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Decreti d’emergenza ed entusiasmi per il “modello Cina”: democrazia e stato di diritto in pericolo

di Michele Marsonet, in China Virus, Politica, Quotidiano, Rubriche, del

Qua e là è possibile cogliere qualche voce dissonante nel coro favorevole, o addirittura entusiasta, circa le misure adottate dal governo italiano per arginare il coronavirus. Intendiamoci, nessuno si sogna di negare che proprio di emergenza si tratti, e che quindi occorra affrontarla con mezzi adeguati e drastici. Eppure, si nota, purtroppo, una sottovalutazione diffusa dei rischi – presenti e futuri – che tale emergenza comporta.

Inizio rilevando che alcune libertà fondamentali degli ordinamenti liberal-democratici sono state violate per decreto, in pratica stravolgendo le consuetudini sociali e violentando la dimensione del privato. Non è certo cosa di poco conto ove si rammenti che proprio l’inviolabilità della privacy distingue in maniera netta i suddetti ordinamenti liberal-democratici da quelli autoritari, siano essi di destra o di sinistra.

Destano molta preoccupazione, a questo proposito, i continui peana rivolti a Xi Jinping e al governo di Pechino per il modo in cui l’emergenza coronavirus è stata affrontata e gestita nella Repubblica Popolare Cinese. E tali peana si trasformano poi in adesione incondizionata alla propaganda del regime (poiché di regime, si tratta, e non di governo eletto democraticamente).

Ci viene detto che in Cina il problema è ormai in via di soluzione, o addirittura risolto del tutto. Possiamo tuttavia fidarci, rammentando che nelle fasi iniziali dell’epidemia Pechino ha nascosto la gravità del contagio alla sua stessa popolazione, causando così un ritardo nella proclamazione dell’emergenza che ha in seguito avuto conseguenze nefaste a livello globale?

Un regime autoritario può ricorrere, per l’appunto, a misure autoritarie, militarizzando città e intere regioni, sicuro del proprio potere perché nessuna forza di opposizione è ammessa. E quelle che osano alzare la testa vengono represse brutalmente coma accade a Hong Kong, nello Xinjiang e in altre parti del Paese. Almeno finora, tuttavia, la Repubblica italiana non si è trasformata in regime autoritario, e l’entusiasmo manifestato da settori del nostro mondo politico per Pechino lascia quanto meno interdetti.

Resta il fatto che dei decreti amministrativi hanno condotto, in Italia, a sospendere alcune libertà personali tutelate e garantite dalla Costituzione. Il controllo sugli spostamenti è diventato capillare, e la loro formulazione tortuosa non lascia ben capire fino a che punto sia lecito uscire per andare a comprare beni che alcuni giudicano non essenziali, come per esempio i giornali.

La questione dei diritti individuali, a causa dell’emergenza, passa insomma in secondo piano, situazione alla quale, non vivendo a Pechino o a Shanghai, gli italiani non sono abituati. Tramite televisione e giornali siamo sottoposti ogni ora a una campagna martellante basata su slogan di grande effetto, e che stanno chiaramente penetrando nella mente dei cittadini. Senza scomodare a sproposito lo “Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, è piuttosto chiaro che da noi lo “Stato di diritto” sta perdendo pezzi. Magari la cosa non impressiona i cinesi, anche perché lo “Stato di diritto” non l’hanno, ma gli italiani sì.

Tutti ovviamente sperano che le drastiche misure adottate servano a contenere il virus e a consentire la sua successiva scomparsa. Ma occorre pur notare che non c’è accordo tra gli scienziati su questo punto, e ciò aggiunge ulteriori preoccupazioni a quelle già esistenti. Il timore vero, però, riguarda il futuro.

Saremo in grado, dopo questa esperienza, di tornare a un vero ordinamento liberale? Propongo allora uno scenario distopico. Supponiamo che alcune forze politiche, avendo verificato l’efficacia delle misure di cui sopra ai fini del controllo politico e sociale, elaborino una sorta di “piattaforma Rousseau” allargata, invitando tutti i cittadini a iscriversi e fornendo loro l’illusione di poter in quel modo controllare in modo completo l’operato del governo.

Sarà a quel punto possibile reagire senza precipitare in un conflitto civile risolvibile soltanto con la forza? Le mie sono, naturalmente, delle semplici provocazioni. Mi preme però far notare che gli entusiasmi “cinesi” di molti nostri politici, puntualmente propagandati sui social network, inducono a nutrire serie preoccupazioni circa il futuro del nostro Paese.

Michele Marsonet


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