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Coronavirus e George Floyd, assalto a Trump: la sinistra disposta a ballare sopra le macerie pur di vincere

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo commento di Luca Marfé, giornalista del Mattino

Oramai è chiarissimo: i Democratici ci stanno provando. Prima il coronavirus, poi la morte di George Floyd: è tutta colpa di Donald Trump. Nel primo caso, qualche ragione ce l’hanno. I tentennamenti del presidente, infatti, non soltanto hanno trasmesso un messaggio confuso alla nazione, ma hanno a tratti addirittura ridicolizzato la faccenda pandemia tuttora invece drammatica. Sono credibili fino a un certo punto, però: perché quando Trump aveva fiutato per primo il pericolo, tuonando la chiusura dei voli da e per la Cina, la cosa migliore che sia venuta loro in mente di fare è stata accusarlo di razzismo.

Razzismo che ritorna nell’assurda vicenda Floyd. Nero, soffocato dal ginocchio di un poliziotto che lo ha tenuto schiacciato faccia e asfalto per più di otto lunghissimi minuti. La scena è quella di Minneapolis, lo Stato è quello del Minnesota, sindaco e governatore sono entrambi Democratici. Ora: che Trump non abbia mai fatto nulla per scacciare da sé i suprematisti bianchi e in generale un certo sentimento discriminatorio è un fatto provato, è persino già storia di quelle che sono state le elezioni del 2016 e di quelle che saranno le elezioni di quest’anno. Ma da qui a trasformarlo in imputato ce ne passa. E da qui a trasformare un episodio, seppur gravissimo, nell’occasione ghiotta per destabilizzare un Paese, ce ne passa ancora di più. Con tutti i rischi che comporta. Rischi che qualcuno traccia già, con un’espressione che può apparire di primo acchito eccessiva, ma che in realtà non lo è: guerra civile. Manifestare contro le ingiustizie, specie le più odiose come quelle razziali, è sacrosanto. Sfasciare, saccheggiare e rubare è sbagliato.

È il contrario della libertà, della sicurezza e dello stato di diritto su cui si fondano gli stessi Stati Uniti d’America. E guarda caso le proteste dilagano proprio negli Stati a guida democratica. Là, cioè, dove dovrebbe essere naturale imputare le colpe agli amministratori locali e dove invece, evidentemente, gli amministratori locali lasciano mano libera al caos purché possa arrivare fino a Washington, fino alle porte della Casa Bianca.

Perché tutto questo? Perché c’è il vuoto di un candidato inutile, di un Joe Biden che non impressiona nessuno, e che ha bisogno dunque, oltre che di Obama, di essere colmato con l’arte della crisi scatenata ad arte. Due errori su tutti. Il primo: è troppo presto. Il voto di novembre è paradossalmente ancora lontano e a sinistra non possono pensare di riuscire a “dilatare” la morte di George Floyd per cinque mesi. Il secondo: da destra a sinistra, giusto o sbagliato che sia, ciò che sta veramente a cuore agli americani è l’economia. E qualsiasi forma di economia, in condizioni del genere, è semplicemente impossibile. Naturale, quindi, che gli elettori guardino a Trump come al restauratore della legge, dell’ordine e dei record che, a detta dei numeri e non delle narrazioni di parte, era riuscito a mettere in cassaforte negli ultimi tre anni. Non si vincono le elezioni così, sperando di ballare sopra le macerie. Non si mette a repentaglio la tenuta di un Paese per i propri, in fondo miserabili, interessi politici.

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