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In difesa del primato della politica

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Nel 2007, a ragione di un fortunato libro inchiesta – “La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”, di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – l’antipolitica ha trovato una propria base ideologica, un livre de chêvet che si potesse mettere non sul comodino ma anche e soprattutto in salotto e blaterare contro chi fa politica. Il terreno era pronto e fertile grazie a Tangentopoli, di circa tre lustri prima. L’antipolitica non è fenomeno solo o principalmente italiano. Alcuni anni prima dei giornalisti Rizzo e Stella, due studiosi italiani di rango, ma che vivono e lavorano negli Usa, Andrea Mattozzi (del California Institute of Technology) e Antonio Merlo (della University of Pennsylvania), hanno elaborato, sulla base di un’analisi internazionale, ma guardando specialmente al caso Italia, una teoria sui metodi di reclutamento nei partiti politici tradizionali: “Mediocracy” (“Mediocrazia – ossia il potere dei mediocri”), ben sintetizzata nello NBER Working Paper No. W12920. I partiti sono in concorrenza con le lobby dell’industria, della finanza, del commercio e via discorrendo per reclutare dirigenti, quadri e personale con profili analoghi. Anche ove i partiti potessero avere la prima di scelta (le lobby pagano di più ed offrono carriere più stabili), decidono di reclutare i mediocri al fine di evitare che i loro leader siano minacciati, o meglio insidiati, dall’interno. Per questo, i loro dirigenti sognano di essere invitati a cena nei salotti buoni delle banche e della finanza. Più che azionisti di riferimento di una “merchant bank” casereccia, si pongono come subappaltanti di chi le “merchant bank” (anche a cacio e pepe) congettura (a torto od a ragione) di controllarle. Ne risultano governi di subappaltanti. Tali “governi in subappalto” delle lobby hanno difficoltà a decidere, oppure a fare annunci seguiti da decisioni concrete. Non solo si inneggia alla meritocrazia , affermando – come avviene in questi giorni in materia di nomine in posti apicali – che si sceglie la “crème de la crème” (come dice, storpiando il francese, un proverbio inglese). Mentre in effetti, più semplicemente si vuole selezionare “la crème de la crème brülée”.

In un mondo dove tutti corrono, chi non decide, al più cammina – quindi, rispetto agli altri sta fermo. Secondo Francisco J. Gomes (London Business School), Laurence Klotikoff (Boston University) e Luis M. Viceira (Harvard Business School) ciò è all’origine del fenomeno che denominano “The Excess Burden of Government Indecision” (“Il peso eccessivo dell’indecisione dei governi”), pubblicato come NBER Working Paper No. W12859. La mediocrità ha come conseguenza la tendenza a procrastinare quando si devono dare soluzioni a problemi di politica pubblica. Ciò genera un onere molto forte sulla collettività. Il lavoro contiene simulazioni econometriche e scenari controfattuali di un tema di politica pubblica Usa: le implicazioni (in termini di incertezza) su consumi ed investimenti delle famiglie e su strategie delle imprese. Secondo le stime quantitative del gruppo di ricerca, l’onere è pari allo 0,6 per cento delle risorse di famiglie ed imprese – una pietra di piombo sull’economia Usa (e, quindi, sul resto del mondo). Possiamo permetterci un tale spreco?

In questo contesto, che tocchiamo con mano ogni giorno, ci vuole coraggio a difendere la politica e i politici. Lo ha, da vendere, Luciano Pellicani, professore emerito di sociologia alla LUISS ed uno dei più noti studiosi della politica – con libri tradotti anche in inglese e arabo. In questa calda estate 2018, mentre la coalizione giallo-verde ‘antipolitica’ al governo litiga due giorni su tre, ha dato alle stampe un volume di 376 pagine su “Il Primato del Politico” (Editore Licosia). Il libro espande, integra ed aggiorna (dando loro unità) saggi apparsi su riviste scientifiche e culturali, principalmente negli anni Novanta. Non polemizza certo con Rizzo e Stella, ma con Marx, Weber, Dobb, Lieberman ed altri di quella stazza. Il suo obiettivo non è quello di Mattozzi e Merlo – ossia di stimare il costo dell’antipolitica – ma, come dice il sottotitolo, di documentare perché l’economico non spiega l’economico.

Gli studi di Pellicani hanno una forte impronta storica. Anche in questo libro, che si legge con piacere non come un saggio meramente teorico, si spazia dalle civiltà asiatica all’impero romano, alle collettività calvinistiche, per documentare come la modernizzazione è inscindibile dall’autonomia della società civile, la cui base materiale è – e non può non essere – il mercato. L’Occidente è riuscito a inventare l’arte dell’invenzione, vale a dire creare un tipo di civiltà centrato sul mercato e per questo caratterizzato dalla creatività eterogenetica e dalla sperimentazione in tutti i campi. Perché il mercato funzioni, non diventi il comitato d’affari della borghesia, si trasformi, invece, nello Stato dei cittadini, è necessaria la politica ed è indispensabile che il politico abbia il primato su interessi particolaristici. Un libro da leggere e rileggere.

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Giuseppe Pennisi


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