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“Difendo chi paga, non chi pretende”. Intervista al deputato ticinese Paolo Pamini

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“La democrazia diretta di per sé non è una garanzia di governo limitato, ma la competizione istituzionale”

Il prossimo 7 aprile si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Gran Consiglio, il parlamento del Canton Ticino. Ne parliamo con Paolo Pamini, deputato da quattro anni e candidato ad un nuovo mandato nelle liste del partito conservatore Udc, all’interno del quale è animatore della corrente Area Liberale.

MARCO FARACI: Deputato Pamini, Lei si presenta alle elezioni con uno slogan molto forte e molto connotato in senso liberale: “Difendo chi paga, non chi pretende”. Ce ne vuole parlare?

PAOLO PAMINI: Qui in Ticino è una tradizione che ogni candidato scelga un motto o uno slogan personale da mettere sul cosiddetto “santino” elettorale. Io ne ho scelto uno che definisce il bipolarismo nel quale mi sento più impegnato, la lotta di classe più autentica ed importante, quella tra tax producers, chi genera ricchezza e paga le tasse, e tax consumers, cioè chi invece vive di soldi pubblici. Per quanto in Svizzera le tasse siano certamente inferiori che in altri paesi, anche qui chi maggiormente produce ricchezza è costantemente esposto alla voracità del fisco e, al tempo stesso, bersaglio privilegiato della narrazione politica. Si pensi che oggi nel Canton Ticino il 10 per cento per cento dei contribuenti paga il 56 per cento delle imposte sul reddito complessive. Secondo molti è giusto, perché sono “i ricchi”; anzi dovrebbero pagare ancora più tasse. La realtà è che colpire i maggiori contribuenti, in nome dell’ideologia o dell’invidia sociale, disincentiva la loro attività economica e può anche spingerli a lasciare il Cantone, con un grosso danno per l’economia e per il benessere di tutti. Ma ancor peggio, se viene a mancare parte di quel 10 per cento a farne le dirette spese è il restante 66 per cento dei contribuenti che paga il resto dell’Irpef cantonale. Dai numeri avete pure capito che un quarto dei “contribuenti” non paga un centesimo di imposte. Ecco, è questa la vera lotta di classe in chiave liberale.

MF: Quanto sono alte effettivamente le tasse da voi?

PP: Da noi i Cantoni sono sovrani, con l’eccezione delle competenze federali esplicitamente specificate dalla Costituzione della Confederazione; quindi hanno un’ampia autonomia impositiva. La tassazione si articola su tre livelli, quello comunale, quello cantonale e quello federale ed alla fine nel Canton Ticino l’aliquota complessiva, per i redditi alti, supera di poco il 40 per cento.

MF: Per noi italiani, la Svizzera rappresenta un’oasi di libertà economica e di governo limitato. Ma com’è davvero la Svizzera di oggi vista con gli occhi di un liberale svizzero?

PP: La mia sensazione è che le grandi dinamiche fondamentali siano le stesse in tutti i paesi e, quindi, la Svizzera non è immune dalle tendenze stataliste e dirigiste che pervadono tutto il continente. Fortunatamente il sistema svizzero, per usare un’immagine, è un’automobile che procede con il freno a mano tirato – questo essenzialmente in virtù delle peculiarità istituzionali del nostro paese.

MF: Quali sono gli aspetti più importanti del modello svizzero?

PP: Ce ne sono due. Quello più spesso ricordato nel discorso mainstream è la democrazia diretta, attraverso gli strumenti del referendum abrogativo e di quello propositivo, chiamato iniziativa popolare. Benché molto utile per controllare le smanie dei politici svizzeri, a mio modo di vedere la democrazia diretta non è il fattore più importante per spiegare gli esiti più liberali di questo paese. La democrazia diretta di per sé non è una garanzia di governo limitato; storicamente, rispetto alle dinamiche di espansione del peso dello Stato, a volte gioca contro e a volte a favore. L’aspetto delle istituzioni svizzere che, a mio giudizio, veramente ha fatto la differenza in senso generale è l’assetto decentralizzato e la conseguente concorrenza istituzionale, cioè l’effettiva competizione non solo tra i Cantoni, ma anche tra i Comuni all’interno dello stesso Cantone. Vi è una continua sperimentazione, si copia dai migliori e si evita di ripetere gli errori altrui. Ogni giurisdizione, se lo vuole, ha la libertà di attrarre capitali e persone di talento. Ogni Cantone, ogni Comune si sforza di rendere la propria piazza economica più attraente dal punto di vista fiscale e normativo e quindi determina esiti liberali a livello complessivo. In Svizzera si può effettivamente “votare con i piedi” spostandosi con facilità tra i Cantoni alla ricerca delle migliori condizioni per lavorare, investire e fare impresa.

MF: Come si inserisce il Canton Ticino in questa dinamica?

PP: Certamente essere in Canton Ticino offre un vantaggio competitivo rispetto a territori a noi culturalmente affini che fanno parte dell’Italia. Scherzosamente, ma anche con un fondo di verità, si potrebbe dire che il Ticino è quell’angolo di Lombardia rimasto libero. Da 500 anni: quanto i Confederati lo strapparono al Ducato di Milano. Purtroppo, come ticinesi, non riusciamo a partecipare alle dinamiche di concorrenza interna svizzere tanto quanto i Cantoni di lingua tedesca. Nella Svizzera tedesca è veramente facile passare quasi “a costo zero” da un Cantone all’altro in pochi chilometri, mentre noi abbiamo due barriere a tenerci un po’ più isolati, quella geografica, cioè le Alpi, e quella linguistica.

MF: E l’”eccezione svizzera” com’è vista dalle istituzioni politiche più convenzionali?

PP: Male. Negli anni abbiamo ricevuto molte pressioni dall’Unione europea e dall’Ocse ed abbiamo dovuto accettare di eliminare alcuni regimi fiscali privilegiati per le imprese. Tuttavia, abbiamo già pronta la contromossa. Il 19 maggio si terrà il referendum per l’entrata in vigore di una riforma federale che introdurrà tagli significativi alle imposte societarie difendendo, così, la competitività fiscale della piazza svizzera. E per giunta pure a vantaggio delle imprese più piccole. Uno degli aspetti di forza dell’”esperimento svizzero” è proprio questo: la capacità di decidere e di riformarsi molto rapidamente, adattandosi così in maniera efficiente ai cambiamenti del contesto esterno.

MF: Lei è un liberale classico e fa politica in un partito conservatore. Quali sono le ragioni per cui, secondo lei, i liberali possono trovarsi a loro agio nella famiglia conservatrice?

PP: La parola chiave si chiama sussidiarietà. Un concetto che, per i motivi spiegati sopra, da sempre fa parte del discorso conservatore, qui in Svizzera, è che la centralità deve essere spostata verso il basso, ogni volta che ciò è possibile: dalla Confederazione ai Cantoni, dai Cantoni ai Comuni, dai Comuni alla società civile e al mercato. Non che la destra sia sempre esente da tentazioni stataliste e regolamentatrici, ma in termini generali prevalgono un fondamentale scetticismo nei confronti dello Stato centrale (e cantonale) e l’idea che le risorse debbano rimanere nelle tasche dei cittadini.

MF: Immaginiamo che un tema difficilmente eludibile, a destra, sia quello dell’immigrazione.

PP: Sì, è un tema molto sentito. Il nostro atteggiamento è pragmatico; nessuno si sogna di chiudere le frontiere; anzi tutti sanno che l’immigrazione ha storicamente rappresentato una risorsa importante per l’economia nazionale. Al tempo stesso, come liberali e conservatori, desideriamo poter porre degli adeguati incentivi che selezionino le persone migliori – persone che entrino con la prospettiva di essere produttive e non di approfittare di aiuti pubblici. Nemmeno possiamo trascurare le preoccupazioni di quei residenti che vedono il proprio posto di lavoro minacciato dalla concorrenza di lavoratori stranieri, disposti ad accettare salari ben minori. Da questo punto di vista, a medio-lungo termine ritengo, tuttavia, che sia fondamentale continuare a migliorare la competitività dell’offerta di lavoro interna e la produttività del lavoro dei residenti, attraverso percorsi formativi effettivamente orientati al lavoro. Per essere più concreto: qui in Svizzera abbiamo un ottimo sistema educativo, la cosiddetta “formazione duale” che prevede di affiancare alla scuola tradizionale la formazione professionale ed aziendale. Due terzi della popolazione impara in tal modo un mestiere, anche di alta gamma. Purtroppo negli ultimi anni, qui in Canton Ticino la scuola (la politica scolastica è di competenza cantonale in Svizzera) è stata nelle mani di un ministro socialista che intende snaturare il nostro modello in nome di schemi ideologici “progressisti” ed “inclusivi” che fanno perdere al nostro sistema educativo l’orientamento al mercato del lavoro. Con un referendum abrogativo siamo riusciti in settembre a bloccare la proposta di riforma scolastica; ora dobbiamo lavorare per rendere più attrattivi anche in Ticino i curricula professionali, sull’esempio degli altri 25 Cantoni. Attraverso degli esami complementari, cosiddetti “passerella”, le porte verso gli studi accademici restano aperte per tutti; è così che a mio giudizio si offre una vera inclusione, e parimenti si evita di formare nuovi disoccupati che hanno frequentato curricula irrilevanti. Mi scusi, tanto per fare un esempio, ma di quanti etnologi ha bisogno il mercato del lavoro svizzero?

MF: Un’ultima domanda. Tra i temi su cui si è impegnato c’è quello delle cripto-valute. Ci può dire qualcosa a riguardo?

PP: Certo. Mi sto occupando di un progetto interpartitico per l’introduzione di una moneta elettronica locale complementare nel Canton Ticino. Si chiama TicinoCoin e, pur essendo una moneta virtuale, sarebbe coperta con riserva intera da franchi svizzeri. L’idea di una moneta complementare non è nuova di per sé, ma l’aspetto fondamentale del TicinoCoin è che si appoggia alla Blockchain e questo potrebbe darle una valenza molto più ampia rispetto alla dimensione locale. L’11 marzo 2019 abbiamo promosso – sono primo firmatario – un’interrogazione al Governo ticinese chiedendo se possa esserci un interesse strategico del Cantone a farsi ufficialmente promotore dell’iniziativa coinvolgendo BancaStato, la Banca cantonale. Se la proposta fosse accolta, il Canton Ticino potrebbe diventare la prima entità sovrana ad emettere una criptovaluta e le prospettive potrebbero essere molto promettenti. Pensi che la notizia è stata ripresa anche dall’Ansa in Italia, il che le fa capire il potenziale in termini di marketing territoriale, anche perché in Ticino già abbiamo un fitto ecosistema in ambito FinTech, sulla scia della di quanto avviene nella nota Cryptovalley tra Zugo e Zurigo. È un argomento in cui credo molto. Il futuro passa anche da qui.

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Marco Faraci


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