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Dietro lo stallo a Bruxelles: il doppiogioco tedesco per affossare il Recovery Fund e il contropiede francese

Musso di Musso, in Esteri, Quotidiano, del

Il contropiede francese ha un poco scombussolato la squadra tedesca, che si era esposta in avanti: proseguendo secondo il piano, Berlino otterrebbe sì di affondare il Recovery Fund, ma si troverebbe subito di fronte il contropiano francese di creare la mini-Ue. A fermarlo servirebbe una minoranza qualificata: non bastano i voti di Varsavia e Budapest, neppure se aggiunti ai voti dei restanti ‘clientes’ tedeschi, a fermarlo serve il Nein della Germania. Sarebbe un Nein, questa volta, tanto al ‘bilancio dell’Eurozona’ che alla ‘difesa dello Stato di diritto’. E i poveri Italiani, che il Recovery Fund lo volevano veramente-disperatamente-subito, stanno nel panico…

Il Recovery Fund, chi se lo scorda. Doveva arrivare “subito”, a luglio, poi a settembre, ma non arriva mai. Ultimamente è bloccato da un veto, polacco ed ungherese, su un regolamento ‘a tutela dello Stato di diritto’. Convenuto da Parlamento europeo e Presidenza di turno tedesca il 5 novembre 2020, il 16 novembre 2020 è stato approvato a maggioranza qualificata. Per il varo finale, serve solo un voto del Parlamento europeo dall’esito scontato, ma la data non è ancora stata fissata.

Il regolamento da solo, però, non basta e qui Polonia e Ungheria trovano le armi per difendersi. A Bruxelles serve pure l’approvazione del bilancio pluriennale (che contiene l’approvazione dell’innalzamento della soglia massima delle risorse proprie, cioè le dimensioni del bilancio) “all’unanimità”; nonché, più tardi, l’istituzione delle nuove categorie di risorse proprie (cioè le nuove tasse unionali), le quali entrano “in vigore solo previa approvazione degli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali”. In difetto di entrambe, l’Unione andrebbe in esercizio provvisorio ed il Recovery Fund finirebbe nel cassetto dei progetti falliti. Logicamente, Polonia e Ungheria hanno posto il veto.

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Fatto ciò, i due Paesi si sono mostrati fermi. Chi dice che riceverebbero dall’Europa troppi soldi per rinunciarvi, non considera che, col nuovo regolamento, le due capitali non riceverebbero più nemanco un centesimo. Chi dice che Orban non possa sopportare la (modesta) svalutazione della propria divisa, delira.

La proposta di Polonia e Ungheria: tornare all’accordo trovato al vertice di luglio: la sanzione si applicava “in caso di violazioni”, non del semplice sospetto, come invece è nel nuovo regolamento. Ovvero, tornare a sanzioni subordinate a violazioni verificate. Detto altrimenti, la procedura del meccanismo non sfocerebbe in una penalizzazione, bensì in un ricorso alla Corte europea di giustizia; esattamente come è oggi con la già esistente procedura, del 2014, detta “quadro dell’Ue per rafforzare lo Stato di diritto”, che si risolve nelle tradizionali sanzioni pecuniarie. Eventualmente con due sfumature: il ricorso alla Corte verrebbe fatto dal Paese membro accusato, anziché dalla Commissione accusatrice; la sanzione pecuniaria verrebbe incassata per deduzione dai fondi europei destinati al Paese membro a quel punto condannato. Questo dicono i Trattati e questo il primo ministro polacco ed il ministro della giustizia ungherese intendono, crediamo, quando aggiungono di voler rispettare i Trattati. In linea con la lettera del presidente sloveno Janša, del 17 novembre, che chiedeva “un ritorno all’accordo raggiunto al vertice di luglio”, poiché “solo un organo giudiziario indipendente può dire cos’è lo Stato di diritto”.

L’alternativa che taluno ipotizza, sarebbe di archiviare le procedure aperte a carico di Varsavia e Budapest ex-art.7; ma le due capitali già le tengono bloccate ad libitum, dunque non si vede che vantaggio ne otterrebbero.

L’ultima richiesta polacca ed ungherese, quella di inserire il voto all’unanimità, ci pare un ballon d’essai in quanto l’accordo di luglio già prevedeva il voto a maggioranza qualificata.

L’alternativa offerta dalla Commissione, produrre “una dichiarazione politica, che il nuovo meccanismo non si rivolge a paesi specifici e rispetterà la sovranità degli Stati membri” ma “nessun cambiamento al testo del regolamento”, merita solo scherno ed è stata respinta.

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I tedeschi, il Recovery Fund non lo hanno mai voluto veramente. Chi li vede ostili alla mossa ungherese e polacca, non considera che Merkel ha sempre intrattenuto buoni rapporti con Orban, che l’industria tedesca ha investito pesantemente in Ungheria e Polonia, che Berlino preferisce il mercato unico alla moneta unica. Osserva Tino Oldani, in riferimento all’Ungheria: “è evidente che, avendo a che fare con un premier così disinvolto sui diritti, per i gruppi industriali tedeschi è stato un gioco da ragazzi ottenere” ciò che desideravano.

La seconda cosa da ricordare, è che Merkel non vuole cambiare i Trattati: “per noi è molto importante che il programma resti nel quadro dei Trattati europei”, scandiva a fine giugno. Dunque, quando oggi dice, “dobbiamo sondare tutte le opzioni possibili”, intende ‘tutte le opzioni possibili all’interno dei Trattati’. Ne segue un orecchio attento all’argomento di polacchi ed ungheresi: che il nuovo regolamento è contrario ai Trattati.

Quando si tratta di scegliere fra Parigi ed i propri ‘clientes’, Merkel sceglie sempre i secondi. Lo ha dimostrato quando si è trattato di affondare il progetto federalista di Macron: ricorderà il lettore che quest’ultimo, nel 2017 alla Sorbona, aveva proposto un grande bilancio per l’Eurozona e che, nel 2018 a Meseberg, Merkel glielo aveva fatto a pezzi, lasciando che gli olandesi completassero l’opera nei successivi Consigli europei. Lì si parlava di Eurozona e Merkel poteva muovere solo i ‘clientes’ nordici, qui si parla di Ue e Merkel può muovere pure i ‘clientes’ dell’est Europa. Ciò le ha consentito di sviluppare un gioco più articolato, mettendoli l’uno contro l’altro sino a rendere un accordo impossibile, sia che il ‘meccanismo sullo Stato di diritto’ rimanga severo, sia che venga svuotato.

Così Berlino, conducendo la trattativa col Parlamento europeo sul regolamento, in qualità di presidente di turno della Ue, con la mano destra avanzava una moderata proposta di compromesso, con la mano sinistra si lasciava docilmente sopraffare. Così, il tedesco Weber, presidente del gruppo popolare al Parlamento europeo, con la mano sinistra sottoscriveva un durissimo comunicato della Conferenza dei Capigruppo (“nessuna ulteriore concessione sarà fatta da parte nostra”), con la mano destra otteneva di rinviare la ratifica parlamentare finale a data da destinarsi. Così Merkel, con la mano sinistra manda avanti i finlandesi (“lo Stato di diritto è un elemento fondamentale dell’accordo”), gli austriaci (“legare la distribuzione dei fondi europei allo Stato di diritto è una assoluta necessità”), l’olandese (“per i Paesi Bassi, il compromesso raggiunto sullo stato di diritto è il minimo indispensabile, non possiamo accettare alcunché di meno”); con la mano destra rafforzava polacchi ed ungheresi, muovendo a loro sostegno il pedone sloveno (ed altri pedoni nordici e dell’Est seguiranno).

Si attende l’Eurosummit del 10-11 dicembre, plausibilmente in presenza. In quella sede Merkel punta a far convergere una maggioranza qualificata (che escluda i Nordici), sulla controproposta di regolamento fatta da polacchi ed ungheresi. Consentendo loro, così, di togliere il veto sul bilancio pluriennale, che verrebbe approvato all’unanimità. Con separata decisione, verrebbero prolungati sia i ‘rebate’ (cioè gli sconti sui contributi dovuti concessi ai Nordici, oltre che alla Germania) che i fondi strutturali (dei quali i Paesi dell’Est sono grandi beneficiari), entrambe oggi in scadenza, in modo da farli fluire pure se l’Unione andasse in esercizio provvisorio secondo il regime di apparente continuità di bilancio detto ‘dei dodicesimi’. Ciò potrebbe accadere, nell’attesa che giungano la ratifica del Parlamento europeo al regolamento ed al bilancio, nonché la ratifica dei parlamenti nazionali alle nuove tasse unionali.

Se Consiglio e Parlamento cedessero, i Nordici incasserebbero i propri ‘rebate’, per poi farsi forza del voto contrario dato al regolamento e completare l’opera. Come? Dicendosi indignati. Le elezioni generali olandesi sono il prossimo 15 marzo 2021, nell’attuale Parlamento dell’Aia non c’è una maggioranza per approvare le nuove tasse unionali ed i deputati non chiedono di meglio che una buona scusa per rinviare a dopo le elezioni e la formazione del prossimo governo: l’altra volta ci misero 225 giorni, allo stesso ritmo si andrebbe ad ottobre. Cioè dopo le elezioni generali tedesche: qui, per fare il governo, l’altra volta ci misero 171 giorni, allo stesso ritmo si andrebbe a marzo 2022. I vaccini stanno arrivando: di qui a quella data il Covid non sarà più che un ricordo e, con esso, il Recovery Fund. A lasciar azzuffare i propri ‘clientes’ dell’est e del nord, i tedeschi cos’hanno da perdere?

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Stavolta, però, è diverso: Macron si è scottato assai, al tempo di Meseberg. Al contrario della Germania, la Francia non ha interessi prevalenti negli Stati membri dell’Est Europa e, all’opposto di Merkel, Macron desidera ardentemente cambiare i Trattati. Sa che questa è l’ultima occasione per non passare alla storia come il babbeo che si è fatto infinocchiare due volte dalla vecchia di Berlino. Stavolta, Macron gioca in contropiede.

Come? Spingendo polacchi ed ungheresi alla rottura: in Consiglio, di fronte alla proposta di accettare le modifiche volute da Polacchi ed Ungheresi, Macron farà il guastatore, venderà cara la pelle. D’intesa con la sinistra nelle istituzioni brussellesi, a cominciare dallo sfrontato presidente del Parlamento europeo, Sassoli (il regolamento serve “per evitare che le risorse vengano usate da governi che mettono in crisi gli ordinamenti democratici comuni”).

Macron cerca la rottura, va bene, ma a che fine? Il suo ministro Clément Beaune continuamente ribadisce “determinazione sul Recovery Fund e sullo Stato di diritto”. Il che è come dire volere, insieme, il ghiaccio ed il fuoco: non si può fare se non con un accordo intergovernativo, che escluda i ribelli. Fra gli alleati di Macron al Parlamento europeo, il verde Sven Giegold specifica che si dovrebbe trattare di una ‘cooperazione rafforzata’ ed il liberale Guy Verhofstadt aggiunge che questa sarebbe “l’unica strada che abbiamo davanti”. Si tratta di una mini-Ue, che si serve della Commissione Ue e si riunisce all’interno dei Consigli Ue, ma vota per i fatti suoi e per i fatti suoi si fa politiche comuni in ciò che vuole, ad eccezione di mercato interno e politiche regionali e quanto altro la Ue già fa. A formarla basta il voto favorevole della maggioranza qualificata degli Stati membri della grande Ue, cioè, a fermarla non bastano i voti di Varsavia e Budapest.

Una cooperazione rafforzata senza Ungheria e Polonia, va bene. Ma per fare cosa? Macron: “ho lanciato questa idea alla Sorbona … ci è voluto tempo ma, a giugno 2018 abbiamo firmato con la Germania l’accordo di Meseberg … esso ha portato a un accordo imperfetto a livello europeo ma, grazie alla crisi Covid-19, a maggio 2020 abbiamo firmato l’accordo franco-tedesco” sul Recovery Fund. Macron sta dicendo che il Recovery Fund è il secondo tempo della partita per il bilancio dell’Eurozona. E tanti saluti al Covid.

Un bilancio per l’Eurozona, va bene. Ma per quanto? Per sempre. Macron: “una unione di trasferimenti, basata su una firma comune, e un debito comune”. Poi ancora Sassoli: “dobbiamo … rendere definitivo l’indebitamento comune”, “Eurobond”, “mettere mano ai trattati”.

Un bilancio per l’Eurozona e permanente, va bene. Ma con che soldi? Trasferendo il Mes dentro il bilancio Ue: così Sassoli (“riformarlo e renderlo uno strumento comunitario, non più intergovernativo”) e Letta (“si trasformi il Mes e lo si porti dentro la Commissione Ue, lo si dia in gestione alla Commissione”). Rispetto al Recovery Fund, il conto da pagare per tutti gli Stati membri sarebbe parecchio più basso.

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Poi è accaduto che, del piano francese, Sassoli abbia svelato un dettaglio di troppo: sollecitato dal giornalista sulla cancellazione del debito, ha risposto “è un’ipotesi di lavoro interessante”. Subito stoppato da Gentiloni (“per ora, il debito non è visto come un ostacolo”), tramortito da Lagarde (“tutto ciò che va in questa direzione sarebbe una violazione dei Trattati”, ed è qui che ha dovuto aggiungere “Bce per definizione non può fallire né finire i soldi”), rieducato da Cottarelli (non si dice ‘cancellazione’, ma ‘riacquisto’, cioè monetizzazione), crocifisso da Münchau (“è ciò che i conservatori tedeschi hanno sempre temuto che sarebbe successo … che un italiano sarebbe arrivato un giorno e avrebbe commesso il peccato finale”), sbeffeggiato dalla FAZ (“politicamente, la domanda è molto maldestra, si dice da più parti: la domanda italiana è acqua per il mulino degli oppositori dei fondi europei e dei debiti comuni”). Il fatto è che il grande pubblico tedesco, se sente dire ‘cancellazione del debito’, mette la mano alla pistola: Sassoli non poteva fare regalo più grande ad un governo desideroso di rifiutare pure gli altri argomenti del piano francese, comunque tutti inaccettabili per Berlino.

Infatti, chi immagina Merkel disponibile a formare una cooperazione rafforzata, non ha mai sentito parlare di Meseberg e non ricorda i paletti da lei fissati a fine giugno. Nein vuol dire Nein.

E, tuttavia, il contropiede francese ha un poco scombussolato la squadra tedesca, che si era esposta in avanti: proseguendo secondo il piano, Berlino otterrebbe sì di affondare il Recovery Fund, ma si troverebbe subito di fronte il contropiano francese di creare la mini-Ue. A fermarlo servirebbe una minoranza qualificata: non bastano i voti di Varsavia e Budapest, neppure se aggiunti ai voti dei restanti ‘clientes’ tedeschi, a fermarlo serve il Nein della Germania. Sarebbe un Nein, questa volta, tanto al ‘bilancio dell’Eurozona’ che alla ‘difesa dello Stato di diritto’ (di Covid non parlerà più nessuno).

Ciò a valere, sia su Merkel, sia su chi il partito di Merkel sceglierà, nel corso dei prossimi mesi, per succederle alla Cancelleria: poiché, nel corso della campagna elettorale, è inevitabile che il candidato della CDU-CSU si schieri contro il piano francese, non può fare altro. Col risultato di permettere a Macron di correre le prossime elezioni presidenziali francesi, nell’aprile 2022, sulla base di una piattaforma assai diversa dalla precedente: più nazionale, diciamo. Insomma, la storia della presidenza Macron non verrebbe più scritta come quella del babbeo che si è fatto infinocchiare due volte dalla vecchia di Berlino, bensì come quella di un idealista sfortunato, che ha liberato la verità per i propri sudditi e che, quindi, merita di continuare a sedere in trono.

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In tutto questo, i poveri italiani, che il Recovery Fund lo volevano veramente-disperatamente-subito, stanno nel panico: Amendola, piange miseria (“la seconda ondata del Covid”), si nasconde indecorosamente dietro la presidenza tedesca, infine aggiunge “cari amici ungheresi e polacchi … non dovremmo temere lo Stato di diritto se tutti diciamo di star rispettando lo Stato di diritto”: un discorsetto scemo che gli avrà dettato Travaglio. Come con l’ultima Strumtruppen lasciata a guardia del bidone di benzina, prima o poi Macron si ricorderà di lui e gli invierà nuovi ordini.

Musso

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