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La santa romana società: come la Chiesa ha difeso i suoi beni dal Risorgimento all’Ici

Avatar di Pierluigi Dimitri, in Politica, Quotidiano, del

Dalle Leggi Siccardi alla Conciliazione, così la santa romana società si è tenuta stretta i beni e adesso prospera nell’Italia repubblicana.

C’è stato un tempo, non così lontano, in cui la Chiesa ha rischiato di perdere moltissimo, ma non si è arresa e ha saputo riformarsi, sfruttando le pieghe e le lacune dell’ordinamento del giovanissimo Stato unitario pur di salvare il salvabile e ripartire.

La politica italiana della seconda metà dell’Ottocento era profondamente diversa da quella di oggi. Non si stupisca nessuno se, proprio alla Camera dei deputati, Francesco Crispi tuonava contro la Chiesa assieme a numerosi politici liberali, denunciando aggressivamente come le leggi cosiddette “eversive”, le quali avrebbero dovuto sopprimere il patrimonio ecclesiastico, non stessero producendo alcun frutto concreto. Impotente fu soprattutto la legge n. 3848 del 1867 per la soppressione delle corporazioni religiose.

Il professor Carlo Cardia, nel suo saggio intitolato Risorgimento e religione”, analizza attentamente questo importantissimo passaggio storico, da molti trascurato: inizialmente nessuno sembrava accorgersene, perché lo spopolamento dei conventi vi era stato, i religiosi erano apparsi rassegnati e rispettosi delle autorità dello Stato italiano. I commissari del Regno, incaricati della liquidazione del patrimonio ecclesiastico, si presentavano nei conventi, consegnavano i libretti della pensione governativa ai religiosi e procedevano all’inventario dei beni. Fu allora che la Chiesa non si disperse, né si lasciò isolare, e i suoi fedeli incominciarono a servirsi di numerosi espedienti.

L’ordinamento del Regno d’Italia non impediva di per sé l’esistenza degli ordini religiosi o, in generale, la vita comune degli ecclesiastici; ma proibiva la personalità giuridica e l’accumulo dei beni. Di qui la necessità di utilizzare l’associazionismo e il cooperativismo come strumenti privilegiati per ridurre il danno.

Molte chiese convenutali, lasciate aperte, venivano affidate ai religiosi per celebrare i culti, ma questi cercavano di riottenere pian piano una serie di locali nei quali ristabilire e far crescere la comunità religiosa. Altri immobili convenutali, invece, venivano riacquistati alle aste da singoli religiosi o da prestanome. Proprio con questa modalità Gesuiti, Cappuccini, Camaldolesi, Benedettini e Carmelitani riacquistavano case generalizie e conventi.

Per quanto riguarda invece i nuovi ordini religiosi e le nuove comunità, si ricorreva alla costituzione di società private, nelle quali il numero dei soci poteva essere sostituito da altri. Vi è poi l’interessante caso delle abbazie e delle basiliche riconosciute come monumento nazionale e date in custodia ai monaci (Montecassino, Subiaco, Cava dei Tirreni, San Paolo fuori le Mura).

Un altro congegno giuridico rilevante evidenziato da Carlo Cardia fu quello della società anonima per azioni (non riconducibile ad una proprietà unica e stabile), alla quale venivano intestati gli immobili ecclesiastici. Si ricordano gli esempi più famosi come il Pontificio Istituto Missioni Estere, Società anonima San Giuseppe, Società anonima San Pietro, Società anonima Proprietà Fondiaria. Molti istituti religiosi (soprattutto femminili), riuscivano a sopravvivere perché costituivano associazioni pie o per diverse specificità giuridiche, anche fittizie. Tra gli artifizi più usati vi era quello di far figurare le novizie come normali inservienti per i servizi del monastero. Uno dei casi più interessanti è quello dei Trappisti di Roma, i quali fondarono nel 1874 la Società agricola delle Tre Fontane. Sempre a Roma, i Fatebenefratelli restarono nell’ospedale sull’Isola Tiberina, rinunciando ad ogni proprietà e figurando come membri di una libera associazione ospedaliera. Don Bosco, per non far apparire i Salesiani come un ordine religioso, rispettava le leggi civili e stipulava convenzioni con i comuni per ottenere in uso gli immobili necessari per i collegi. Ognuno nell’entrare nella “congregazione-società” si impegnava a non perdere il diritto civile e all’osservanza delle leggi civili per la successione ereditaria e per eventuali liti giudiziarie. I Rosminiani non hanno mai ottenuto un riconoscimento giuridico da parte del governo, e anche qui la forma preferita fu quella dell’associazione privata di cittadini, i quali erano singolarmente proprietari degli immobili, e alla loro morte li lasciavano in eredità ad altri religiosi che pagavano regolarmente la tassa di successione.

La Chiesa, intesa soprattutto come comunità di fedeli, non aspettò la Conciliazione del 1929, ma si riorganizzò in fretta con spirito imprenditoriale. Soprattutto nelle regioni del Nord, per sovvenzionare le numerose opere (scuole cattoliche in primis), vennero fondati importanti istituti finanziari e alcune casse rurali: la Banca di Valle Camonica (1872), la Banca San Paolo (1888), il Banco di Sant’Ambrogio. La distribuzione degli utili era riferita solo parzialmente agli azionisti: la parte maggiore venne destinata alle opere religiose, assistenziali ed educative.

Come vedete, la santa romana società nasceva e resisteva dopo le Leggi Siccardi e, soprattutto, dopo le leggi cosiddette “eversive”, ben prima dei Patti Lateranensi del 1929, i quali sono stati consacrati persino all’art. 7 della Costituzione repubblicana, baluardo del laicismo – ma dove? – e dell’antifascismo. Chiesa ha fatto rima con impresa – no, non è stato affatto un male – rimanendo santa e cattolica, mentre noi cittadini italiani, invece, solo cattocomunisti che hanno dimenticato il 20 settembre.

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Pierluigi Dimitri


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