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Coronavirus, lo strano protocollo Toscana-Cina e l’incognita che allarma ma vietato parlarne: l’Africa

Federico Punzi di Federico Punzi, in China Virus, Politica, Quotidiano, Rubriche, del

Emblematica dell’uso strumentale degli scienziati e della “competenza” da parte della politica è la parabola del virologo Roberto Burioni: da idolo dei “competenti” al governo nella battaglia contro gli antivax, fino all’ultimo bambino non vaccinato, a predicatore nel deserto oggi che il professore sostiene l’isolamento come misura più efficace per impedire la diffusione del coronavirus nel nostro Paese.

Ospite in questi giorni di programmi radiofonici e noti talk show televisivi, non trova più le sponde governative del passato. Burioni è stato uno dei primi e dei pochissimi (in Italia) a dubitare, confortato da autorevoli studi, dell’affidabilità dei numeri ufficiali delle autorità cinesi e dell’Oms. Ieri ha osato denunciare come un “azzardo” sulla pelle dei cittadini la decisione della Regione Toscana di non sottoporre a quarantena i circa 2.500 cinesi che in queste ore stanno rientrando a Firenze e a Prato dalla Cina, in ordine sparso e con voli indiretti, limitandosi a mettere a disposizione un ambulatorio al quale queste persone potranno rivolgersi in caso sopravvengano dei sintomi sospetti (quindi forse quando sarà troppo tardi).

L’ambulatorio è entrato in funzione questa settimana, in uno spazio messo a disposizione dal consolato cinese grazie a un protocollo di collaborazione firmato a Firenze dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e dal console Wang Wengang. La struttura, di proprietà di un cittadino cinese e già attiva come centro medico e diagnostico, sarà ora dedicata “anche” alla valutazione di casi di persone rientrate dalla Cina: alla prima manifestazione dei sintomi, i pazienti potranno rivolgersi al Cup e poi accedere alla struttura, dove saranno visitati ed eventualmente sottoposti al tampone faringeo per il test diagnostico di laboratorio.

Come ricorda Burioni su Medical Facts, in Cina “è in atto una gravissima epidemia, della quale è molto difficile interpretare i numeri. Quelli ufficiali sono molto poco attendibili e istituti molto autorevoli, come l’Imperial College di Londra, stimano che solo una minima parte delle infezioni (il 10 per cento, ndr) venga correttamente diagnosticato”, quindi la Regione Toscana, osserva il virologo, “decide di far correre ai suoi cittadini un rischio evitabile con un minimo disagio per pochissimi di loro”, cioè restando a casa per due settimane.

Sul suo profilo Twitter, Burioni è ancora più polemico in un botta e risposta con il presidente Rossi:

“Il presidente della Regione Toscana, che secondo me sottovaluta il rischio coronavirus, afferma che chi lo critica o è male informato o è fascioleghista. Lo stesso presidente che nella sua regione offre l’omeopatia all’interno del Sistema sanitario nazionale. Complimenti davvero”.

“Dall’omeopatia al coronavirus che è meno pericoloso dell’influenza. Con il presidente della Regione Toscana alla fine tutto torna. Sto rivalutando gli antivax, almeno non avevano responsabilità di governo”.

Il governo ha decretato l’emergenza sanitaria nazionale per il coronavirus, e nominato un commissario ad hoc, quindi appare quanto meno bizzarro che la procedura per gestire i rientri dalla Cina venga lasciata alle valutazioni delle autonomie regionali. Quanto il protocollo toscano si discosta dalle linee guida nazionali? E se non se ne discosta, che bisogno c’era di siglare un protocollo ad hoc tra la Regione e il consolato cinese?

Forse una spiegazione c’è. La “soluzione alla toscana” per questi 2.500 cinesi fa sorgere infatti un inquietante sospetto: che vi fosse un quid pro quo con il ritorno da Wuhan del 17enne italiano Niccolò, bloccato dalle autorità cinesi per alcuni giorni. Può benissimo trattarsi di una coincidenza, ma poche ore dopo il suo atterraggio a Roma, sabato scorso, il presidente Rossi e il console cinese siglavano il protocollo di collaborazione per far tornare senza obbligo di quarantena i 2.500 cinesi. Uno strumento – diciamo inconsueto – e una tempistica piuttosto sospetti.

Ma ora che le misure nei confronti di chi arriva dalla Cina sono state adottate e sembrano funzionare, il vero allarme, di cui naturalmente sembra vietato parlare, si chiama Africa. Com’è noto, il continente è ampiamente impreparato, per stessa ammissione dell’Oms, a diagnosticare ed affrontare il coronavirus. Al momento è buio pesto sulla situazione reale, ma appare davvero improbabile che non vi siano dei casi. L’Africa infatti ospita quasi un milione di cittadini cinesi impegnati nei lavori connessi alle infrastrutture e allo sfruttamento delle risorse minerarie, ed è trascorso almeno un mese e mezzo dall’esplosione dell’epidemia.

Si calcola che circa 1.500 passeggeri in arrivo dalla Cina sbarchino ogni giorno all’aeroporto Bole di Addis Abeba e da qui raggiungano altre destinazioni in Africa, come mostrano alcuni grafici del Brookings Institute.

Ad oggi, le misure adottate negli scali africani sono quelle standard, ovvero la misurazione della temperatura per i passeggeri in transito dalla Cina, ma come sappiamo non si può escludere che i sintomi comincino a manifestarsi anche diversi giorni dopo lo sbarco.

Secondo un reportage della Associated Press dallo Zambia, una delle società che opera nel Paese ha sede proprio a Wuhan e centinaia di persone hanno viaggiato avanti e indietro su quella tratta anche nelle ultime settimane, quando l’emergenza globale non era ancora stata dichiarata (fino al 30 gennaio) e la Cina minimizzava i numeri.

Il timore è che l’assenza fino ad oggi di casi positivi in Africa sia dovuta alla mancanza di test. Martedì scorso, il direttore generale dell’Oms ha annunciato che “entro la fine della settimana”, questo venerdì quindi, 40 Paesi africani avranno la possibilità di testare e diagnosticare il coronavirus. Ottima notizia, la quale però implica che fino ad oggi o a pochi giorni fa (in piena epidemia) quei 40 Paesi non fossero in grado di eseguire test.

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, Egitto, Algeria e Sud Africa sono i Paesi africani più soggetti ad importare casi di coronavirus, ma hanno anche i sistemi sanitari più preparati e meno vulnerabili, mentre Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya corrono minori rischi ma sono meno preparati e più vulnerabili.

“Ho qualche perplessità che i servizi sanitari dei Paesi africani riescano a contenere il contagio”, ha detto all’Ansa la virologa Ilaria Capua. Lo scorso 14 febbraio, al meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, Bill Gates ha avvertito che “l’emergenza sanitaria potrebbe rivelarsi estrema, se dovesse diffondersi in aree come l’Africa sub-sahariana o alcune zone dell’Asia. A quel punto, la situazione diverrebbe drammatica. Se questa malattia arrivasse in Africa, creerebbe molti più danni di quanti non ne faccia in Cina”.

La minaccia per l’Italia (e per l’Europa) è costituita anche dai flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Se ovviamente il maggior numero di ingressi nel nostro Paese dall’Africa avviene per la via meglio controllata, quella dei voli civili, non sono tuttavia trascurabili i numeri degli sbarchi autonomi o via ong. Cosa succede se tra le centinaia di migranti trasportati ogni settimana, e spesso in un solo giorno, dalle navi delle ong anche uno solo ha contratto il coronavirus e quando sbarca non presenta sintomi?

Non bisogna dimenticare che non si tratta di Ebola, i cui sintomi non permetterebbero ad una persona infetta di avventurarsi in un viaggio come quello dei migranti che si imbarcano in Libia verso l’Italia, ma di un virus con sintomi iniziali anche molto lievi, simili a quelli dell’influenza e del raffreddore. Dato il periodo di incubazione fino a due settimane, uno o più migranti che sbarcano potrebbero essere contagiati ma presentarsi in perfetta salute ai controlli per poi ammalarsi diversi giorni dopo, chissà dove, infettando altre persone e innescando una catena di contagi a cui sarebbe difficilissimo risalire. Alcuni studi pubblicati recentemente su autorevoli riviste scientifiche indicano anche la possibilità di trasmissione del virus durante il periodo di incubazione, da persone asintomatiche o che presentano sintomi minimi, difficilmente rilevabili dai normali controlli.

Dunque, non è esagerato chiedere quali siano le valutazioni fatte in merito dal Ministero della salute e dal commissario straordinario, se e quali più stringenti misure siano state o verranno adottate, mentre il governo sta pensando, al contrario, con infelice tempismo, di smantellare i decreti sicurezza.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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