protocolli di cura, il cui merito va ai nostri medici e ricercatori). Colpevolizzazione degli italiani, gioco delle aspettative sui decreti per rafforzare l’immagine di un premier “paterno”, libertà tutelate dalla Costituzione trasformate in gentili concessioni: è fatta di tutto questo la comunicazione di Palazzo Chigi, lucidamente analizzata da Martino Loiacono su Atlantico Quotidiano.

Quindi no, un secondo lockdown non dipenderà dagli italiani. Dipenderà dai tamponi insufficienti e dagli esiti non abbastanza rapidi. Dipenderà dalle terapie intensive e dai posti letto che mancano. Dipenderà dai trasporti pubblici affollati. Vediamo nello specifico.

I reagenti per i tamponi già scarseggiano e il contact tracing sta già saltando: siamo in grado di fare molti più test di marzo/aprile, ma sempre molti meno degli altri grandi Paesi europei. La velocità è decisiva: prima si scoprono i positivi, più si può impedire che un singolo contagio diventi un focolaio, soprattutto in famiglia (dove avviene oltre il 70 per cento dei contagi). Esempio: gli studenti vengono messi in quarantena se un compagno di classe risulta positivo, ma non gli viene fatto il test se non al termine dei 10 giorni, quindi se sono positivi asintomatici nel frattempo potrebbero contagiare genitori e fratelli, che a loro volta non sono nemmeno tenuti alla quarantena.

Le terapie intensive non sono cresciute di numero come avrebbero dovuto: il bando di gara del commissario Arcuri si è aperto il 2 ottobre e chiuso il 12. Troppo tardi. I posti sono attualmente 6.458, il 20 per cento in più rispetto all’inizio dell’anno, ma la metà dell’obiettivo indicato dal Ministero della salute.

Anche i vaccini antinfluenzali sono in ritardo e non sono ancora state create o individuate le residenze per i positivi in buone condizioni che non necessitano di ricovero, ma che per le loro condizioni abitative non possono restare a casa. Questo significa che gli ospedali si trovano sovraccaricati di un significativo numero di ricoveri non necessari dal punto di vista clinico.

Non è stato potenziato il trasporto pubblico, quindi viaggiamo su metro e bus affollati di decine di persone, mentre siamo obbligati a indossare la mascherina anche all’aperto e dopo le 21 non possiamo sostare nemmeno in 3 o 4 davanti ai locali…

E non si invochi a sproposito il Mes-sanitario. Non sono i soldi che mancano per test, terapie intensive, per potenziare i trasporti e tutto ciò che serve. Il Parlamento ha già concesso a questo governo (abbastanza sconsideratamente) 100 miliardi di extra-debito. Manca la capacità di spenderli bene e rapidamente.

Dei 3,4 miliardi stanziati per il sistema sanitario, solo poco più di un terzo è stato speso, come riporta La Stampa, per l’acquisto di mascherine, camici ed attrezzature. Per il solo potenziamento delle strutture sanitarie erano stati stanziati con il cosiddetto “decreto rilancio” 1,9 miliardi. Ma tra ritardi del governo, del commissario Arcuri, e di alcune Regioni, solo in questi giorni una parte di questi soldi stanno per essere effettivamente impiegati. I nuovi posti letto nei reparti Covid sono quasi tutti al Nord: 5.120 contro 886 del Centro e 1.664 del Sud. A proposito, dove sono finiti quelli che criticavano e deridevano l’ospedale in Fiera a Milano messo su da Guido Bertolaso con fondi privati??

Leggete cosa ha detto ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti, al Corriere sull’acquisto di nuovi autobus (ma vale per tutto):

“Il problema non sono i soldi, ma i poteri per spenderli. O ci consentiranno procedure iper semplificate, o i primi mezzi arriveranno nel 2023… Per comprare nuovi autobus si deve fare una gara europea. Per tutte le procedure: scegliere il mezzo, il tipo del carburante, incrociare le dita che non ci siano ricorsi. Ad essere ottimisti, serve almeno un anno e mezzo”.

Ecco, se per aumentare il numero di terapie intensive e potenziare i servizi pubblici bisogna rispettare le solite procedure, passare per le note lungaggini burocratiche, a cosa serve lo stato d’emergenza? Con i Dpcm si possono tenere in casa le persone e chiudere le attività economiche, cioè si può incidere sulle libertà fondamentali tutelate dalla Costituzione, ma non si possono accelerare le gare? È tutta qui la follia di questa gestione dell’emergenza Covid.

A fronte di tutto questo, lo stesso governo che ha avuto quattro mesi per prepararsi, ma che a conti fatti ha perso un’intera estate, se la cava con un “dipenderà dagli italiani”. Più facile, certo, quando butta male, inventarsi divieti e disporre chiusure comodamente seduti alla propria scrivania, che rafforzare e organizzare il sistema sanitario e dei trasporti.

Ormai lo abbiamo capito, le misure sempre più orwelliane contenute nei Dpcm non servono tanto a evitare un nuovo lockdown (gli italiani sono già tra i più disciplinati con mascherine e distanziamento), quanto ormai come cinico diversivo: scaricare tutto sui cittadini, spostare l’attenzione su giovani, movide, bar, ristoranti, ora anche incontri famigliari etc… perché non venga messo in discussione l’operato del governo rispetto al fattore davvero decisivo: organizzare e rafforzare il fronte sanitario.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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