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Da Washington siluro al governo italiano che si getta tra le braccia di Pechino: tempo scaduto per Giuseppi?

Federico Punzi di Federico Punzi, in China Virus, Esteri, Quotidiano, Rubriche, del

L’amministrazione Trump sta cominciando a reagire all’offensiva propagandistica di Pechino che, come da giorni su Atlantico cerchiamo di spiegare con i nostri approfondimenti, mira a riabilitare la sua immagine, a presentarsi come modello di successo nella lotta al coronavirus, a differenza delle inefficienti democrazie occidentali, e a sfruttare la pandemia (ex malo bonum) per spostare a proprio vantaggio gli equilibri del potere globale. Motivo per cui le tensioni tra Pechino e Washington sembrano destinate ad acuirsi nei prossimi mesi, soprattutto se la prima sarà davvero fuori dall’emergenza e proverà ad approfittare delle difficoltà della seconda. “Pechino si sta preparando a usare la crisi per far avanzare la sua strategia economica contro di noi… La Cina sta pianificando di produrre diversi beni in eccesso per inondare i mercati e accrescere la sua quota di mercato” mentre i suoi competitor occidentali sono alle prese con le misure di lockdown, ha scritto Josh Rogin sul Washington Post.

E no, non è nemmeno sfuggito – né è piaciuto – dall’altra parte dell’oceano, vedere che per ingenuità, debolezza, o forse affinità, il governo italiano si è non solo prestato, ma persino fatto megafono di questa operazione. Ci torneremo più avanti.

Ieri è stato il giorno del sorpasso: più decessi da coronavirus in Italia, in meno di un mese, che in Cina in almeno tre mesi di epidemia: realistico? Da quando è iniziata questa emergenza ci chiediamo se siano realistici i numeri dichiarati da Pechino, visto che per almeno un mese dall’inizio dell’epidemia non è stata adottata la minima precauzione e milioni di persone si sono mosse da Wuhan in tutto il Paese (e all’estero) per il Capodanno cinese. Realistico che Xi Jinping abbia rinchiuso 40 milioni di persone e bloccato l’economia, mettendo a rischio almeno due decenni di crescita e le sue quote di export, quando a Wuhan dichiarava, il 23 gennaio, 897 casi e 26 morti?

Per l’Italia ritrovarsi, a emergenza conclusa o attenuta, ad avere più vittime persino del Paese (da 1,5 miliardi di persone) in cui il virus è originato sarà un danno di immagine incalcolabile. Dovrebbe essere una questione di sicurezza nazionale sapere se, o meglio quanto Pechino ha manipolato i suoi numeri, proprio allo scopo di potersi presentare già oggi come modello di successo contro il virus, il Paese che meglio di molte democrazie occidentali lo ha saputo arginare, mostrando quindi la superiorità del suo sistema di potere. Tema a parte – che abbiamo già aperto su Atlantico parlando delle pressioni esercitate da Pechino sull’Oms a gennaio per ritardare la dichiarazione di emergenza, e su cui dovremo tornare – quello del fallimento delle organizzazioni internazionali, come l’Oms appunto, che dovrebbero garantire un controllo terzo e che invece sono condizionate, corrotte e irresponsabili.

Bisogna ricordare poi che l’Italia, e la Lombardia in particolare, ospita una delle più numerose comunità cinesi d’Europa, oltre 300 mila cinesi che lavorano per lo più nel settore tessile e provenienti in larga parte da Wuhan e Wenzhou. Molti di essi, probabilmente migliaia, sono tornati in Cina per le nostre festività o per il Capodanno cinese e sono potuti rientrare in Italia prima che Pechino decretasse il lockdown e che il nostro governo sospendesse i voli. A proposito, qualche domanda politicamente scorretta che sembra nessuno abbia osato fare in questi giorni: dove sono finiti i “nostri” cinesi? Sono i primi ad aver chiuso i loro negozi e ad essersi rinchiusi in casa. Non se n’è ammalato nessuno di coronavirus degli 80 mila residenti in Lombardia? Nemmeno i sintomi per farsi fare un tampone?

Il risarcimento dei danni dovremmo chiedere a Pechino, e invece siamo qui a elogiare il “modello Wuhan”, di cui poco o nulla sappiamo e potremo mai sapere (per esempio quanti zeri vanno aggiunti alle 3 mila vittime dichiarate…), a ringraziare degli “aiuti”, di fatto partecipando come nessun altro Paese occidentale alla campagna propagandistica cinese.

Il problema è che non è solo propaganda, ma anche una partita geopolitica ed economica: la “Via della Seta della salute”, Huawei che si offre di mettere in cloud i nostri ospedali, il blitz sul 5G, il rischio di operazioni predatorie sui nostri asset strategici, sulle nostre imprese indebolite dalla crisi. Un’Opa, insomma, economica e politica, di Xi Jinping sull’Italia. Per debolezza – e complicità dei molti del nostro establishment politico, mediatico ed economico iscritti al “partito cinese” – potremmo scivolare in mani cinesi nell’arco di poche settimane, sia dal punto di vista economico che geopolitico. E Pechino, nonostante non sia ancora fuori dalla sua emergenza sanitaria, sembra crederci.

“La Cina – ha osservato Alberto Forchielli, su Linkiesta – sarà avvantaggiata nel dopo virus nella misura in cui noi coglioni non pensiamo a tutto quello che abbiamo passato. Crediamo alla loro propaganda e nel frattempo accogliamo le 31 tonnellate di materiale medicale che paghiamo comunque a caro prezzo. Paradossalmente sta succedendo proprio questo: prima la Cina ci ha avvelenato e ora ci salva”.

Washington, come dicevamo, sta reagendo già da alcuni giorni all’operazione di Pechino. Di fronte alla faccia tosta con cui esponenti del governo cinese sostengono addirittura la teoria che siano stati gli americani a diffondere il virus a Wuhan, il presidente Trump continua a parlare pubblicamente di “Chinese Virus”. E lo rivendica in conferenza stampa davanti alla giornalista che lo accusa di razzismo:

“It’s not racist at all. No. Not at all. It comes from China. That’s why. It comes from China. I want to be accurate”.

E spiega:

“As you know, China tried to say at one point that it was caused by American soldiers. That can’t happen. It’s not going to happen – not as long as I’m President. It comes from China”.

Da giorni la Casa Bianca ha cominciato a opporsi alla narrazione di Pechino. Il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien ha dichiarato mercoledì scorso che l’iniziale insabbiamento e cattiva gestione da parte delle autorità cinesi “probabilmente è costata alla comunità internazionale due mesi” e aggravato l’epidemia a livello globale. “Se avessimo potuto sequenziare il virus e avere la cooperazione necessaria dalla Cina, se i team dell’Oms e i Cdc Usa fossero stati sul campo, avremmo potuto ridurre drasticamente quello che è successo in Cina e accade nel mondo”. Soprattutto se, come riportato dal South China Morning Post, il primo caso di nuovo coronavirus in Cina risale al 17 novembre scorso.

Ieri il presidente Usa ha parlato di “ripercussioni” contro Pechino: il virus “si sarebbe potuto fermare proprio là da dove è venuto”, ha detto durante una conferenza stampa. “Il mondo sta pagando un prezzo molto alto per quello che hanno fatto”, ha sottolineato riferendosi ai ritardi cinesi nella condivisione delle informazioni sul virus. “Sarebbe stato molto meglio – ha aggiunto – se avessimo conosciuto questa cosa mesi prima”.

Martedì scorso, durante un briefing, in cui tra l’altro ha espresso la sua vicinanza all’Italia, il segretario di Stato Mike Pompeo ha messo in guardia la Cina: arriverà il momento di fare i conti e di valutare come il mondo intero ha risposto, ha detto riferendosi probabilmente non solo al contagio ma anche alla propaganda di Pechino.

“La campagna di disinformazione che stanno conducendo è progettata per scaricare le responsabilità. Ora non è il momento di recriminare. Ora è il momento di risolvere questa pandemia globale e lavorare per ridurre i rischi per gli americani e le persone in tutto il mondo. La mia squadra ha appena parlato al telefono con il nostro ambasciatore in Italia. Il notevole lavoro che il nostro team sta facendo lì per aiutare il popolo italiano renderebbe orgoglioso ogni americano. Lo stiamo facendo in tutto il mondo.

Verrà un giorno in cui andremo a valutare la risposta del mondo intero. Sappiamo che il primo governo a essere a conoscenza del Wuhan Virus è stato il governo cinese. E questo impone una particolare responsabilità di dare l’allarme: ‘Abbiamo un problema, questo è diverso e unico e presenta rischi’. E ci è voluto un tempo incredibilmente lungo perché il mondo fosse informato di questo rischio che stava lì, all’interno della Cina. Faremo i conti quando sarà il momento giusto. Ogni nazione ha la responsabilità di condividere tutti i propri dati, tutte le proprie informazioni in modo tempestivo e preciso… Il Partito Comunista Cinese aveva la responsabilità di farlo non solo per gli americani, gli italiani, i sudcoreani e gli iraniani che ora soffrono, ma anche per il suo stesso popolo”.

La reazione americana però sembra avere come target non solo il governo cinese, ma anche quello italiano. All’Italia il presidente Trump ha espresso solidarietà pubblicando su Twitter un video delle Frecce tricolori, ma al governo italiano stanno arrivando in queste ore segnali dell’irritazione Usa.

Giorni fa Breitbart, un sito che sostiene apertamente Donald Trump, commentando il lancio della “Via della Seta della salute” da un colloquio telefonico tra il premier Conte e il presidente Xi Jinping, aveva letteralmente sfottuto l’Italia credulona, che si beve il “modello Wuhan”.

Ieri, un importante media come Fox News, anch’esso in buoni rapporti con l’amministrazione Trump, ha pubblicato un articolo dal titolo emblematico, “Peggio di una guerra: come il coronavirus si è propagato in Italia fino a un punto di rottura”, in cui tra l’altro sostiene che l’intelligence Usa avrebbe avvertito della pandemia in arrivo dalla Cina il governo italiano, il quale però avrebbe sottovalutato l’allarme. Fox News cita un “esperto di sicurezza di base a Roma, che ha richiesto di mantenere l’anonimato perché non autorizzato a parlare on the record“, secondo cui “rapporti di intelligence allertarono il governo della potenziale pandemia solo pochi giorni dopo che questa si infiltrò in Cina alla fine dello scorso anno. Ma passarono settimane prima che qualsiasi azione seria fosse presa a Roma”. Secondo la fonte, l’idea era che si trattasse di “un problema cinese, che non sarebbe arrivato qui”. Approccio a quanto pare comune a molti Paesi europei, se non tutti.

Fonti dell’intelligence sia italiana sia statunitense contattate ieri pomeriggio dall’agenzia Adnkronos hanno smentito con forza. Ma vero o falso, che attraverso l’Aise il nostro governo era stato allertato, poco importa: il siluro da Washington (o Rome-based?) è stato lanciato e ha colpito il bersaglio.

In serata, la Farnesina ha fatto sapere di un colloquio tra il segretario Pompeo e il ministro Di Maio, senza aggiungere altro. Cordiale Pompeo su Twitter:

“Pleased to speak with Italian Foreign Minister Di Maio today to discuss the strength of our alliance in these trying times. The people of Italy are an example to the world as they face the coronavirus with resolve and resilience”.

Roma è avvertita. A Washington c’è preoccupazione per come la lama cinese affonda nel burro italiano: la propaganda e le forniture di materiale sanitario di Pechino portano con sé tutto il resto, a partire dalla questione 5G per finire con l’adesione al disegno politico.

La guerra mediatica tra Usa e Cina ha registrato un’escalation due giorni fa, quando Pechino ha annunciato che avrebbe ritirato entro dieci giorni le credenziali (in scadenza a fine anno) di alcuni reporter di media Usa come New York Times, Washington Post e Wall Street Journal, alcuni dei quali avevano documento proprio i ritardi della risposta cinese. Dalla Cina arrivano notizie di una lenta ripresa delle attività economiche, il che suggerirebbe che abbiano superato il momento critico, che le restrizioni funzionano e anche l’Occidente in poche settimane può uscirne. Ma quanto c’è di vero? L’espulsione dei giornalisti Usa appare come un segnale di debolezza e ulteriore chiusura. Proprio in questo momento, qualcuno potrebbe supporre che abbia qualcosa da nascondere, o che vuole non sia raccontato. E se non ci fosse alcuna ripresa, né un “modello Wuhan”?

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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