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A che ora è la Brexit? Ecco come Tories, Labour e Ue sono finiti nel pantano

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Esteri, Quotidiano, del

Theresa May dunque ha calato il suo tris di carte sul banco di Westminster chiedendo alla House of Commons, che tanto si è data da fare per avere l’ultima parola su Brexit, di scegliere tra l’accordo raggiunto con l’Unione europea lo scorso novembre, il Withdrawal Agreement già respinto dai parlamentari, la via del no deal di cui nessuno vuole assumersi la responsabilità o, in quella che è l’ultima istanza, ma che appare come la più probabile, una delayed Brexit con l’estensione dell’articolo 50 per un periodo di tempo non meglio precisato – forse un paio di mesi, ma forse anche di più. E’ quanto accaduto martedì scorso al termine di un percorso tortuoso che è iniziato quasi due anni fa, quando il Primo ministro, incoraggiata dallo staff di allora, ha scommesso pesante convocando le elezioni anticipate con cui sperava di garantirsi una maggioranza solida e disposta a seguirla. Le cose non sono andate come previsto e Brexit è, di fatto, ad un punto morto. Le responsabilità però vanno condivise.

I Conservatori – Quello che è uscito dalle votazioni del 18 aprile 2017 era un parlamento senza una chiara maggioranza e con i Conservatori costretti a cercare aiuto esterno negli Unionisti nordirlandesi, decisamente pro Brexit e per nulla disposti a fare concessioni sul backstop al confine con l’Irlanda. La May, sempre martedì, ha provato a garantire che sono in corso trattative con l’Ue per trovare misure alternative, ma solo sulla carta. Maggioranza dunque risicata per i Tories che, a loro volta, sono ormai alla resa dei conti tra le due fazioni interne, quella euroscettica e quella europeista. Al centro un Primo ministro, timida Remainer, che dal momento in cui si è insediato ha garantito che Brexit means Brexit, senza precisare se soft o hard. Decisamente soft nei suoi intenti, ma che è costata un bagno di sangue: una lunga fila di ministri dimissionari (si è rischiato l’ammutinamento anche alla riunione del gabinetto che ha preceduto il discorso di martedì), lettere di sfiducia nei suoi riguardi, lame affilate che circolano per i corridoi. Eppure la May è ancora lì, senza una chiara strategia e senza un esercito fidato. Neppure i suoi detrattori hanno fatto davvero molto per rimpiazzarla: hanno soprattutto scagliato il sasso per poi nascondere la mano, qualcuno nelle ultime settimane è divenuto pure particolarmente silenzioso: Boris Johnson ogni lunedì dalle colonne del Daily Telegraph non manca mai di dire la sua, ma nel dibattito parlamentare è ben lontano dalle dichiarazioni che lo contraddistinguono. Mosse per non bruciarsi in attesa di ciò che riserverà il futuro, ma anche continuare a dire sempre e solo no a tutto può avere un prezzo salato.

I Laburisti – La scommessa poi persa dalla May di andare anticipatamente alle urne era dettata dalla popolarità di cui godeva ad inizio mandato, ma questa è implosa durante la campagna elettorale, mentre montava quella di Jeremy Corbyn che, dopo un risultato che ha ridato fiato al Partito laburista, veniva dato troppo presto e sulla base di deboli deduzioni per prossimo vincitore. L’aria è cambiata: la sua leadership massimalista ha provocato prima pruriti, poi mal di pancia, quindi defezioni – con la pesante accusa di aver contribuito a diffondere un clima di antisemitismo. Corbyn su Brexit non si è mai esposto, né durante la battaglia referendaria né dopo: ha sempre dato l’impressione di essere un Brexiteer convinto nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’ultima giravolta, pari ad una inversione a U sulla M25 (l’autostrada più trafficata dell’isola), a sostegno di un secondo referendum ha del clamoroso, considerando che sin dal 2016 ha sempre ribadito la sua contrarietà all’ipotesi chiesta a gran voce dal fronte più progressista del lato Remain. Afferma che è un tentativo di salvare il Regno Unito dal deragliamento provocato dai Conservatori, ma pare un mero calcolo politico per risalire nei sondaggi e guadagnarsi il favore di chi proprio non ne vuole sapere di lasciare l’Ue. In un parlamento con una maggioranza così risicata, l’arrivare ad un compromesso per trovare la via d’uscita dall’impasse è una conseguenza più che mai logica, ma anche un appello come quello delle regina contenuto nel messaggio natalizio al condividere le responsabilità può cadere nel vuoto se il principale partito di opposizione si muove a vista.

L’Unione europea – Il no deal è – o meglio era – l’arma più pericolosa nella mani di Londra per portare Bruxelles a raggiungere un accordo che eliminasse la spinosa questione del confine tra Irlanda del Nord e repubblica irlandese: i contraccolpi economici di un divorzio senza accordi si farebbero sentire anche nell’Ue a dispetto delle parole ottimiste dei suoi rappresentanti, Jean Claude Junker in testa. Donald Tusk, incaricato di portare avanti le trattative per conto dell’Ue, ha definito ragionevole l’idea di rimandare l’uscita dal blocco, offrendo tutto il sostegno necessario alla May per trovare altre strade. Ma anche l’Europa non è esente da responsabilità: rispondendo con un due di picche alle richieste del governo londinese, ha messo all’angolo un candidato più pragmatico e meno idealista su Brexit come la May, esponendola agli attacchi interni. Per sua fortuna i conservatori euroscettici non hanno ancora conquistato la stanza dei bottoni, ma se dovesse accadere nei prossimi mesi allora l’Ue si ritroverebbe a dialogare con una controparte più agguerrita – ammesso che gli stessi Tories euroscettici riescano a trovare una linea comune.

A dispetto dell’alta pressione che ha portato un clima insolitamente tiepido per la stagione anche nel Regno Unito, le turbolenze a terra si susseguono e continueranno a farlo. L’esito del referendum dell’estate 2016 ha esposto le intenzioni nella maggioranza dell’elettorato britannico, ma la classe politica ha dimostrato mancanza di volontà, dedicandosi soprattutto alle polemiche piuttosto che nell’impegnarsi a trovare una via comune. La lancetta dell’orologio continua a scorrere, ma senza una chiara deadline tanto in termini di tempo quanto di intenzioni reali è più che altro uno spreco di energie per ritrovarsi sempre al punto di partenza.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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