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Chi ha vinto e chi ha perso: la mano vincente di Renzi, gli errori di Conte e Zingaretti

di Franco Carinci, in Politica, Quotidiano, del

Bisogna riconoscere che, come nel gioco più amato dal popolo italiano, il calcio, anche nel gioco politico, il successo è spesso frutto del fatto che uno è più bravo anche perché l’altro lo è meno. Così è stato nel capitolo finale del governo giallorosso, con un duello all’ultimo sangue fra il trio 5 Stelle-Pd-Leu e Italia Viva. Senza alcun dubbio è quest’ultima ad uscire vincente, per la straordinaria abilità tattica del suo leader, Renzi, che ha capito che quello delle elezioni anticipate era solo un bluff. Chi lo agitava, come il Pd, non poteva certo considerarle una condivisibile via di fuga, specie in presenza della discesa in campo di Conte, capace di sottrargli un buon terzo del suo elettorato. Ma in ogni caso il Pd non poteva certo sostituirsi all’inquilino del Quirinale, che era notoriamente contrario allo scioglimento del Parlamento, anche per impedire una vittoria del centrodestra, tale da rompere la consolidata continuità di presidenti della Repubblica strabici a sinistra; certo, però, con una ottima giustificazione per la concorrente e cumulativa crisi sanitaria ed economico-sociale, come avrebbe spiegato ampiamente nell’ultimo intervento, in cui si riservava di dare l’incarico per un governo di alto profilo.

D’altronde, la difesa ad oltranza di un Conte ter, definito come il punto più avanzato dell’equilibrio fra i tre partiti rimasti orfani di Italia Viva, con il pressing per l’emersione di un gruppo di senatori responsabili condotto come se fosse a portata di mano, di per sé smentiva quel bluff, anche agli occhi dei candidati del centrodestra eventualmente disponibili, confermando loro la sicura sopravvivenza della legislatura.

Non è possibile sapere quale fosse l’iniziale intenzione di Renzi nel far ritirare la delegazione, ma certo coltivava una crescente insoddisfazione per la politica del governo, ormai dettata dai 5 Stelle, con l’assunzione di Conte come nuovo leader, cui faceva da pendant il balbettio di un Zingaretti attardato nel confuso disegno di un accordo di ferro Pd e 5 Stelle. Si deve dar atto che per Renzi si trattava di uno scontro sui contenuti ancor prima che sui posti, le cosiddette poltrone, all’insegna dell’adagio nomina sunt consequentia rerum, divenuto un autentico mantra del confronto politico. Nondimeno al di là di questo, l’obiettivo era quello di ridimensionare Conte, già a partire dalla pubblica revoca della scomunica lanciata nei confronti di Italia Viva, con una perdita di faccia dell’intera sua residua maggioranza, determinata a gran voce a fare a meno della pattuglia renziana. Certo non sarebbe bastata una semplice revoca della scomunica, questa avrebbe dovuto essere accompagnata da discontinuità nei programmi e negli uomini, per renderla credibile agli occhi dell’opinione pubblica. Sarebbe stata questa discontinuità ad appalesare che la crisi non era una alzata di testa di quel narcisista di Renzi, tormentato dall’inesausto desiderio di avere per sé l’intero palcoscenico, ma una cosa seria, testimoniata per tabulas.

Qui sta l’errore marchiano di Conte e compagni, quello di aver cercato di trovare in Senato una stampella che permettesse di emarginare Italia Viva, qualcosa che avrebbe dovuto essere tentato solo con l’assoluta sicurezza del successo, soprattutto senza un impegno scoperto da parte del presidente del Consiglio. Ne è uscita una vicenda vergognosa non solo per lo sparuto gruppo di fuoriusciti, senza alcun afflato comune, se non di aver già votato la fiducia a Conte, tutto il contrario di quei “costruttori” cui faceva appello Mattarella. Ma, direi, soprattutto per il coinvolgimento esplicito del Pd, che è giunto a spostare una sua senatrice per permettere la nascita del gruppo dei responsabili al Senato, la quale ha ammesso candidamente di essere stata comandata in via provvisoria dallo stesso Zingaretti; e per l’impegno personale di Conte, occupato la sera prima a convincere un senatore di Forza Italia, che, poi, nel corso della notte, sarebbe tornato all’ovile, al comando del suo buon pastore, Berlusconi.

Perché un errore marchiano? Renzi ha capito perfettamente che, reinsediato Conte, la caccia ai responsabili sarebbe ripresa sotto la copertura di una maggioranza “più larga”; e allora sarebbe diventata assai pericolosa, sia per la ben più ampia capacità di scambio dell’avvocato del popolo, a cominciare dalla formazione del governo, casomai con un organico ampliato; sia per la maggior difficoltà di chiamarsi fuori dalla maggioranza una seconda volta. Da qui, la crescente determinazione di Renzi di puntare al bersaglio grosso, Conte stesso, sempre sicuro che Mattarella non avrebbe sciolto il Parlamento, senza porre alcun veto esplicito sul nome, ma cercando comunque di verificare se sulle concessioni in materia di punti programmatici e di componenti del futuro governo potesse organizzare una linea di difesa contro l’emarginazione conseguente alla crescita della truppa dei responsabili.

Ho già scritto che a questo punto, se ed in quanto non fosse stato possibile apprestare quella linea di difesa, Conte diventava per Renzi il bersaglio grosso; ma con l’obiettivo ulteriore, cioè il conseguente indebolimento di Zingaretti, chiusosi nel vicolo senza uscita impostogli dai 5 Stelle, “Conte o morte”; indebolimento che ben avrebbe potuto attivare un rimescolamento di carte all’interno del Pd. Credo si sottovaluti Renzi se si pensa che voglia morire abbarbicato al suo 3/4 per cento, non incrementabile di molto in un futuro giro elettorale; punta a qualcosa di più, a riprendersi in mano il Pd, una volta tramontata la stella di Zingaretti.

 La caduta di Conte, per chi come Renzi considerava quasi obbligata la scelta di Mattarella per un governo istituzionale, appariva una scelta ottimale, a partire dal fatto che tutte le forze politiche sarebbero state poste su un piano di sostanziale parità, a prescindere dall’entità della loro rappresentanza parlamentare. Lo conferma la immediata presa di posizione a favore di Draghi espressa da Italia Viva; non senza una giustificata aspettativa che la linea seguita da Draghi sarà assai vicina a quella coltivata dal governo Renzi, europeista senza timidezze, moderata senza ambiguità, modernizzante senza riserve.

L’operazione, se riuscirà, avrà un impatto dirompente sull’attuale sistema di alleanze, spaccando i blocchi consolidatosi sulla destra e sinistra, con l’auto-isolamento di Fratelli d’Italia e dei 5 Stelle, se alle loro prime affermazioni seguiranno i fatti. E qui si manifesterà appieno quell’indebolimento di Zingaretti che Renzi persegue, con il fallimento della tattica e della strategia del segretario del partitone, cioè la difesa ad ogni costo di Conte, del tutto funzionale alla creazione di un fronte unico Pd-5Stelle, capace di concorrere alla pari col centrodestra.

Proprio il centrodestra non sembra debba soffrire particolarmente dell’avvento del governo Draghi, sia per la sua maggiore flessibilità che non risulta poter compromettere l’alleanza elettorale ogni qualvolta si vota, sia per la stessa politica che ci si possa aspettare in ragione della pregressa formazione ed esperienza dell’ex presidente della Bce. All’appuntamento sembrerebbe al momento esserci  una Forza Italia convinta per il sì, una Lega oscillante fra il sì e l’astensione, un Fratelli d’Italia posizionato sul no, ma aperto ad appoggi sui singoli provvedimenti.

Il risultato più emblematico sarebbe il venir meno del distinguo fra europeisti e populisti e sovranisti, facendo un mix di due parole di diverso significato; cioè niente di meno del confine sacro per 5 Stelle, Pd e Leu, entro cui circoscrivere una maggioranza omogenea in cui stare, con piena legittimazione costituzionale e comunitaria. Ora, invece, si prospetta una maggioranza promiscua, con poca o nessuna possibilità di distinzione, in cui convivere da separati in casa.

Comunque si pensi, si è aperta una stagione nuova, che costringe tutti a uscire dai vecchi schemi, proclami, slogan, a cominciare di quei mass media attardati nel colpevolizzare Renzi, coll’insistere sul suo viaggio in Arabia Saudita, come se costituisse qualcosa di rilevante per l’immediato futuro. I consulenti del Principe, con in prima fila Bettini e Travaglio, hanno perso per difetto di lucidità o per eccesso di faziosità; e hanno fatto perdere lo stesso Principe, che ora può diventare un soggetto imprevedibile, capace di sfuggire all’anonimato cui lo condannerà il trascorrere del tempo, con qualche iniziativa, prendere in mano i 5 Stelle o fondare un movimento/partito, con un sincero augurio da parte di Renzi, perché se questo avvenisse, ne verrebbe ulteriormente complicata la vita di Zingaretti.

Franco Carinci


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