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Cinquanta sfumature di tricolore: l’unicità e la irriducibile diversità italiana

Avatar di Roberto Ezio Pozzo, in Cultura, Quotidiano, del

Cinquanta sfumature di tricolore, potremmo dire. Ma cinquanta sono fin troppo poche. Il nostro Paese è certamente tra i più difficilmente definibili al mondo e ciò accade da sempre e con qualsiasi governo. Il motivo per cui l’Italia costituisca un unicum in tutta Europa, e forse non solo in essa, dipende da molti fattori geografici, politici e sociali che ne condizionano pesantemente ogni ipotesi di vera omologazione e sintonia empatica con le altre nazioni di cui si compone l’Unione europea.

Siamo diversi: che si parli, come accade spesso in questi giorni, di meteorologia e clima, oppure si dibatta sul futuro della nostra permanenza in Europa, l’Italia forma una specie a sé stante. A proposito del tempo atmosferico, un famoso meteorologo inglese, Alan Watts, efficacemente descrive la difficoltà di elaborare previsioni del tempo in Italia con una frase: “È difficile fare previsioni in un Paese che ha la testa nelle Alpi ed i piedi in Africa”. Vero e facilmente riscontrabile, in un quadro che non trova uguali in tutto il continente europeo. Da noi, il tempo cambia in modo drammatico soltanto percorrendo un centinaio di chilometri, per motivi principalmente orografici e legati all’unicità della disposizione del nostro mare, che influenza come in nessun’altra nazione mediterranea il nostro clima. Le nostre previsioni del tempo sono necessariamente assai più complesse di quelle degli altri Paesi europei.

Ma non è soltanto la configurazione fisica ed orografica italiana a distaccarci dai nostri confinanti, essendo cosa ben consolidata che l’Italia abbia assai meno da spartire anche soltanto coi Paesi confinanti di quanto non accada a quest’ultimi tra di loro. Basterebbe pensare alla nostra lingua che, tranne qualche assonanza con la parlata della penisola iberica, ha ben poche radici comuni rispetto a quelle mitteleuropee o quelle balcaniche e slave, che assai più s’assomigliano tra loro. Tralasciando le facili ed un po’ retoriche considerazioni sulla pretesa nobiltà della lingua italiana, per quanto in gran parte derivante dall’antica Roma, è dato di fatto che per essere compresi, parlando italiano, trovandosi in Germania oppure in Inghilterra o persino nella vicinissima Francia, si debba ricorrere al linguaggio dei segni. Per fortuna c’è l’inglese a permetterci (sempre che lo si conosca e parli bene) di avere rapporti con gli altri Paesi europei. Loro non fanno sconti: o parli bene, oppure ti dicono di non comprendere, e buona notte. Le ragioni della diffusione planetaria della lingua inglese sono molteplici, ma basti considerare la più efficace: l’Inghilterra è stata nei secoli, ed in parte rimane, il più autoritario Paese colonialista al mondo ed il meno propenso all’integrazione attiva o passiva. O s’imparava l’inglese o s’imparava l’inglese, sennò fuori dalle scatole. Poveretti noi che, per meno di 40 anni, abbiamo pensato di colonizzare parte del Nordafrica e dell’Albania, nel sogno effimero di un Impero che tale non fu mai e che ci portò, al netto di episodi d’indimenticabile eroismo individuale, a prendere legnate pure dai popoli che volevamo in qualche modo sottomettere. Pochi anziani somali e qualche albanese (perlopiù autodidatta tramite la nostra tv) conoscono qualche parola italiana e sono in grado d’esprimere nella nostra lingua una qualche frase di senso compiuto. Per il resto del mondo intero, parlare italiano è del tutto inutile, perché l’unico italiano conosciuto all’estero è relativo alle pizze o qualche specialità gastronomica, mentre noi impariamo ed utilizziamo quotidianamente termini stranieri come se i nostri non bastassero. In Europa, e soprattutto nelle sue sedi istituzionali comunitarie, l’italiano non è minimamente contemplato. Diamoci pure delle arie quando vorremmo riferirci al luogo dove nacque la prima forma di Comunità europea, ossia Roma, o parlando dei cosiddetti padri fondatori della stessa, primo fra tutti Alcide De Gasperi (di madre lingua tedesca e nato sotto l’Impero Austro Ungarico). Di vocazione europea ne abbiamo sempre avuta pochissima nei secoli e, puntualmente, ogni volta che abbiamo pensato di allearci con qualche nazione vicina, è finita malissimo per noi e sentendoci dire “italiani qua, italiani là…”. Se tale scarso feeling rappresenti un bene oppure una iattura, è questione d’opinione e d’appartenenza ideologica, ma è e probabilmente rimarrà un dato di fatto, se non s’intenda stravolgere forzosamente la nostra più intima natura.

Si pensi, ad esempio, con quanta nonchalance riescano a convivere benissimo in Svizzera, con piena solidarietà e collaborazione reciproca, tra i diversi cantoni di lingue diverse che compongono la Confederazione. Siamo sinceri, sarà mai possibile far convivere serenamente le nostre Regioni del Nord con quelle del Sud? Siamo forse poco italiani e troppo regionali? Probabilmente sì, come è altrettanto probabile che la collocazione storica della grande industria al nord e del latifondo agricolo nel nostro meridione hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale fino ad anni recentissimi, quando non abbiano operato una vera e propria cesura, tra due Italie diverse, a due velocità e quasi mai coese e collaboranti tra loro. Ma questo siamo noi, ci piaccia meno, ed è francamente illusoria l’idea di rinfocolare sentimenti unitari tra italiani che soltanto retoricamente vorremmo vedere uniti. Non si dimentichi, inoltre, che l’Unità d’Italia venne imposta con le armi, e non è considerazione di poco conto, e ben più della maggioranza degli abitanti dell’Italia pre-unitaria non la voleva affatto.

Cosa, dunque, potrebbe davvero unire gli italiani? La risposta la conosciamo e non vogliamo nemmeno considerarla: la guerra o una catastrofe di identiche proporzioni. Soltanto nei momenti in cui la sopravvivenza fisica ed immediata è preminente rispetto alla politica, alle opinioni personali, alle ideologie stesse, una vera unione (benché limitata nel tempo e strumentale) sarebbe ancora possibile senza imposizioni dall’alto. Manteniamoci pure serenamente le nostre divisioni, le nostre mille sfumature e la nostra diffidenza reciproca tra Nord e Sud perché difficilmente sapremmo unirci se non nelle medesime circostanze che fortemente ci unirono in passato. E pure i nostri troppi partiti e partitini, che a molti paiono una forma di disgregazione sociale, probabilmente ci sopravviveranno, magari sotto forma di ben delineate correnti interne ai partiti, alla faccia di un bipolarismo che mai ci appartenne ideologicamente e storicamente e che mai ci riuscì davvero di attuare efficacemente. Ma ciò non faccia scandalo né ci faccia scimmiottare altre nazioni europee troppo dissimili a noi. Questa è Italia e possiamo amarla anche per questo, pretendendo rispetto per le nostre più profonde radici culturali e sociali. È la nostra Storia, e non la loro, anche se da sempre inglesi, francesi, tedeschi e persino americani abbiano il vezzo di scrivere sulla nostra storia, cosa che, di solito, noi ci asteniamo da fare.

Giova ricordare, infine, che quando fummo davvero uniti avevamo il fucile in mano oppure eravamo rinchiusi nelle carceri del nemico. Già… il nemico. Qual è il nemico oggigiorno? Chi lo sa di preciso? Quanto facilmente l’etichetta “nemico” passa sulla bandiera di questo o di quello Stato? Adesso è tutto molto più complesso, rispetto a quando più immediato e certo appariva il nemico del tempo di guerra, e quando, perlomeno, tutti si desiderava concordemente che la guerra finisse e la guerra, prima o poi, finiva davvero e si ricominciava daccapo.

Ecco perché noi italiani siamo unici al mondo. Non è facile capirci e talvolta non ci capiamo molto nemmeno tra noi. Facile sottovalutarci, per cui si tenta spesso di metterci sotto, ma, alla fine, siamo un osso duro, troppo duro per sorbitori di zuppe variopinte e persino per i divoratori di coriacee bistecche d’oltreoceano. Anche senza essere dei campioni di coesione tra noi, pure essendo, ammettiamolo, un po’ meno austeri ed autorevoli di altri (che, alla fine, sanno soltanto vendersi meglio di noi) e pure non avendo tutta questa propensione a costruire case comuni. Siamo italiani, fatti a modo nostro, mai entusiasti dei nostri vicini di casa, se non per brevi periodi e per cose di poco conto. Ma perché mai dobbiamo sempre essere noi ad adeguarci ad altri? Per quale oscura ragione di diritto internazionale dobbiamo mettere il nostro ambito legislativo in posizione subordinata al diritto europeo e chiedere il nulla osta preventivo prima di decidere delle nostre questioni interne? Vogliamo decisioni veloci, efficienti, immediatamente esecutive? Ebbene, il nostro attuale sistema normativo e decisorio non le favorisce affatto. Se tutto ciò va bene per rispetto all’Europa, vada altrettanto bene anche quando si decide in nostro nome, inaudita altera parte e senza conoscere affatto le circostanze uniche fanno unico il nostro Paese.

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Roberto Ezio Pozzo


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