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Da Trump altre bordate contro Pechino e Oms. Mentre in Italia il “partito cinese” vuole resistere

Federico Punzi di Federico Punzi, in China Virus, Esteri, Quotidiano, Rubriche, del

“Yes I have. Yes I have”. Ha ripetuto due volte la sua risposta il presidente Trump nella conferenza stampa di giovedì sera. La domanda era questa:

“Ha visto qualcosa a questo punto che le dà un alto grado di sicurezza che l’Istituto di Virologia di Wuhan sia stato l’origine di questo virus?”

E ha aggiunto subito: “Penso che l’OMS dovrebbe vergognarsi di se stessa, perché è come se fossero l’agenzia di pubbliche relazioni della Cina”.

Due nuove bordate a Pechino e all’Oms lanciate dal presidente Usa, che senza troppi giri di parole dice di aver visto, tra le informazioni raccolte dalla comunità di intelligence, “qualcosa” che indica con “un alto grado di sicurezza” che sia stato proprio un laboratorio di Wuhan l’origine del nuovo coronavirus.

Rispondendo ad un’altra domanda, Trump ha evocato la possibilità che qualcosa sia accaduto deliberatamente. “È accaduta una cosa terribile”, ha detto il presidente: “Che abbiano fatto un errore, o sia cominciato per errore e poi ne hanno fatto un altro, o qualcuno ha fatto qualcosa di proposito… Non capisco come i movimenti di persone non erano permessi nel resto della Cina ma lo erano verso il resto del mondo. È una domanda difficile a cui rispondere per loro”.

E ancora: “È qualcosa che poteva essere contenuto nella sua località di orgine, penso in modo relativamente facile. La Cina è un Paese molto evoluto, potevano contenerlo, o non sono stati capaci o hanno scelto di non farlo”.

In una intervista ristretta nello Studio Ovale, Trump fa capire che in ogni caso è pronto ad una revisione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Diverse opzioni sono sul tavolo come “conseguenze” per Pechino: “Ci sono molte cose che posso fare”. “Stanno costantemente usando le pubbliche relazioni per provare a passare per innocenti”. “Stiamo cercando di capire cosa è successo. Poi decideremo come rispondere”, ha detto ribadendo di poter “fare molto” per impedire a Pechino di sfuggire “alle sue responsabilità”.

Da quando il virus ha colpito duramente anche gli Stati Uniti e Washington ha deciso di reagire all’offensiva propagandistica di Pechino sulla pandemia (di cui abbiamo più volte parlato su Atlantico Quotidiano), altri governi occidentali si sono più o meno esplicitamente associati, esprimendo perplessità e chiedendo un’indagine indipendente su come il virus ha iniziato a diffondersi a Wuhan. Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Australia – queste ultime ricevendo dure rappresaglie verbali da parte di Pechino.

Tra gli attacchi più duri rivolti al presidente cinese Xi Jinping quello della tedesca Bild: “Sei un rischio per il mondo”. “Perché i tuoi laboratori non sono sicuri come le tue prigioni per i prigionieri politici? Non è ‘amicizia’ inviare mascherine in tutto il mondo. È imperialismo dietro un sorriso, è un cavallo di Troia”.

Nelle scorse ore persino la cauta e paludata Bruxelles si è unita al coro di richieste di una inchiesta sull’origine del nuovo coronavirus. Parlando alla Cnbc, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, ha detto che le piacerebbe vedere la Cina lavorare insieme alla Commissione e ad altri Paesi per andare in fondo su come esattamente è iniziato.

Insomma, pare che la narrazione che Pechino ha spinto in queste settimane per presentarsi come modello di successo nella lotta al virus, la politica degli “aiuti” e le reprimende verso i Paesi “ingrati”, non abbiano avuto l’effetto sperato. L’immagine della Cina è in caduta verticale e le critiche stanno montando, non solo negli Stati Uniti e in Australia, ma anche in Europa. Non sarebbe il momento migliore per una Guerra Fredda: la sua mancanza di trasparenza, la sua propaganda e le sue reazioni aggressive stanno ricompattando l’Occidente.

Con una sola eccezione: l’Italia. Il nostro governo è l’unico tra quelli dei grandi Paesi europei, e tra i pochi in Occidente, a non essersi associato alle richieste di chiarimenti, se non alle critiche. Il “partito cinese” nel nostro Paese – che non è, come a qualcuno fa comodo far credere, Di Maio e Dibba – è in altre faccende affaccendato, impegnato a salvare il salvabile del suo potere, come vedremo tra poco.

Ma torniamo alla domanda iniziale: l’origine del virus. “È da gennaio che ripeto che il più probabile punto di partenza della crisi coronavirus è una fuga accidentale dall’Istituto di Virologia cinese a Wuhan”, ha twittato giorni fa Jamie Metzl, membro del comitato consultivo internazionale dell’Oms ed ex membro del Consiglio di sicurezza nazionale Usa. “Poiché la Cina sta ancora insabbiando e bloccando l’accesso, non è possibile dirlo con certezza. Vale il rasoio di Occam”.

In ogni caso, “qualunque sia stata l’origine”, ragiona Metzl, “le attività pericolose e l’insabbiamento delle informazioni in corso in Cina sono alla base di questa crisi”.

Pechino, quindi, ma come Trump anche l’Oms è oggetto delle critiche di Metzl:

“Avrebbe potuto scatenare l’inferno quando la Cina ha negato l’accesso agli esperti dell’Oms in quelle prime settimane critiche. Non avrebbe dovuto inizialmente fare il pappagallo della propaganda cinese e avrebbe sicuramente potuto dare l’allarme prima”.

La prima e a quanto ci risulta unica missione in Cina dell’Oms, per la precisione congiunta Oms-Cina, sull’epidemia è del 16 febbraio (fino al 24, una settimana), con un breve passaggio a Wuhan. Quindi, l’Oms è riuscita a mettere piede in Cina, per una sola settimana, un mese e mezzo dopo il primo allarme del 31 dicembre 2019. Per la precisione, alcuni esperti Oms avevano effettuato una brevissima visita Wuhan il 20 e 21 gennaio. Tutto qui.

Giovedì ha parlato a Sky News il dottor Gauden Galea, rappresentante dell’Oms in Cina, rivelando che “l’organizzazione non è stata ancora invitata da Pechino a prendere parte all’indagine cinese sull’origine del virus, nonostante abbia richiesto di essere inclusa”. Ha confermato che anche gli esperti dell’Oms ritengono che l’origine del virus sia a Wuhan e che sia naturale, non fabbricato. Ciò nonostante, secondo il dottor Galea, i registri di laboratorio “dovrebbero essere parte di un rapporto completo su tutto” riguardo la storia delle origini. Basterebbe, aggiungiamo noi, che Pechino rivelasse l’identità e le condizioni di salute da novembre ad oggi di tutti i ricercatori e dipendenti dei laboratori di Wuhan.

E poi naturalmente Galea giustifica la sua organizzazione: “Sapevamo solo ciò che la Cina ci riportava”. E dal 3 al 16 gennaio, ricorda, i funzionari di Wuhan non hanno riportato alcun nuovo caso di coronavirus rispetto ai 41 già noti: “Possibile che c’erano solo 41 casi in quel periodo di tempo? Penserei di no”.

Il 14 gennaio, come noto, l’Oms ancora negava vi fossero prove di trasmissibilità da uomo a uomo. Solo il 20 diventerà ufficiale, perché annunciato dalla Cina stessa.

Abbiamo quindi un periodo di almeno – vogliamo essere prudenti – 20 giorni di insabbiamento e depistaggi da parte di Pechino, ai danni o con la complicità dell’Oms.

Poi, accade qualcosa forse ancora più grave, su cui è tornato in questi giorni lo stesso presidente americano Trump. Tra il 14 (ma solo dal 20 pubblicamente) e il 23 gennaio il governo cinese adotta le prime misure, tra cui la chiusura di Wuhan (23 gennaio). Non proprio una chiusura totale, dal momento che Pechino sospende i collegamenti e i voli interni, ma non quelli internazionali.

“Perché la Cina ha permesso agli aerei di uscire ma non potevano andare all’interno della Cina? Hanno permesso agli aerei di uscire… e gli aerei escono da Wuhan e vanno dappertutto nel mondo. Vanno in Italia. Sono andati totalmente in Italia, ma andavano dappertutto nel mondo e non volavano all’interno della Cina”.

Perché? Se lo chiede il presidente Trump, mentre in Italia nessuno sembra interessato, né il governo, né le forze politiche, né i media.

In quegli stessi giorni, come riportato già a febbraio dal Wall Street Journal, Pechino esercitava con successo le sue pressioni sull’Oms affinché non dichiarasse già nel meeting del 22-23 gennaio l'”Emergenza di salute pubblica di carattere internazionale” (da non confondere con la dichiarazione di pandemia). La dichiarazione arriverà solo il 30 gennaio, due giorni dopo la visita del direttore Tedros a Pechino. Il governo italiano decide quindi il 31 gennaio di dichiarare l’emergenza sanitaria e di bloccare i voli diretti dalla Cina, nonostante l’Oms continuasse a raccomandare di non farlo, bollando la misura come dannosa e ingiustificata. L’amministrazione Trump vieta l’ingresso negli Stati Uniti agli stranieri passati in Cina negli ultimi 14 giorni. Ovvio che queste misure potevano essere adottate una settimana prima, se l’Oms dietro pressioni di Pechino non avesse ritardato di una settimana nel dichiarare l’emergenza.

Non solo la Cina non ha fermato i voli internazionali. Non ha effettuato screening dei passeggeri in partenza, né ha preso nota dei nomi dei passeggeri provenienti da Wuhan imbarcati sui voli internazionali comunicandoli agli altri Paesi.

Insomma, ci sono elementi a sufficienza per sospettare che, ormai in piena epidemia, avendo accettato di dover chiudere mezzo Paese, con danni enormi all’economia, la leadership di Pechino abbia valutato di non fare nulla perché il contagio non si diffondesse anche nel resto del mondo, e in particolare nei Paesi con i quali ha più collegamenti aerei, come l’Italia.

Solo che il nostro governo, la classe politica e i big dell’informazione sono concentrati su altro in questi giorni. Come ha egregiamente spiegato Mattia Magrassi su Atlantico qualche giorno fa, è iniziata la caccia al capro espiatorio. D’un tratto, i giornali e le stesse forze di maggioranza si sono tutti accorti che i Dpcm firmati da Conte sono non solo liberticidi ma anche incostituzionali e hanno cominciato a criticarlo per quei “pieni poteri” che ormai due mesi fa, non ieri, gli hanno concesso senza battere ciglio. Un calcolo cinico, perché ora che stiamo per entrare nella fase di uscita dall’emergenza sanitaria (e dopo le nomine dei vertici delle società pubbliche…), sperano di cavarsela incolpando Conte e, magari, trovare un sostituto per affrontare la drammatica crisi economica e sociale che abbiamo davanti a noi.

“Mai inteso procedere per via estemporanea, improvvisata e tantomeno solitaria“, ha chiarito Conte nella sua informativa di giovedì scorso alla Camera. Tutte le misure sono state adottate “in concertazione” con i membri del governo e della maggioranza. Insomma, una chiamata in correità di chi, ora, sta cercando di sfilarsi dopo due mesi di Dpcm senza fiatare.

Non poteva che esserci la copertura del Quirinale sull’uso dei Dpcm (che, ricordiamolo, violano la riserva di legge assoluta prevista dalla Costituzione per introdurre limitazioni alle libertà personali per motivi sanitari), come conferma un articolo di Claudio Tito giovedì su Repubblica (L’ombrello del Quirinale sui decreti di Conte, “Costituzione rispettata”). Firmando il decreto-legge dei “pieni poteri”, che ha attribuito cioè carta bianca a Conte per agire via Dpcm, oltre che velocizzare il processo decisionale, il presidente Mattarella si è risparmiato di dover mettere la faccia su ogni sorta di restrizione, anche le più impresentabili.

La copertura presidenziale sull’uso dei Dpcm non equivale però ad una totale copertura politica. Il Quirinale si premura di cancellare le proprie impronte. Come ha ricordato il quirinalista del Corriere Marzio Breda, sempre giovedì, “Mattarella non co-governa e quindi non vuole passare per la balia di Conte”. Certo, avverte il Colle, “chiunque aprisse oggi una crisi senza la prospettiva di formare una nuova compagine, e dunque al buio, si assumerebbe una responsabilità enorme”. Ma il premier non può stare sereno. Quel passaggio infatti significa che Conte è blindato da Mattarella solo fintantoché le attuali forze di maggioranza (e, magari, una new entry…) non concordino sul nome di un sostituto, non trovino cioè quella soluzione “già pronta” senza la quale il presidente non darebbe mai luce verde ad un cambio in corsa.

I catto-dem resistono ma, come ha spiegato Francesco Galietti su Atlantico, non per Conte. Se necessario, “per salvare la legislatura, mettere in sicurezza la successione al Quirinale, ed evitare l’avvento delle destre”, sono pronti a scaricarlo addossandogli la colpa di tutti gli errori della gestione dell’emergenza. Un gioco evidentemente rischioso quello in cui è coinvolto il capo dello Stato. Deve blindare Conte, ma al tempo stesso poterlo mollare senza perdere la faccia quando le condizioni lo permetteranno. E prima che l’opzione bazooka di Mario Draghi, figura avvertita come distante dai catto-dem, divenga inevitabile.

Nel frattempo, sempre giovedì è arrivato da Washington un vero e proprio warning al partito filo-cinese italiano – non solo Conte e i 5 Stelle, ma anche i catto-dem, lo stesso presidente Mattarella, sotto i cui auspici, non va dimenticato, è stato firmato il memorandum per la nuova Via della Seta, e il Vaticano.

“C’è preoccupazione in America per l’avvicinamento dell’Italia alla Cina, per come Pechino userà una potenziale dipendenza da sé per cercare di manipolare il vostro Paese”, ha detto al Corriere Richard Haass, da 17 anni presidente del prestigioso Council on Foreign Relations.

“Avvicinandosi così tanto alla Cina, [il governo italiano] sta gettando i semi per seri problemi nel lungo periodo. Non parlo ovviamente a nome del mio governo, ma chiunque abbia a cuore le relazioni transatlantiche (e abbia a cuore l’Italia), deve chiedersi quanto sia saggio per il vostro governo entrare in questo rapporto così stretto. Niente si fa per niente. Se la Cina aiuta l’Italia, prima o poi verrà l’ora di pagare”.

Attenzione: Haass è tutt’altro che trumpiano, anzi è una voce del Deep State Usa. Membro del Consiglio di sicurezza nazionale di Bush padre, di cui fu assistente speciale, gode di stima bipartisan. E di questi tempi sta velocemente mutando l’atteggiamento dei Democratici, a cui naturalmente guardano i nostri catto-dem, nei confronti della Cina. Il “grande divorzio” tra Cina e Stati Uniti, scrive The National Interest, è arrivato. E nessuno potrà fare finta di niente.

Altre voci, anzi cinguettii, giungono dagli Stati Uniti – dove prosegue l’indagine del procuratore Durham sulle origini dello Spygate e proprio in questi giorni stanno uscendo documenti che scagionano il generale Flynn e inguaiano invece l’FBI di Comey. L’Attorney General William Barr, che ha parlato di recente di “un intero schema di eventi” per sabotare la presidenza Trump, avrebbe un file di 25 mila pagine su alcuni politici italiani (e potrebbe anche trattarsi di gigabyte…).

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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