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Dal Russiagate all’FBIgate: il memo che smaschera il “deep state” anti-Trump

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, Rubriche, Speciale ItalyGate, del

L’FBI ha usato un dossier non verificato, poi risultato falso, pagato dalla campagna Clinton (e compilato da fonti russe!) per ottenere il mandato a spiare il team del candidato rivale, e poi presidente eletto Donald Trump, omettendo di fornire alla Corte FISA che doveva autorizzare la sorveglianza diverse informazioni chiave per valutare la credibilità del dossier, per esempio la sua provenienza “biased” e “partisan”. Questo in breve quanto emerso dal memo redatto dal presidente della Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, David Nunes, e reso pubblico venerdì scorso. Evidente il motivo del dimenarsi di FBI, Democratici e gran parte dei media mainstream (Washington Post in testa, un lontano parente di quello dei Pentagon Papers che si batteva per la trasparenza), nel tentativo di bloccarne la pubblicazione.

I fatti verificati dalla Commissione. Il 21 ottobre 2016, FBI e Dipartimento di giustizia ottennero il mandato a sorvegliare Carter Page, un cittadino americano volontario di secondo piano della campagna Trump, nell’ambito di un’indagine non penale ma di controintelligence sulle presunte ingerenze della Russia nelle elezioni presidenziali. Ebbene, dalle informazioni che alla fine, dopo mesi di resistenza dell’FBI, la Commissione ha raccolto, è emerso che il dossier su Donald Trump e i suoi collaboratori assemblato dall’ex agente dei servizi britannici Christopher Steele, su commissione della società Fusion GPS, a sua volta incaricata e pagata dalla campagna Clinton, fu un elemento “essenziale” per la concessione del mandato di sorveglianza da parte della Corte competente secondo il FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act).

Non l’unico elemento a sostegno della richiesta di sorveglianza, obiettano i critici del memo? Vero, ma fu “cruciale”. Il memo ricorda infatti come lo stesso ex vicedirettore dell’FBI, Andrew McCabe, confessò alla Commissione lo scorso dicembre che “nessun mandato sarebbe stato richiesto” se non fosse esistito questo dossier. Il che significa che senza non avrebbero avuto sufficienti elementi per ottenere il mandato. Peccato che il dossier era frutto della cosiddetta “opposition research” degli avversari politici di Trump e che l’intelligence community non l’aveva nemmeno verificato, per stessa ammissione dell’allora direttore dell’FBI James Comey (“volgare e non verificato”).

Inoltre, il memo rivela che l’FBI si guardò bene dall’informare la Corte FISA della provenienza politica, di parte, del dossier, che fu pagato dalla campagna Clinton attraverso la società Fusion GPS. Né rivelò ai giudici che Steele era stato una fonte dell’agenzia fino all’ottobre del 2016, quando ufficialmente il rapporto cessò per la violazione degli obblighi di riservatezza (parlò dell’indagine e del dossier ad una rivista). Ma nello stesso periodo Steele stava di fatto lavorando per la candidata avversaria di Trump, Hillary Clinton, e “voleva disperatamente che Trump non venisse eletto e non fosse presidente”. Cosa di cui l’FBI era al corrente, dato che lo stesso Steele lo ammise a Bruce Ohr, funzionario del Dipartimento di giustizia che faceva da intermediario, la cui moglie Nellie durante quello stesso periodo, incredibilmente, era stata reclutata dalla Fusion GPS guarda caso allo scopo esplicito di contribuire alla “opposition research” contro Trump. Fu proprio Ohr a fornire all’FBI tutto il materiale frutto della ricerca della moglie, pagato dalla campagna Clinton e dal DNC attraverso la Fusion GPS. Ma anche i rapporti degli Ohr con Steele e la Fusion GPS furono nascosti alla Corte FISA, a cui non fu rivelato che di fatto l’FBI aveva continuato a ricevere informazioni da Steele e la Fusion anche dopo aver cessato il rapporto con l’ex agente britannico.

A supporto della richiesta di sorveglianza, inoltre, l’FBI allegò ampie citazioni da un articolo pubblicato nel settembre 2016 da Yahoo News, omettendo anche in questo caso di dire alla Corte che le principali fonti erano sempre Steele e la Fusion GPS. Dunque, in pratica l’FBI citava lo stesso Steele per avvalorare di fronte ai giudici le accuse contro Page contenute nel dossier Steele. L’FBI ha nascosto alla Corte FISA tutte queste informazioni, che avrebbero presumibilmente sollevato dubbi sulla credibilità del dossier, anche in occasione delle tre successive richieste di rinnovo del mandato. Tra l’altro, mancando di correttezza istituzionale l’FBI ha nascosto al Congresso la maggior parte di questi fatti in un briefing del gennaio 2017. Non ha rivelato il legame tra il dossier Steele e la campagna Clinton, di cui la Commissione Intelligence è venuta a conoscenza solo dopo aver ottenuto i movimenti dei conti corrente bancari della Fusion GPS.

Fatto sta che da quel momento, da quando l’FBI viene in possesso del dossier e ottiene il mandato FISA, la stampa viene inondata di leaks – provenienti da Steele e dalla Fusion o da agenti dell’FBI stessa, senza escludere il combinato di entrambe le ipotesi – riguardanti l’indagine sulla presunta collusione tra la campagna Trump e la Russia. Leaks che hanno alimentato una campagna mediatica e politica volta a mettere in discussione la legittimità dell’elezione del nuovo presidente.

Il memo della Commissione Intelligence non delegittima direttamente l’indagine del procuratore speciale Mueller, ma certo è un siluro alla credibilità del teorema della collusione Trump-Russia, dato che ora è noto come almeno in parte sia stato alimentato dagli avversari politici di Trump in triangolazione con FBI e stampa amica.

In pratica, riassume l’editoriale del Wall Street Journal, l’FBI ha permesso che l’agenzia stessa e la Corte FISA fossero “usate per promuovere uno dei principali argomenti della campagna Clinton”. Al di là delle intenzioni, se cioè si sia trattato di una vera e propria cospirazione di alcuni agenti infedeli, l’FBI si è di fatto prestata a diventare “strumento di attori politici anti-Trump” e forse – non si può escludere – di una potenza straniera, dato che le fonti delle informazioni assemblate da Steele nel dossier sono quasi tutte legate al governo russo.

Dal punto di vista dei Democratici, la campagna Clinton e il DNC hanno collaborato con una spia straniera per assemblare un dossier “fasullo e volgare” su Trump, poi passato all’FBI che l’ha usato per aprire o quanto meno per far decollare l’indagine sui presunti rapporti con la Russia, ottenendo l’autorizzazione a sorvegliare un membro della sua campagna.

I critici del memo – i Democratici, gran parte della stampa mainstream, nonché l’ex direttore dell’FBI licenziato da Trump, James Comey, e il suo vice McCabe – sostengono che la ricostruzione sia “disonesta e fuorviante”, perché redatta dal presidente della Commissione Intelligence, David Nunes, un repubblicano, e parziale, dal momento che non riporta gli altri elementi a supporto della richiesta di sorvegliare Page. Nessuno però contesta la veridicità dei fatti al centro del memo, e cioè che l’FBI ha usato un dossier non verificato e di parte per ottenere un mandato FISA su un collaboratore della campagna Trump e nascosto ai giudici informazioni chiave sulla sua natura. Fatti di per sé sufficienti a confermare i sospetti di parzialità politica dell’indagine di controintelligence dell’FBI sulla campagna Trump e sull’origine del cosiddetto Russiagate.

Un Russiagate che già fa acqua sulla base di un’elementare osservazione di fatti politici. Se infatti Trump è un “fantoccio” messo alla Casa Bianca da Putin, perché la sua amministrazione sta mettendo alle corde il regime iraniano (il principale partner della Russia in Medio Oriente), armando l’Ucraina, aumentando il bilancio della difesa e la produzione interna di energia, e infine rivedendo la dottrina nucleare con lo sviluppo di nuovi missili balistici e missili cruise su cui montare testate nucleari tattiche, come deterrente esplicito verso Russia e Cina?

Il Russiagate, la presunta collusione Trump-Russia ad oggi non supportata da alcuna prova concreta, si sta trasformando in un FBIgate. Questo memo infatti offre uno spaccato di quanto fossero politicizzati FBI e Dipartimento di giustizia durante il secondo mandato di Obama e avvalora la tesi di una burocrazia fedele all’ex presidente e ai Democratici (il cosiddetto “deep state”) ancora all’opera per sabotare e se possibile affondare la presidenza Trump.

Se non (ancora) la prova di una cospirazione, ce n’è abbastanza per allarmare chiunque abbia a cuore la democrazia e il ruolo imparziale delle agenzie chiamate a far rispettare la legge. Come minimo, infatti, siamo di fronte a un chiaro abuso di potere: l’uso contro avversari politici della legge (FISA) che consente di mettere sotto sorveglianza cittadini americani nell’ambito di un’indagine di controintelligence. Per di più nel bel mezzo di una campagna presidenziale e del periodo di transizione. Un danno enorme, auto-inflitto, alla reputazione e alla credibilità dell’FBI.

Chi non riesce a scorgere alcuno scandalo in tutto questo, dovrebbe chiedersi: è accettabile che un’amministrazione uscente possa liberamente usare FBI e Dipartimento di giustizia per favorire la sua parte politica in un’elezione presidenziale, assumendo dossier da essa commissionati contro il candidato avversario e utilizzandoli per ottenere il mandato a intercettare cittadini americani impegnati nella sua campagna, deliberatamente nascondendo alla corte competente origine e autori dei dossier? E’ esattamente quanto accaduto nelle ultime settimane di presidenza Obama.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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