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Davvero l’Italia pensa di poter dare lezioni di Stato di diritto a Ungheria e Polonia?

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Esiste lo Stato di diritto nel nostro Paese? Perché un modo di evitare questo interrogativo, è proprio offerto dal presumerlo in tutta l’Ue, dando per scontato che vi goda di ottima salute, eccezion fatta per Ungheria e Polonia. Vien da sorridere pensando che fra i più accaniti sostenitori dell’accusa nei confronti di questi due Paesi siano propri gli eredi di quel Pci che considerava tutti quelli del centro Europa sottoposti al gioco sovietico come il non plus ultra della democrazia, le tanto celebrate democrazie socialiste, che avevano non superato ma rinnegato le carte liberaldemocratiche, in quanto intrinsecamente classiste. C’è di più, perché Ungheria e Polonia non si sono ritrovate libere il 25 aprile del 1945, ma hanno conosciuto per decenni una durissima dittatura comunista, maturando una dolorosa opposizione, hanno riconquistato dopo decenni la loro indipendenza come nazione, con la propria lingua, storia, cultura, religione, conservando una profonda allergia nei confronti di qualsiasi pesante interferenza esterna. Se ora si sentono minacciate dalla pretesa Ue di sindacarne la stessa esistenza come entità non più territoriale, ma politica, alla luce di una definizione di Stato di diritto approssimativa e di una procedura sanzionatoria del tutto discrezionale, comportante la sospensione degli stanziamenti Ue, si può ben capire la loro opposizione. Né ci si deve sorprendere troppo che questa prenda la forma di un veto al varo del bilancio Ue, incorporante il Recovery Fund, perché qui è richiesta l’unanimità; mentre una volta avviata la procedura sanzionatoria è sufficiente una maggioranza qualificata, con a potenziali destinatarie proprio l’Ungheria e la Polonia, già ora indagate perché inadempienti.

A dire il vero, l’accusa di violare lo Stato di diritto è parte dell’altra più generale di essere entrambe nazioni sovraniste, cioè niente più niente meno gelose della loro sovranità faticosamente riconquistata, letta ovviamente come caratteristica negativa, cioè resistere ad una concezione dell’Unione europea che vorrebbe costruire la sua identità sulla negazione di quelle nazionali. Tacciare di sovraniste due nazioni con una grande storia alle spalle, che hanno costituito per secoli l’ultima barriera all’espansione musulmana, salvando l’Europa cristiana da una totale islamizzazione, significa non voler capire quanto sia stato sentito il recupero del sapore della sovranità, dell’essere padroni in casa propria, a cominciare dalla stessa premessa fondamentale, la consultazione popolare, che individua la maggioranza di governo.

Ora, se questa è la premessa fondamentale, si può dire che sia rispettata pienamente in Italia? Anzitutto ci dovrebbe essere una stabilità della legge elettorale, per impedire che ogni temporanea maggioranza o coalizione ne confezioni una nuova a sua misura, come invece accade da quando ci si è lasciati alle spalle, nei primi anni ’90, quella proporzionale applicata dal 1948: il Mattarellum, dal 1994 al 2005, il Porcellum, dal 2005 al 2015, il Rosatellum, nel 2017.  E, oggi, è proprio la redazione di una ulteriore legge elettorale, che dovrebbe tener conto della riduzione dei parlamentari, a rappresentare una questione tenuta aperta dalla stessa maggioranza, non solo perché divisa fra fautori del proporzionale e fautori del maggioritario, secondo le convenienze delle varie componenti, ma anche perché senza vararla, non sarebbe possibile andare a votare, facendo così della sua perdurante assenza la garanzia di una perpetuazione della traballante legislatura fino alla naturale scadenza nel 2023.

Secondo l’articolo che apre la nostra Costituzione, la prima caratteristica dell’essere l’Italia una Repubblica democratica è data dall’appartenere la sovranità al popolo, con la precisazione che la esercita nei modi e nei limiti previsti dalla stessa carta fondamentale. Ma, per una sorta di degenerazione partitica, la sovranità invece di essere implementata è stata spogliata proprio da come si è interpretato il rinvio ai modi e alle forme del suo esercizio, per cui la consultazione politica sfocia oggi in una rappresentanza parlamentare che non solo è scelta dalla burocrazia partitica, ma resta assolutamente libera di fare e disfare le maggioranze, sì da rendere la scelta popolare una specie di cambiale in bianco. L’assenza di una sorta di mandato imperativo, che ben avrebbe potuto, anche in mancanza di un esplicito disposto costituzionale apposito, costituire un comando contenuto nel decalogo di comportamento di ogni eletto, ha alimentato un trasformismo collettivo, giustificato in base al noto convincimento che i governi si creano e si distruggono in Parlamento, senza alcun riguardo ai programmi e agli impegni assunti in campagna elettorale e senza che lo stesso presidente della Repubblica voglia metterci bocca, vincolato come sarebbe a far da notaio alla mera conta dei numeri. 

Ogni giorno dai megafoni dei mass media viene riecheggiata la voce autorevole del nostro presidente della Repubblica, che invoca a tutta bocca la solidarietà dell’intero Paese, a cominciare dalla stessa opposizione, chiamando in causa quel che avviene oltre Alpi, ma si dimentica che altrove i governi sono stati debitamente eletti, anche nei Paesi sovranisti, votando coi partiti i leader, donne e uomini sottoposti al vaglio democratico. Se ne prende atto con una semplice panoramica che d’altronde è nelle orecchie di tutti, cominciando dai paesi che si ritengono modelli democratici, Pedro Sanchez in Spagna, Emanuel Macron in Francia, Angela Merkel in Germania, Boris Johnson in Gran Bretagna, procedendo con i Paesi cosiddetti sovranisti, quelli europei ,Victor Orban in Ungheria e Jaroslaw Kaczynski in Polonia, e quelli oltre atlantico, Donald Trump negli Usa e Jair Bolzonaro in Brasile.

Che cosa hanno in comune tutti questi Paesi? Di avere capi sottoposti al consenso popolare, da questo punto populisti. In che cosa si differenzia l’Italia? Nell’avere un presidente del Consiglio dei ministri scelto in una camera d’albergo da due nemici divenuti improvvisamente amici in vista della conquista delle benedette poltrone ministeriali; e, poi, riconfermato da altri due nemici diventati anch’essi amici in ragione della conservazione delle ancor più benedette poltrone parlamentari. In entrambi i casi un tollerante presidente della Repubblica ha dato semaforo verde, nonostante la evidente incompatibilità di maggioranze meramente numeriche, apprestate in plateale contrasto con le loro identità quali espresse nelle stesse piattaforme programmatiche, come se una collaudata democrazia dovesse avere paura delle elezioni, tanto più quanto si ritenga di escluderle proprio per una evidente patologia democratica, quella di evitare che l’opposizione possa vincerle, in quanto considerata a priori indegna di governare.

In nessun Paese cosiddetto democratico Giuseppe Conte avrebbe avuto titolo a fare il presidente del Consiglio, addirittura di due governi di segno contrario, rivelando fra l’altro una disinvoltura che viene in genere riconosciuta ai saltimbanchi della politica. Si dirà che i sondaggi popolari gli danno ragione, ma questo dovrebbe far pensare al come è riuscito ad occupare e a mantenere tutto lo scenario mediatico per sé, con una ossessiva personalizzazione tipicamente da regime, dove è apparso l’unico indiscusso regista della battaglia contro la pandemia, una guerra si è detto e ripetuto, dove il normale funzionamento democratico rimane sospeso. Non per nulla da buon avvocato dei beati possidenti, il nostro uomo si è inventato i decreti del presidente del Consiglio come strumento di gestione dell’emergenza, di per sé esenti da qualsiasi controllo del Parlamento e del presidente della Repubblica, quindi con una emarginazione proprio di quel Parlamento che si vorrebbe talmente sovrano da poter scompaginare a piacere lo stesso voto popolare. Solo che non si tratta di tenere a bada l’opposizione, ma la stessa maggioranza eterogenea e rissosa, sì che la tecnica di governo diviene quella del rinviare qualsiasi decisione la possa mettere in forse, primum vivere deinde philosophari, formula classica che in volgare può ben essere resa come galleggiare.

Solo che chi di spada ferisce, di spada perisce, cioè chi colpisce col trasformismo, dal trasformismo è messo in pericolo, ed ecco allora di fronte alla transumanza che insidia la maggioranza in Senato, braccia aperte al buon Berlusconi, non importa se pagato in anticipo con un emendamento che mette in luce platealmente il suo conflitto di interessi, l’importante è che dia una mano, non conta se sia stata considerata in passato tale da non poterla stringere.

Nella sua evoluzione lo Stato di diritto, inteso come Stato che in forza di un potere giudiziario indipendente tutela i fondamentali diritti civili figli della rivoluzione liberale, precede lo stesso Stato democratico nel senso moderno del termine, cioè a partire dal varo del suffragio universale. E non per nulla l’accusa mossa ad Ungheria e Polonia tocca proprio questo aspetto, ma, a prescindere qui dalle cosiddette leggi bavaglio, che, peraltro non sono una peculiarità di quei Paesi, data che così è stata battezzata la nostra sulle intercettazioni, certo qui da noi la magistratura è quella più e meglio garantita nell’intero panorama internazionale, peraltro con una peculiarità che va ben stretta ad uno Stato di diritto, cioè l’accorpamento in una sola carriera di quella inquirente e di quella giudicante. Ma, a prescindere da una crescente consapevolezza critica circa una tendenziale esondazione del potere giudiziale a danno del legislativo e dell’esecutivo, che compromette il classico equilibrio anticipato da Montesquieu, c’è da andare oltre la descrizione costituzionale, per verificare come essa risulta tradotta in pratica.

Ora, per seguire la massima popolare che il pesce puzza dalla testa, c’è da osservare come proprio il Consiglio Superiore della Magistratura si sia rivelato quel bordello ben noto da tempo, ma venuto alla luce solo quando i suoi membri sono stati colti con le mani nel sacco. Né ci si poteva aspettare altro da un sistema elettivo basato su associazioni distinte in base alle diverse politiche del diritto sostenute, secondo il classico continuum conservatori /progressisti, ma saldamente uniti nella difesa della corporazione. Tanto da far riuscire del tutto normale che a partire dal vicepresidente fino a tutte le cariche rilevanti, con in testa i dirigenti delle procure, si concordassero coi politici considerati più disposti a sostenerli, non per nulla gli attuali Ds, che in cambio hanno lucrato una attenzione giudiziaria privilegiata per i leader dell’altra sponda.

Fondata o no che sia stata l’azione della magistratura inquirente, qualche timida domanda circa la sua imparzialità la suscita la sequenza che ha visto messi alla gogna mediatica Craxi, Berlusconi e Salvini, sul quale ultimo, a parte i processi per sequestro di immigrati, ora avvertiti dai tam tam che giungono fino al cuore dell’Africa circa la disponibilità ad accoglierli tutti, pende ancora l’inchiesta aperta sul famoso finanziamento da Mosca,  lasciata oscillare sul suo capo, in vista del momento opportuno per recidere la corda che la sostiene.

Bene, ora abbiamo il capro espiatorio, Luca Palamara, non c’è più nessuna fretta di riformare il Csm, a meno che non se ne trovi uno che vada bene all’Associazione nazionale dei magistrati, campa cavallo che l’erba cresca. Ma intanto, a prescindere dal susseguirsi di potenziali golpe giudiziari a danno della libera dialettica democratica, qualche credibilità si deve dare a quel componente del collegio feriale della Corte di Cassazione che lasciò in un video testimonianza dell’essere quella di Berlusconi per evasione fiscale, una condanna scontata, nonché allo stesso Palamara, che intercettato si disse contrario allo stesso Berlusconi perché questo era il mandato della sua corrente. A prescindere da tutto questo, in uno Stato di diritto la magistratura deve essere indipendente per garantire i diritti dei cittadini, in primis verso l’esercizio del potere repressivo, quello penale.

Potrei ricordare quanto mi disse il collega, maestro autentico, Franco Briccola, che, cioè, il ruolo dell’avvocato difensore era ormai del tutto emarginato, ma basta leggere un prezioso volumetto di un suo allievo, Filippo Sgubbi, dal titolo già eloquente “Il diritto penale totalitario”. È un quadro impietoso fatto da un esperto della materia, ottimo studioso e grande avvocato. Volendo riassumerlo in una sola frase, questa potrebbe essere “prima viene l’accusa e poi il reato”, con dei procuratori incarogniti nel costruire a posteriori gli estremi del reato semplicemente presupposto, fra l’altro facendone il capo di un gomitolo di illeciti che via via viene sgomitolato. Chiamando a supporto la pubblica opinione con interviste a raffica, fanno dell’imputato un lebbroso con la campanella al piede, che suonando fa allontanare chiunque, distrutto irrimediabilmente nella sua carriera pubblica e privata, quando non anche nella vita famigliare. Una sorta di immersione in carenza di ossigeno destinata a durare, ora dopo la via libera data alla imprescrittibilità, addirittura senza termine, mi vien da sorridere a pensare che il rettore della Sapienza sia stato attaccato per avere una indagine a suo carico per un concorso. Bene io avuto qualcosa di più, un rinvio a giudizio sempre con riguardo ad un concorso, certo chiuso con una piena assoluzione ma dopo … dieci anni, un tempo in cui non potevo neanche partecipare a bandi di consulenza, perché avevo in corso un procedimento penale. Dove è sparito quel principio cardine dello Stato di diritto, per cui uno è presunto innocente fino al terzo grado di giudizio? Ormai non è necessario neppure un primo grado di giudizio, basta che riceva l’avviso di essere indagato, chiamato con sottile ironia avviso di garanzia, ma di garanzia c’è solo la condanna ad un calvario indegno di un Paese civile.

C’è veramente da chiedersi se noi possiamo essere giudici del rispetto dello Stato di diritto, ma farlo significherebbe dover concludere che non lo siamo affatto, ma allora come saremmo in grado di proporre l’Italia come un modello, se pure insidiato da presso da una specie di mix di sovranismo e populismo, che poi è quanto si potrebbe far dire all’articolo 1 della nostra Costituzione, quando attribuisce la sovranità al popolo? Certo, secondo una battuta che mi sembra di dover attribuire a Brecht, se il popolo non va bene, basta cambiarlo…

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Franco Carinci


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