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Come Pechino, anche Teheran cerca di riscrivere la storia della pandemia a colpi di propaganda

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In Medio Oriente l’Iran è il Paese più colpito dall’epidemia di Covid-19. I rapporti ufficiali il 10 aprile dichiaravano 4.232 decessi e 68.192 persone contagiate. Ma il direttore delle operazioni d’emergenza dell’OMS, dottor Rick Brennan, ritiene che il numero reale dei morti potrebbe essere addirittura cinque volte più elevato. Il sistema sanitario del Paese è carente anche in tempi normali: ci sono solo 0,2 posti letto e un medico ogni mille abitanti. Anche i farmaci e i presidi medici scarseggiano. Teheran ne dà la colpa alle sanzioni imposte al Paese dagli Stati Uniti, benché queste non riguardino medicinali e generi di prima necessità. Francia, Gran Bretagna e Germania il 31 marzo hanno provveduto a un primo invio di farmaci ed equipaggiamenti sanitari mettendo in funzione il sistema Instex di transazioni creato all’inizio del 2019 per commerciare con l’Iran nonostante le sanzioni Usa.

Come il regime cinese, anche quello degli ayatollah prova a riscrivere la storia della pandemia agli occhi dei propri cittadini e del mondo. Pechino sostiene che il virus è stato creato negli Stati Uniti per colpire l’economia cinese e accusa Washington di aver infettato Wuhan con il virus, portato in Cina dai soldati che a ottobre hanno partecipato ai Military World Games. Teheran afferma di non avere mezzi sufficienti per curare chi si ammala per colpa delle sanzioni. In entrambi i casi a dar loro man forte si presta, come sempre, il fronte interno antioccidentale, con i suoi militanti arruolati in gran numero nei mass media, nelle accademie e nelle organizzazioni non governative.

Tra le manovre di propaganda lanciate in Iran, l’agenzia di stampa Iran Front Page News, il 1° aprile ha segnalato quella ideata dagli studenti universitari membri volontari del Basij, la forza paramilitare creata dall’ayatollah Komeini nel 1979, l’anno della rivoluzione.

Di che cosa si tratta lo ha spiegato Ali Kian, esponente dell’Organizzazione degli studenti Basij. Mossi a pietà dopo aver visto le “dolorose condizioni” in cui versano le “frange più vulnerabili” del popolo degli Stati Uniti, a causa del modo in cui il loro governo gestisce l’epidemia, gli studenti hanno preparato un carico di forniture mediche e sanitarie di loro produzione e il 31 marzo, festa della Repubblica Islamica, su due camion le hanno recapitate all’ambasciata svizzera di Teheran, rappresentante degli Usa in Iran. 

Ragazzi in buona fede, ignari di come effettivamente funziona la sanità negli Usa, dei provvedimenti adottati contro il coronavirus, della reale situazione sanitaria del loro Paese? Oppure in mala fede, essendone a conoscenza? Sta di fatto che quei “bravi ragazzi” dicono di voler aiutare gli Stati Uniti a combattere l’epidemia e si raccomandano che il loro materiale sanitario venga distribuito ai cittadini americani privi di coperture mediche e assicurazione, in particolare nella zona di New York. Intervistato dall’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Fars, Ali Kian inoltre ha detto che gli studenti, preoccupati che la loro iniziativa caritatevole vada a buon fine, hanno scritto al ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif chiedendogli di impegnarsi a livello diplomatico affinché gli aiuti arrivino a destinazione.

In diverse province del Paese i giovani membri del Basij dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 hanno iniziato a fabbricare presidi sanitari: vari tipi di mascherine, disinfettante, visiere, camici, assorbenti. Nella lettera indirizzata al ministro degli esteri gli studenti hanno sottolineato i risultati ottenuti. Dicono di aver prodotto più di 200.000 mascherine e migliaia di litri di disinfettanti al giorno che sono stati distribuiti negli ospedali e alla popolazione, specialmente nelle aree più povere del paese. Inoltre hanno citato un rapporto del Ministero della sanità che indica una costante diminuzione dei casi in tutto il Paese e spiegano che per questo hanno deciso di donare una parte del materiale di loro produzione ai cittadini americani, certi che questo non crea problemi al fabbisogno interno. 

Il carico, gli studenti specificano nella lettera, “è stato opportunamente sterilizzato e contiene anche un messaggio umanitario” rivolto al popolo americano. Sarebbe interessante sapere che cosa hanno scritto. La vicenda richiama alla mente certa propaganda sovietica antiamericana, nei Paesi oltre cortina, durante la guerra fredda. Succedeva che degli insegnanti raccontassero a scuola che i bambini negli Stati Uniti erano molto poveri, tanto da non possedere neanche un giocattolo. Quindi facevano appello al buon cuore degli allievi, chiedevano loro di rinunciare a un gioco per donarlo ai loro coetanei americani meno fortunati! I giocattoli, dicevano, sarebbero stati portati negli Stati Uniti e distribuiti. Inutile dire che invece venivano buttati via o lasciati a impolverarsi in qualche magazzino.

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Anna Bono

Storia e istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice di “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” (Edizioni Segno).

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