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Di Martedì, emblema della tv a soglia di attenzione ultrabassa (e a pluralismo ultracompresso)

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Non ce ne vogliano autori, curatori e conduttore, ma Di Martedì, l’approfondimento di Giovanni Floris su La7, ha ormai il valore di un prototipo e di un emblema: della tv a soglia di attenzione ultrabassa e a pluralismo ultracompresso.

Cominciamo dagli aspetti formali, con almeno tre elementi che partono dall’assunzione che il pubblico televisivo sia fatto di persone incapaci di tenere la soglia di attenzione per un tempo minimamente accettabile. Primo elemento: “blocchi”, cioè segmenti di trasmissione sempre più brevi, tanto oltre un certo numero di minuti – si presume – lo spettatore non resiste. Ma così cosa vuoi approfondire? Tutto resta fatalmente in superficie. Secondo: gli ormai leggendari applausi a raffica, casuali, contraddittori. Nella foga di punteggiare e vivacizzare il dibattito, il battimani parte (cioè viene “chiamato”) in modo ossessivo, pure per concetti che di per sé non suscitano alcun entusiasmo, e – soprattutto – per affermazioni anche contraddittorie tra loro. Si applaude freneticamente una certa cosa un minuto prima, e un minuto dopo il suo contrario. Terzo: l’inquadratura distraente. Mentre sta parlando Tizio, già si inquadra Caio a cui i tecnici stanno sistemando il microfono prima che entri in studio, con l’effetto inevitabile di togliere altra attenzione al ragionamento di chi sta intervenendo. Tutto diventa un promo di ciò che avverrà nei dieci minuti successivi: ma – così facendo – tra distrazioni e interruzioni, non avviene e non avverrà niente.

Resta la sostanza, allora. E qui siamo a un classico della tv “progressista”. La regola è che gli ospiti siano tutti o quasi della stessa opinione, cioè tutti o quasi di sinistra. E allora, officiata dal bravo presentatore, va in scena la versione televisiva di un celebre quadro di Silvestro Lega, “La visita”, con le signore che si salutano, si scambiano convenevoli e carinerie. Quando però compare l’ospite ostile, Floris si ricorda di essere un intervistatore agguerrito, e rispolvera la conversazione one-to-one, non di rado mettendo il “nemico” alle corde, o almeno a disagio.

Sicuri che il giochino funzioni? Propenderei per il no: il meccanismo può – forse – consolidare chi ha già un certo orientamento, ma dubito fortemente che possa indurre qualcuno a cambiare parere. Forse a cambiare canale. 

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Arturo Prosperi


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