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Conte porta a casa il “pacco”: sul tavolo c’è solo il Mes, Recovery Fund una carota a babbo morto

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Ci vuole una faccia di bronzo, un’arroganza, almeno pari a quella di Pechino nel provare a riscrivere la storia della pandemia da coronavirus, per presentare come un successo del governo italiano il Consiglio europeo di ieri e, in particolare, il Recovery Fund. Per due motivi fondamentali. Primo, quest’ultimo è un’idea franco-tedesca. Secondo, ad oggi è un impegno, un progetto ancora da scrivere, su cui restano divisioni nette tra i governi e un negoziato tutto in salita, appena agli inizi. C’è accordo praticamente solo sul nome di questo strumento, non su come finanziarlo, come ha spiegato la cancelliera Merkel, se con grants o loans, con sovvenzioni a fondo perduto o prestiti, né sull’ammontare complessivo, sulle finalità, né su modalità e tempi di distribuzione e di rimborso dei prestiti. Quisquilie, insomma… Nemmeno l’ombra, ovviamente, di eurobond e mutualizzazione del debito. Rispetto alle fanfare del presidente del Consiglio Conte sui “grandi progressi impensabili”, più oneste le parole della Merkel (i leader Ue “non hanno concordato su ogni punto, ma sono stati d’accordo nel lavorare insieme”) e del presidente francese Macron (“il disaccordo fra gli Stati permane”).

C’è però una certezza riguardo al RF, e cioè che il fondo sarà “collegato” al bilancio Ue per i prossimi sette anni. Il che però per il nostro Paese nasconde una insidia non da poco: essendo contributori netti del bilancio Ue, potremmo esserlo anche del RF. In parole povere, potremmo scoprire di doverci mettere più soldi di quanti ne prenderemo. Chiaro comunque che come il bilancio Ue, il fondo dovrà essere finanziato tramite il contributo netto di alcuni Paesi a favore di altri, precettori netti. Quando la Merkel dice che Berlino è “pronta a maggiori contributi in spirito di solidarietà” si riferisce a questo. Ma anche il RF potrebbe non essere privo di “condizionalità”, sebbene non così stringenti come il Mes, come hanno fatto capire ieri la stessa Merkel (se dobbiamo versare più contributi al bilancio per salvarvi, discutiamo insieme anche di tasse e spese), e il primo ministro olandese Rutte (la solidarietà implica chiedere cosa farete per non averne bisogno la prossima volta).

In pratica, il Consiglio europeo ha approvato il pacchetto dell’Eurogruppo (Mes, Bei, SURE), stabilendo che sia operativo dal primo giugno, e confermato l’impegno a lavorare sul Recovery Fund. Si tratta quindi, per ora, di 540 miliardi di prestiti, da dividere tra 27 Paesi, mentre tutto il resto del mondo avanzato – Stati Uniti, Regno Unito e Giappone – sta già da settimane monetizzando il debito emesso per far fronte all’emergenza pandemia attraverso le banche centrali.

Ed il pacchetto è lo stesso del 7 aprile, nulla di più o di diverso, quindi sono stati persi 16 giorni in trattative inutili. E se ne perderanno ancora, dal momento che i leader Ue, a cui l’Eurogruppo aveva chiesto di sciogliere i nodi e definire le linee guida del Recovery Fund, hanno passato il cerino alla Commissione europea, che dovrà presentare una proposta entro il 6 maggio, a sentire il premier Conte, o il 13 secondo altri (nel frattempo, il 5 sarà arrivata la decisione della Corte di Karlsruhe sul QE). Poi, sulla base di quella proposta, riprenderanno le trattative tra gli Stati membri, quindi serviranno come minimo un altro Eurogruppo e un altro Consiglio europeo – probabilmente a Bruxelles, non in videoconferenza, quando il coronavirus lo permetterà. Sul nodo principale, grants o loans, ovviamente Italia, Francia e Spagna premono per i primi, i Paesi del centro e nord Europa per i secondi. La presidente Von der Leyen ha parlato di “giusto equilibrio”.

Tempi lunghi, insomma, che rischiano di prolungarsi ulteriormente a causa del collegamento del RF con il bilancio Ue. Infatti, una volta che tutto sarà definito, e serviranno probabilmente ancora settimane, se non mesi, su un tetto di bilancio Ue più alto si dovranno esprimere i parlamenti nazionali.

Durante il Consiglio il premier Conte avrebbe spinto per una “soluzione ponte” della Commissione in modo che le risorse del RF fossero anticipate già quest’anno. La risposta è arrivata dalla Von der Leyen in conferenza stampa: “Studieremo, ma abbiamo tempo grazie a 3.300 miliardi già stanziati da Stati membri e istituzioni Ue”. Insomma, vi faremo sapere…

In pratica, dopo aver perso settimane puntando su due obiettivi irrealistici (prima il Mes senza condizioni, poi i coronabond, entrambi contrari ai Trattati), e dal nostro punto di vista nemmeno desiderabili, Conte e Gualtieri vorrebbero far credere di aver portato a casa un Recovery Fund tutto da definire, che rischia di partire nel 2021, e che comunque è il topolino partorito da Parigi e Berlino per uscire dal cul de sac nel quale erano finiti. Un negoziato, va inoltre ricordato, condotto e concluso (almeno sul pacchetto Mes-Bei-SURE) senza che il Parlamento abbia potuto votare un solo atto di indirizzo. Per una decisione senza precedenti della maggioranza, non si sono svolte questa settimana le comunicazioni del presidente del Consiglio previste di norma prima di ogni riunione del Consiglio europeo, secondo quanto previsto dalla legge 234 del 2012 (art. 4, comma 1). Formalmente l’informativa di martedì ha infatti riguardato genericamente le iniziative del governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus e quindi le Camere non hanno potuto votare atti di indirizzo. L’ennesima conferma di un clima da democrazia sospesa.

Insomma, a quasi due mesi dal lockdown, il governo italiano non ha ancora messo un euro vero nelle tasche di famiglie e imprese nell’illusione di poter moltiplicare pani e pesci in Europa, il che ovviamente non è avvenuto, né era sensato aspettarsi che avvenisse, e torna a casa non con un pugno di mosche (magari!), ma stringendo un cactus pieno di spine nel pugno: l’unico strumento di accesso relativamente rapido sul tavolo è il Mes, cioè l’unico che fin dall’inizio andava tolto di mezzo, nemmeno nominato. Se non altro, per l’ovvia ragione per cui prenderlo in considerazione significa lanciare ai mercati un allarme, quanto meno prematuro, sul nostro debito, essendo un meccanismo concepito per stati a rischio default. Ma ora, essendoci solo quello, saranno ancora più forti le pressioni dei soliti ambienti politici, mediatici e accademici per accedere al prestito del Mes sanitario, in attesa – ci spiegheranno – del Recovery Fund. Un osso gettato al Parlamento per abbindolare i recalcitranti.

E la Bce? Non che potessimo andare a chiedere esplicitamente che i nostri titoli a lunga scadenza fossero acquistati sul primario dalla Banca centrale europea, si tratterebbe di una smaccata mutualizzazione del debito. Ma è chiaro che questa crisi, se c’è ancora il whatever it takes pur di salvare l’euro (il che non è scontato), la può risolvere solo la Bce (con i tedeschi disposti a chiudere un occhio per qualche mese).

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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