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Dietro il MES una guerra economica e monetaria: il prezzo per restare nell’Euro

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Dinanzi agli “elevati rischi di peggioramento” individuati in Europa dal Fondo Monetario Internazionale, la nomenklatura europeista si ritrova indaffarata nel declinare in varie forme quel rimedio universale generalmente indicato nel dibattito politico con la locuzione “più Europa”. Molteplici progetti di guerra economica e monetaria europea – spacciata per integrazione – sono stati diffusi dai grandi media economico-finanziari, molti dei quali presentati come iniziative franco-tedesche, per utilizzare il convenzionale ordine della coppia, benché ormai anacronistico. Tali proposte, lungi dall’indicare sintonia, rivelano invece profonde divergenze tra i due membri egemoni dell’Unione europea su quale debba essere il significato di quel “più Europa”, come vedremo in seguito.

Dopo decenni di battaglie – risale ai primi anni ‘80 il dietrofront tedesco sul Fondo Monetario Europeo, quando l’esponente della Bundesbank Leonhard Gleske gelò la Francia e quel mancato Mario Draghi noto con il nome mortale di Tommaso Padoa Schioppa, dichiarando nulla con un secco “non lo vogliamo” la promessa del Cancelliere Schmidt, che pure lo aveva concesso nero su bianco in un Consiglio europeo del dicembre 1978 – nel giugno 2018 si è giunti al compromesso franco-tedesco di Meseberg, che ha gettato le basi per la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) negli incontri europei del dicembre 2018 e giugno 2019.

Dai leader europei – cioè da Francia e Germania direttamente o attraverso i loro proxy – è stato stabilito di attribuire al MES la funzione di backstop fiscale nella risoluzione delle crisi bancarie. Questa decisione limiterà seriamente la capacità dell’Italia di fronteggiare future crisi bancarie. La modifica più importante è l’approvazione del principio che, prima di qualunque assistenza finanziaria, il debito del Paese debba essere dichiarato sostenibile dal MES e dalla Commissione europea. Dei due, è il MES a valutare la capacità del Paese di restituire il prestito, e ad avere dunque il coltello dalla parte del manico. Vedremo in seguito perché ciò sia rilevante.

Se il debito è considerato non sostenibile – ed è il MES a decidere – l’aiuto può essere erogato solo a condizione che vi sia una ristrutturazione ex-ante del debito. Conseguentemente, assume particolare rilievo un’ulteriore cambio tecnico, l’introduzione delle “single-limb collective action clauses” su tutti i titoli sovrani emessi dal 2022. Si tratta di clausole contrattuali i cui dettagli non sono ancora noti, ma che è presumibile sospettare faciliteranno enormemente la ristrutturazione.

Insomma, appare evidente che, data la volontà politica di non adoperare la BCE come prestatore di ultima istanza e servirsi invece del MES, l’integrazione europea proceda in una direzione che non solo contempla, ma promuove, una ristrutturazione soft del debito italiano. I detentori del debito italiano, per il 70 per cento residenti tramite banche e fondi di investimento, sarebbero costretti ad affrontare una scelta: accettare i rischi di un’uscita dall’Euro, o restarci e collaborare per rendere il debito sostenibile, subendo quindi una “rimodulazione” dei tassi, della scadenza, o di entrambi. Bisogna inoltre tener conto che, come ha osservato financo il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il mero annuncio dell’introduzione di un meccanismo di ristrutturazione del debito potrebbe innescare una spirale perversa di aspettative di default, che potrebbero dimostrarsi autorealizzantisi.

E, in condizioni simili, l’Unione europea non solo non avrebbe alcuna intenzione di rendersi utile, ma intende piuttosto cautelarsi dai rischi. I meccanismi di accesso alle linee di liquidità di emergenza sembrano appositamente strutturati per segregare l’Italia ed evitare il contagio di potenziali vittime innocenti quali Spagna, Portogallo o Irlanda. Quella liquidità sarebbe concessa senza rigide condizioni solo ai Paesi in grado di rispettare le regole fiscali europee, notoriamente controverse e proibitive per l’Italia. Fin quando l’Italia – vale a dire, dato che il Paese ha palesemente rinunciato alla liberaldemocrazia, non gli italiani, ma quella pluralità di blocchi corporativi coordinati da una tecnocrazia parzialmente impegnata in politica tramite il Pd, ma in ogni caso al riparo dal processo elettorale – riterrà impraticabile sia tornare alla propria moneta, sia una ristrutturazione, sia una redistribuzione del peso della ristrutturazione, le autorità europee potranno d’ora in poi servirsi dello spettro della ristrutturazione come ulteriore arma di controllo dei suoi affari interni.

Il processo di riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità va considerato parallelamente alle iniziative di riforma dell’Unione Bancaria. Una proposta personale del tedesco Olaf Scholz è stata pubblicata dal Financial Times nella sera del 5 novembre, casualmente poche ore prima che con un’audizione presso la Camera dei Deputati Giampaolo Galli amplificasse notevolmente il volume del dibattito italiano.

Egli è parso in quell’audizione franco e penetrante, se la si analizza, come è doveroso fare, depurata dalle eurosentimentali frasi di circostanza cui è tenuto un uomo del suo calibro per preservare la propria “vita di relazioni”. Tant’è che neanche la tarda rivendicazione di innocenza sui social network, con condanna di rito dei Babau Borghi e Bagnai ad uso del pubblico eurodevoto, è servita granché a convincere gli osservatori neutrali. “La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità contiene elementi di criticità per il Paese”, ha dichiarato. “Alcuni anche abbastanza forti”, ha aggiunto, concedendosi una significativa deviazione dal testo che aveva davanti, pubblicato poi sul sito di quell'”Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani” di cui è con Cottarelli l’elemento più celebre. Con il tono di un consumato diplomatico, ha illustrato come il MES non sia un’istituzione europea, e perché questo sia rilevante:

“L’idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un Paese che chiede l’accesso ai fondi del MES e abbia un debito giudicato non sostenibile è stata espressa ripetutamente da esponenti di primo piano dell’establishment tedesco e di altri paesi del Nord Europa, quale ad esempio il governatore della Bundesbank Jens Weidmann. Questa proposta nasce fondamentalmente dalla considerazione che le regole formali (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact) non hanno funzionato, talché alcuni Paesi hanno continuato ad accumulare debiti la cui sostenibilità nel tempo è sempre più dubbia. Di qui, l’idea di far funzionare meglio la disciplina di mercato dando un senso alla clausola di no bail-out contenuta nel Trattato di Maastricht. Si danno gli aiuti, ma, condizionandoli a una ristrutturazione del debito, si evita quell’effetto di moral hazard che, secondo alcuni, sarebbe il motivo di fondo per il quale i politici di alcuni Paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. (…) Un passaggio essenziale di questa strategia consiste nello spostare l’asse del potere in materia economica dalla Commissione europea, considerata troppo politicizzata, ad un organismo intergovernativo e teoricamente più tecnico quale il MES.”

La questione è nota a qualunque osservatore della guerra cui accennavamo in precedenza, ma da un europeista praticante non ci saremmo aspettati che accantonasse temporaneamente la retorica sulla solidarietà, per discutere schiettamente di un “partner” europeo.

Cosa significa dunque integrazione europea, il “più Europa” del dibattito politico?

-Per la Francia, l’Italia, e il mainstream economico da sinistra a destra, una transfer union, un’unione dei trasferimenti, in cui la Germania sarebbe costretta a redistribuire (non prestare) una percentuale consistente del proprio Pil ai Paesi della periferia, e alla Francia, alla maniera in cui già fa da quasi trent’anni con la sua metà orientale. In tal modo quei Paesi sarebbero al contempo in una condizione di piena occupazione ed equilibrio della bilancia delle partite correnti, condizioni che non sono ripristinabili con il deprezzamento delle valute nazionali cui quei Paesi hanno rinunciato. Prima ancora che la sostenibilità dei debiti sovrani o la solidità dei sistemi bancari, è questo il problema di fondo dell’unione monetaria, e gli altri non ne sono che le conseguenze.

-Per la Germania, un’Europa tedesca, fondata su un’unione fiscale. Non si tratta certo di armonizzare la tassazione in Europa di modo da abbassare Imu e Tasi e far ripartire l’immobiliare per la felicità dei cittadini italiani, come qualche tempo fa sembrava davvero credere Lara Comi, cui auguriamo un gran bene per le sue vicende personali. Consiste piuttosto nell’imporre ai Paesi della periferia, inclusa la Francia, una politica fiscale decisa in Germania, al riparo dalle ritorsioni degli elettori.

Nell’estate 2015, in una conversazione teoricamente segreta con il birichino ex cancelliere inglese Norman Lamont (famoso perché, euroscettico, cantava dalla gioia in bagno in quel Mercoledì Bianco in cui la Banca d’Inghilterra capitolò sconfitta dinanzi all’operazione da 18 miliardi di dollari di George Soros, che costrinse il governo di cui era membro ad abbandonare lo SME), Yanis Varoufakis rivelò che il vero obiettivo di Schauble fosse non la Grecia, ma la Francia, la quale aveva tra l’altro spalleggiato Tsipras prestandogli financo i propri funzionari per redigere la richiesta di aiuto al MES, comportamento che secondo le cronache avrebbe adirato particolarmente Angela Merkel. La dichiarazione di Varoufakis è particolarmente verosimile se si considera che Schauble, nell’ottobre 2012, propose l’istituzione di un commissario dell’eurozona in grado di respingere i bilanci approvati dai parlamenti nazionali. Quel commissario, disse, avrebbe dovuto essere tanto potente quanto il già esistente commissario alla concorrenza, il quale è “temuto in tutto il mondo” – e l’inquietante scelta dei vocaboli tradisce qui inavvertitamente la natura dell’ex ministro tedesco. Ancor prima, nel 1994, scrisse con Lamers il noto paper nel quale preconizzava un “hard-core”, un nucleo europeo al quale gli altri Paesi potessero guadagnare l’ammissione solo a patto di dimostrare un grado di disciplina compatibile con la fama tedesca.

Per diventare membro di quel nucleo, la Francia – e a maggior ragione l’Italia – deve non solo implementare sostanziali riforme strutturali, ma cedere sovranità fiscale a Bruxelles. E Bruxelles stessa dev’essere germanizzata: per Schauble, la tensione tra istituzioni e regole va risolta assicurando che le istituzioni di rilievo siano tecnocratiche, non politiche, e si occupino di assicurare che le regole siano seguite – regole tedesche, stabilite dai tedeschi, o da chi che ne condivide intimamente la cultura. Ecco perché il MES assume crescente peso nelle istituzioni europee, sottraendone a BCE e Commissione, e conservando quella scandalosa immunità per i propri funzionari; ecco perché avanza spedita l’installazione di figure tedesche nei ruoli chiave delle istituzioni europee, sia nella precedente che nell’attuale legislatura europea; ed ecco perché Schauble detestava il ruolo politico della Commissione, e in particolare Juncker, che reputava espressione di un’alleanza di Paesi accomunati dal fatto di essere incompatibili con la mentalità tedesca, e ai quali aveva concesso margini a suo avviso eccessivi di flessibilità.

Certo, fu proprio la Germania ad esortare la Commissione alla tolleranza quando, nel 2003, violò il Patto di Stabilità e colluse con la Francia affinché il presidente della Commissione Prodi lasciasse passare. Ma all’ipocrisia tedesca, come alla disciplina fiscale e salariale, è forse ormai tempo ci si abitui tutti.

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Choo Choo Walters


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